I veri conti del Mose di Venezia: quanto è costato. Duello sull'uso degli ultimi fondi

Giovedì 12 Agosto 2021 di Roberta Brunetti
I veri conti del Mose: quanto è costato
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VENEZIA - La cifra è scritta, nero su bianco, sulla bozza d'accordo: 6.500,07 milioni di euro. Tanto, al momento, lo Stato ha stanziato per il Mose. Che il cosiddetto costo fisso di 5 miliardi e 493 milioni, che dovevano bastare a completare l'opera per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna dal mare, fosse stato superato lo si sapeva da tempo. Così come si sapeva di altri stanziamenti arrivati o in arrivo. Uno cospicuo - da 538,42 milioni - era stato sbloccato, a giugno, dal Cipess. Ora però c'è la somma ufficiale delle varie voci riportata nella bozza del settimo Atto aggiuntivo, quello che dovrà ridefinire i rapporti tra Provveditorato alle Opere pubbliche e Consorzio Venezia Nuova cioè tra concedente e concessionario - in vista della chiusura dei lavori. Una «ricognizione delle risorse», che somma quattro voci: i 5.484,56 milioni di «importi via, via contrattualizzati»; i 100 milioni disponibili dal 2017 per l'avviamento del Mose; i 538,42 milioni assegnati dal Cipess e ancora da contrattualizzare; ulteriori 377,09 milioni da sbloccare. Per un totale, appunto, di 6 miliardi e mezzo.


SPAZI BIANCHI

La bozza riporta un elenco dei soldi spesi - tra opere alle bocche di porto, interventi ambientali in laguna e di salvaguardia - ma ancora con gli spazi bianchi sugli importi. Manca anche la data di fine lavori (saltata quella del 31 dicembre 2021), rimandata a un nuovo crono programma da allegare. E tante sono anche le frasi sottolineate in rosso e cancellate. Dimostrazione documentale delle divergenze che ancora separano il provveditore Cinzia Zincone e l'avvocato di Stato, Stefano Maria Cerillo, da un lato, il commissario sblocca-cantieri, Elisabetta Spitz, e il liquidatore del Cvn, Massimo Miani, dall'altro. Divisi soprattutto sulle modalità di utilizzo degli ultimi 538 milioni di soldi freschi sbloccati da Roma.


SOLLEVAMENTI A RISCHIO

E pensare che l'atto doveva essere sottoscritto entro fine luglio, così avevano assicurato gli interessati a maggio. Non è andata così. A complicare il quadro, a fine luglio, c'è stato il mancato accordo sulla ristrutturazione del debito del Cvn (circa 200 milioni) con le imprese. Ora il Consorzio è in concordato, ma le trattative con le imprese per trovare una soluzione extragiudiziale continuano. C'è un tavolo di avvocati che conta di chiudere il ribattezzato accordone per fine mese, premessa alla sigla poi anche del settimo Atto aggiuntivo. Ma le incertezze sono tante. Il rischio che salti tutto, come accaduto a luglio, dietro l'angolo. E in quel caso a saltare sarebbero anche i sollevamenti del Mose per fronteggiare le acque alte di autunno. I cantieri, infatti, si sono definitivamente fermati con le procedure fallimentari. E ora anche il personale di Cvn, Comar e Thetis è in ferie coatte, con la prospettiva della cassa integrazione. Oggi i sindacati confederali saranno dall'assessore regionale al lavoro, Elena Donazzan, che ha aperto un tavolo di crisi su questo. Il rischio di ritrovarsi con Venezia sommersa da acque alte eccezionali, pur con un Mose che potrebbe funzionare, è reale. Certo poi il fatto che la Basilica di San Marco non avrà la progettata barriera di protezione dalle acque alte intermedie nemmeno quest'anno. Bloccata, anche quest'opera, dalla crisi del Cvn.


LE DIVERGENZE SUI 538 MILIONI

Il timore che i lavori per San Marco, ma anche per Venezia e la laguna in genere, passino in secondo piano nella distribuzione dei fondi è al centro delle divergenze in corso sul settimo Atto aggiuntivo. Il commissario Spitz ha proposto un accantonamento di parte dei 538 milioni con una «rimodulazione» di quando fissato dal Cipess che destina i fondi non solo alle opere alle bocche di porto, ma anche a quelle del più complesso sistema Mose, comprendente gli interventi ambientali in laguna e anche la difesa di Piazza San Marco. Ma Provveditorato e Avvocatura di Stato sono contrari. In una lettera di osservazioni inviata nei giorni scorsi all'avvocato Cerillo, Zincone riassume la questione. «Negli ultimi anni - scrive si è privilegiata l'esigenza di completare gli impianti elettromeccanici, con conseguente sacrificio di altre componenti della salvaguardia». Ora la ripartizione approvata dal Cipess è «l'unico punto di equilibrio tra le diverse esigenze, tutte reali e concrete, e tutte riconducibili alla salvaguardia dei centri abitati, Venezia in primis». Il timore è che la rimodulazione vada «a scapito, ad esempio, degli interventi su Piazza san Marco, destinata a soccombere anche con un Mose con impianti diversi dagli attuali». Anche per questo Zincone non ha firmato la bozza, ancora ferma in Avvocatura di Stato.

 

Ultimo aggiornamento: 18:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA