Parto in ambulanza sulla A13: bimbo massacrato. Mamma denuncia i medici

Lunedì 27 Gennaio 2020 di Marina Lucchin
Parto in ambulanza sulla A13: bimbo massacrato. Mamma denuncia i medici
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PADOVA Il suo arrivo era previsto a metà aprile. La mamma l’avrebbe dato alla luce con un parto cesareo programmato in ospedale a Rovigo. Invece il piccolo Luca (nome di fantasia) ha emesso il suo primo flebile vagito in un’ambulanza che correva a sirene spiegate in autostrada all’altezza di Monselice, nato podalico a sole 26 settimane il 9 gennaio.

La madre si era rivolta al pronto soccorso polesano perché si sentiva male e dopo una lunga attesa, più di un’ora, è stata fatta salire sull’ambulanza: i medici dell’ospedale di Rovigo avevano pensato fosse meglio che il caso venisse seguito a Padova. La donna, però, era già in travaglio tanto che in sala parto al Giustinianeo non ci sarebbe mai arrivata. E se già un parto prematuro e podalico è pericoloso fatto in sicurezza in ospedale, lo è ancor di più se avviene in un’ambulanza lanciata in corsa in autostrada: Luca è grave, ricoverato in terapia intensiva neonatale, con entrambe le braccia fratturate, una menomazione funzionale alla mano destra, numerosi ematomi di cui due al collo, quattro al cervello e uno al cervelletto. Il piccolo, nato solo di un chilo e 200 grammi, lotta per sopravvivere. E la madre è certa: «Il nostro è un caso di negligenza ospedaliera». Così la donna si è rivolta ai carabinieri di Padova, dov’è ricoverato ora il suo bimbo, per presentare denuncia contro i medici rodigini. 

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IL FATTO
«Ho 46 anni - racconta la mamma - questa era la mia seconda gravidanza, inaspettata vista la mia età. Mi sono fatta subito seguire perché tutto andasse per il meglio e ho fatto tutto quello che il mio ginecologo mi ha detto per portarla avanti senza problemi. Mi ha detto subito che era una gravidanza a rischio e che sarebbe stato necessario un cesareo». 

Quando la mattina del 9 gennaio la donna si sente male, quindi, corre in ospedale. «Dico subito che ho una gravidanza a rischio e che perdo sangue. E’ poco prima di mezzogiorno e mi fanno sedere su una sedia di metallo fredda come l’atteggiamento di chi mi doveva seguire. Dopo molte insistenze mi trasferiscono in ginecologia. Mi fanno attendere mezz’ora. Vedo una dottoressa con due infermiere e disperata dai dolori e dalla preoccupazione grido che sto male e che mi devono visitare. Mi hanno deriso e solo dopo avermi visitata e fatto un’ecografia si sono resi conto che era una cosa grave. Con una calma irritante mi hanno fatto una flebo in attesa che un’ambulanza mi portasse a fare il cesareo a Padova. Tra i pianti e l’attesa ho anche avuto la possibilità di scrivere un messaggio al mio ginecologo che lavora in quel reparto. Alle 13.37 mi hanno caricato in ambulanza e c’è stata anche una discussione tra gli infermieri circa l’inopportunità di staccare o meno la flebo per il timore di provocare bolle d’aria. Cosa che poi è successa. Una complicanza che ha ulteriormente dilatato i tempi».

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Quindi l’ambulanza è finalmente partita, con la donna assistita da un giovane medico. «Le contrazioni si sono fatte così intense che alle 13.55 mi si sono rotte le acque. Il dottore ha capito che bisognava far nascere il bambino. Io gli continuavo a dire che non poteva nascere con parto naturale, che l’avevo letto nella mia cartella clinica, ma lui non mi ha voluto ascoltare e ha iniziato a tirare fuori il bambino. Ha anche dovuto spingere la pancia per far uscire la testa. Tutto mentre l’ambulanza andava, con i logici scossoni di un mezzo in corsa».

Erano le 14.10 quando Luca è nato. Era cianotico: «Mio figlio era violaceo. Il medico gli ha fatto il massaggio cardiaco e gli ha messo la maschera d’ossigeno. Poi per fortuna è stato preso in carico a Padova dove si occupano con competenza e amore di lui».

La mamma ora chiede giustizia: «Potevo partorire in sicurezza in sala parto, invece non è successo. Ho partorito su un mezzo in corsa. Il mio bambino ha riportato dei danni e rischia la vita. Se sono stati fatti errori i responsabili devono pagare. Per questo mi sono rivolta al comandante Giovanni Soldano della Stazione di Padova Principale per procedere penalmente. Nessuno dovrebbe essere trattato così».

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Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio, 08:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA