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Covid, addio a Nicola Amenduni, patron delle Acciaierie Valbruna, gruppo da 2.500 dipendenti. Lutto cittadino

Confindustria: "Ci lascia un uomo vero". Zaia: "Filantropo e innovatore"

Lunedì 7 Febbraio 2022 di Redazione Web
Nicola Amenduni
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VICENZA - E' morto Nicola Amenduni, 103 anni (ne avrebbe compiuti 104 in aprile), patron delle Acciaierie Valbruna e del gruppo Amenduni di Vicenza, tra gli uomini più ricchi del Veneto, patriarca storico dell'industria veneta, di origini pugliesi. Amenduni è morto di Covid in ospedale a dove era ricoverato da alcuni giorni.

Le Acciaierie vicentine erano state fondate da Ernesto Gresele nel 1925 (col nome di Ferriera Valbruna), di cui Amenduni ha sposato la figlia Mariuccia trasformando poi l'azienda, in cui entrò nel '57, in un impero: il Gruppo Amenduni, oggi conta 2.500 dipendenti, 42 filiali nel mondo. Interamente posseduto dalla famiglia Nicola Amenduni costituisce una delle più grosse realtà a livello mondiale nella produzione di acciai speciali, con una gamma di oltre 700 qualità di acciai prodotti. Nicola Amenduni ha avuto da Mariuccia cinque figli, Michele, Ernesto, Massimo, Maurizio e Antonella, tutti impegnati nelle attività di famiglia. I funerali si terranno nei prossimi giorni nel capoluogo berico. Il sindaco di Vicenza, Francesco Rucco, ha deciso di proclamare in sua memoria il lutto cittadino.

Il cordoglio

Sono numerose le testimonianze e gli attestati di stima per la scomparsa dell'imprenditore Nicola Amenduni. Laura Dalla Vecchia, presidente di Confindustria Vicenza, ricorda che «sia come uomo d'impresa che come cittadino, ha sempre rappresentato un esempio di persona vera, con grandissima visione e ampie prospettive, ma sempre fermamente legata al territorio. Una persona che ha creato tanto benessere per la propria comunità attraverso il lavoro, ma che, al contempo, ha sempre dato un importante contributo a Vicenza - aggiunge - anche in termini di solidarietà». Da parta sua Luca Zaia osserva che «negli ultimi giorni ho seguito con grande apprensione il suo ricovero. Purtroppo il Covid se l'è portato via. E' stato un grande saggio, che io ho sempre incontrato in ufficio, anche a 103 anni. L'ho sentito almeno una volta alla settimana in questi anni. Se ne va un grande uomo e filantropo, che ha donato molto alla sanità del Veneto e si è sempre messo a disposizione per i progetti più innovativi». Per il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Roberto Ciambetti, Amenduni è stato «un grande, un esempio, un modello, simbolo di quell'Italia vincente grazie al lavoro, allo spirito di sacrificio, alla capacità di avere un sogno e fare il possibile per concretizzarlo. Seppe interpretare e accompagnare la rinascita del nostro Paese credendo nel lavoro e nell'impresa, creando benessere e occupazione. Un esempio straordinario». «Con la scomparsa di Amenduni - afferma Giacomo Possamai, capogruppo consiliare del Pd - perdiamo una grande figura dell'imprenditoria vicentina e nazionale. Lontano dai riflettori, era un esempio, basti pensare che fino poco tempo fa continuava ad andare in ufficio ogni giorno. Va ricordato anche il suo grande impegno sociale, in particolare con la Fondazione San Bortolo è stato uno dei promotori e generoso sostenitore, per aiutare l'ospedale e l'Ulss 8 Berica». 

Le origini 

L'epopea della famiglia Amenduni nasce in Puglia nel 1905 quando il padre di Nicola, Michele Amenduni, avvia la produzione di macchine olearie fondando a Bari la ditta Amenduni Nicola Spa. Passata in eredità al figlio Nicola (da cui l’azienda prende il nome) l’azienda è diventata una realtà industriale via via più rilevante ed è rimasta fiorente anche l'attività di produzione di olio.

La Bari del 4 aprile 1918 dove mamma Teodora fa nascere Nicola conosce la Grande Guerra solo dai racconti dei reduci e dei fanti sopravvissuti alla carneficina nelle lontane trincee del Nord. Papà Michele ha un’idea strana, per quegli anni e per quel Sud: crede che il futuro sia l’industria. Un’industria meccanica al servizio dell’agricoltura, ma pur sempre fatta di acciaio e ingranaggi: costruisce macchine per la raccolta e la lavorazione dell’olio. Nei suoi viaggi in quel meridione senza strade né legge si porta dietro Nicola, che lo guarda trattare con i mezzadri e i fornitori, con i contadini e i venditori di ferro in Puglia, Calabria, Lucania, Campania, Sicilia. E Nicola impara, in silenzio.
Non sono viaggi di lavoro: sono avventure. Dove oggi sorgono i villaggi turistici, a quel tempo dominava la malaria. E papà Michele di malaria muore, nel 1940. Nicola ha 22 anni, ma da sette sostituisce il padre durante i periodi in cui la febbre non dà tregua: è già “don” Nicola. Ha la passione dell’uomo del Sud, ma il rigore è quello di un asburgico. Si trova a trattare con personaggi che sullo stomaco hanno una pelliccia, a volte viene gabbato e a volte restituisce con gli interessi i colpi bassi. Lo raccontava con divertito distacco: ma all’epoca, in un’Italia travolta dalla guerra - la guerra di Mussolini -, non dev’essere stato facile restare a galla. All’età in cui i suoi coetanei nella migliore delle ipotesi concludono gli studi, lui è già laureato alla scuola della vita.

La guerra

Mentre l’Italia si illude nel sogno dell’Impero e crolla sotto i colpi degli americani, lui vende macchine per oleifici e profumi, fili di lana e fili d’acciaio. Sopravvive alla guerra, ma non ha tempo per il rancore; non si iscrive all’esercito di chi - reduce dalle adunate in orbace - si scopre antifascista dalla nascita. In tasca, ancor oggi, porta il primo decino d’oro, come Paperon de’ Paperoni: una monetina lucida e scintillante con l’effigie del Duce, a ricordare a lui e a tutti che ciò che ha guadagnato non è stato regalato da nessuno. Se l’è costruito e conquistato. Non ha padrini, ma soprattutto non ha padroni.
Semplicemente, non li accetta. Con uno spirito così, il dopoguerra con l’Italia da ricostruire è un’opportunità. Compra e vende pasta per detersivi dalla Svezia, tratta il petrolio dell’Iran quando Enrico Mattei nemmeno immaginava di diventare il gran capo dell’Eni e si rivolgeva a don Nicola per farsi regalare pezzi di ghisa; regalare, ché non aveva soldi per pagarli. E don Nicola regalava, perché aveva annusato che Mattei, più “grande” di lui di dodici anni, avrebbe fatto strada. Stessa pasta. Lo stesso fiuto che lo avrebbe invece portato a diffidare di Michele Sindona, suo coetaneo che prova a truffarlo, senza riuscirci.

Cinecittà

"Don Nicola" ha solo trent’anni, ma due vite e una guerra alle spalle; e il futuro è vorticoso come i soldi che ricominciano a girare. Bari si fa piccola, Roma è sempre Roma e per don Nicola è il tempo di risalire la penisola. Ma la Capitale è tentatrice, Cinecittà una fucina di bellezze e di produttori che sanno come ammaliare. E sanno anche come aspirare come idrovore i denari accumulati. È il momento di mettere la testa a posto, e di guardare ancora più a Nord. Sono gli anni Cinquanta, l’industria - quella vera - si fa strada nella pianura Padana. E dalla pianura veneta arriva Mariuccia Gresele, figlia di Ernesto che aveva fondato l’acciaieria Valbruna e che lavora il metallo all’ombra di monte Berico, nella Vicenza democristiana così lontana dallo scintillare di Cinecittà.
È un matrimonio tra imprenditori, piccoli ma decisi. Il suocero chiede a don Nicola di dare una mano a raddrizzare l’acciaieria che funziona ma stranamente non rende come potrebbe. Ma lui non accetta di dividere la responsabilità: «O si fa a modo mio, o niente». E ritorna in Puglia con la famiglia.

Vicenza

Quando lo richiamano, è per sempre. Diventa più vicentino dei vicentini, la Valbruna si trasforma in un colosso che macina miliardi di lire, ma anche di euro. Si merita due lauree honoris causa, impara l’arte della finanza e soprattutto come non farsi scottare, anche se alcune avventure non finiscono bene: il crollo delle azioni della Popolare di Vicenza, da cui nel 2007 si era staccato perché Gianni Zonin non aveva accettato di far entrare nel Cda della banca uno dei figli di don Nicola, Michele, gli costa 89 milioni. Quello delle azioni di Veneto Banca altri 22. Una botta da 111 milioni sopportata con le spalle grosse e senza recriminazioni pubbliche, lui che pure qualche sassolino dalla scarpa avrebbe potuto levarselo. Rilascia solo una dichiarazione in proposito, ed è “minimalista”: «Con la crisi delle banche ho perso svariati milioni, sia familiari che aziendali. Ma il vero problema sono le perdite subìte da 200mila azionisti: quello è un problema da risolvere. Assolutamente».

La ricchezza

Anche perché la Valbruna produce 200mila tonnellate di acciaio ed è presente in 40 Paesi, e la Ferak - il veicolo finanziario creato nel 2006 e affidato al figlio Maurizio - si è liberata di alcune partecipazioni e concentrata su altre come Generali e Mediobanca, dove le cose vanno decisamente meglio. Perfino lo “scippo” di Ilva, di cui Amenduni deteneva il 10% dal 1995, pur provocando un altro salasso da 113 milioni, è stato assorbito apparentemente senza batter ciglio.
Tanto, don Nicola sa che solo il lavoro conta: e ogni mattina alle 8.30 lo si incrocia sul cavalcavia nella zona Fiera di Vicenza, mentre l’autista lo porta in ufficio. Anche quando i cinque figli Michele, Ernesto, Massimo, Maurizio e Antonella hanno ciascuno un ruolo nelle aziende di famiglia, a Vicenza e in mezzo mondo. «Quando si lavora - spiegava - lo si fa in silenzio. Si deve avere l’accortezza di fare senza dire nulla. La gente arrogante non paga. E farsi annebbiare dalla ricchezza non serve a nulla». Perché anche quella va e viene. Nel caso di don Nicola, soprattutto veniva.

Ultimo aggiornamento: 11 Febbraio, 19:54 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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