Il crac di Veneto Banca, chiesti 6 anni per Consoli. I pm: «Potere incontrastato, il suo volere era legge per tutti»

Venerdì 21 Gennaio 2022 di Giuliano Pavan
Vincenso Consoli
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TREVISO - «Non è un processo facile, ma allo stesso tempo non è difficile. Non è facile perché ci siamo dovuti confrontare con una documentazione molto copiosa e con reati, concetti e nozioni che normalmente non vengono trattati; ma non è difficile perché le prove consentono di trarre un giudizio certo. Non ci sono dubbi: Vincenzo Consoli era il leader indiscusso di Veneto Banca, godeva di un potere incontrastato, il suo volere era legge, per tutti, che fossero amministratori o dipendenti». Per quasi sette ore i pubblici ministeri Massimo De Bortoli e Gabriella Cama hanno sparato a zero contro l’ex amministratore delegato ed ex direttore generale di Veneto Banca, invitando il collegio del tribunale di Treviso a condannarlo a «non meno di sei anni di reclusione» per ostacolo alla vigilanza bancaria e falso in prospetto, visto che per l’aggiotaggio (già prescritto) hanno chiesto il non luogo a procedere. Lui, seduto tra i suoi legali, gli avvocati Ermenegildo Costabile e Raffaella Di Meglio, ha ascoltato in silenzio. Solo qualche parola, sussurrata alle loro orecchie, non tradendo alcuna emozione alla richiesta di condanna. «Parleremo sabato» l’unica dichiarazione dell’avvocato Costabile al termine dell’udienza, a cui è seguita quella di Consoli: «Non ho alcun commento da fare. Ci vediamo sabato». Già, perché oggi, 21 gennaio, sarà il turno dei legali di parte civile (Bankitalia e Consob in primis) mentre domani l’intera giornata sarà dedicata all’arringa difensiva. Ma ieri la scena è stata tutta per l’accusa secondo cui, parlando dell’aumento di capitale attraverso la vendita delle azioni dell’ex popolare, Consoli «ha giocato al rischiatutto sulla pelle della gente». 

IL RUOLO
L’indagine si basa sul fatto che Vincenzo Consoli fosse il “dominus” di Veneto Banca. Nulla poteva accadere senza che ne fosse a conoscenza. Anzi, molte, se non tutte, le attività dell’ex popolare erano decise e portate avanti da lui. «Consoli era il capo del personale - hanno affermato i pubblici ministeri - Era lui che sceglieva i dirigenti, che dispensava gli incarichi nelle società, che intesseva e coltivava relazioni anche all’esterno della banca per consolidare il proprio potere: è noto che aveva anche rapporti con l’allora presidente del tribunale di Treviso (Giovanni Schiavon, che di Veneto Banca divenne anche il vicepresidente, ndr) e che aveva già pronto un contratto di collaborazione con l’allora comandante della Guardia di finanza di Treviso». Un potere che gli stessi membri del consiglio d’amministrazione, compreso quello insediatosi nell’aprile 2014 dopo il diktat di Bankitalia per il cambio di governance, hanno riconosciuto in aula. A cominciare dall’ex presidente Francesco Favotto e dall’ex vicepresidente Alessandro Vardanega. «E gli organismi di controllo erano totalmente incapaci di arginare questo potere - ha continuato De Bortoli - Emerge anche dalle ispezioni della Consob e di Bankitalia». D’altra parte l’accusa, a supporto di questa tesi, ha ribadito più volte come la figura di Consoli fosse presente in Veneto Banca da sempre. A testimoniarlo addirittura una targa all’ingresso del quartier generale di Signoressa che aveva impressa una data: 22 marzo 1997, il giorno in cui, da direttore di filiale a Torri di Quartesolo, venne nominato per la prima volta direttore generale. 

IL CRAC
I commissari liquidatori hanno concluso, nella loro relazione, che Veneto Banca è fallita per colpa della qualità del credito erogato alla clientela, lo squilibrio patrimoniale complessivo, le speculazioni soprattutto a livello immobiliare e le operazioni di investimento in altri istituti di credito. I numeri, anche a fronte degli esiti delle ispezioni di Bankitalia, Consob, Bce e Guardia di Finanza, parlano chiaro. Secondo i pm la vera situazione di Veneto Banca è stata «volutamente occultata». La domanda principe è se Consoli fosse o meno a conoscenza di ciò: «Sapeva tutto della banca, era lì da 18 anni - sbotta De Bortoli - era il vertice, l’artefice consapevole di tutte le decisioni». Su tutte, per l’accusa, quelle relative al prospetto informativo per l’aumento di capitale da 500 milioni dell’aprile 2014, definito un «bagno di sangue»: Veneto Banca aveva dichiarato come patrimonio di vigilanza 2 miliardi 309 milioni di euro quando in realtà era poco più di un miliardo 100 milioni (meno della metà). Importo, sostengono i magistrati, che sottolinea «la falsità delle informazioni». Stesso discorso per le sofferenze: 2 miliardi 705 milioni quelle dichiarate quando erano in realtà 3 miliardi 371 milioni. «Vogliamo pensare che sia plausibile che una persona venga pagata 8 milioni di euro in tre anni (3,6 milioni nel 2012, 2 milioni nel 2013, e 2,6 milioni nel 2014, ndr) solo per compiti di rappresentanza? Francamente è ridicolo» ha rimarcato De Bortoli, sostenendo che l’ex popolare era «un gigante dai piedi d’argilla». Espressione che ha ricollegato alla testimonianza di uno degli ispettori di Bankitalia: in aula Biagio De Varti, capo del team ispettivo, ha ricordato come Consoli, durante un colloquio, gli avesse detto di non scavare a fondo sennò «la banca ti si squaglia sotto i piedi». 

I CONTROLLI
A garantire la corretta gestione dei conti di Veneto Banca c’era la società di revisione Pricewaterhouse Coopers (imputata a Roma in un procedimento connesso assieme alla sua responsabile, Alessandra Mingozzi, per falso in revisione e ostacolo alla vigilanza, ndr). Esempio, secondo l’accusa, di come il controllore dipendesse dal controllato e sottostasse ai suoi ordini, ovvero a quelli di Consoli: «La Pwc è stata pagata 12 milioni di euro da Veneto Banca - ha detto il pm - Il 23% di questi soldi riguardava l’attività di revisione, il resto per attività di consulenza. È chiaro che se dovesse fare dei rilievi non graditi rischia di vedersi revocare le sue consulenze». Ma non sono gli unici soldi spesi su cui ha messo l’accento la Procura: Consoli aveva fatto acquistare un jet, e nel 2012 «quando ormai la situazione stava volgendo verso il peggio, fece pagare un nuovo velivolo per 7 milioni di dollari con costi medi annui per un milione di euro che la banca doveva sostenere Quanti viaggi si potevano fare con quei soldi?». 

L’OPERAZIONE
Il cda era «asservito a Consoli», tanto che le decisioni erano prese sempre all’unanimità. Un aspetto su cui la Procura ha puntato molto proprio per dimostrare che al comando c’era una persona sola. Diverse le decisioni che gli vengono contestate a livello di «gestione personale» dell’istituto di credito: si va dall’utilizzo del fondo della banca alle lettere di rendimento garantito, dai finanziamenti per l’acquisto delle azioni alle promesse di indennizzo passando per la possibilità di liquidare commissioni ai grandi soci. Tutte operazioni deliberate dal cda dove, come ha dichiarato l’ex presidente Flavio Trinca, «c’era una discussione amichevole e familiare e poi si approvava quello che Consoli portava: nessuno contrastava il suo pensiero». Ma l’operazione principe, che per l’accusa ha portato a un dissesto che era in atto già da tempo (sicuramente già dal 2013), è stato l’aumento di capitale. Oltre al cambio dei vertici, Bankitalia aveva evidenziato varie criticità e per uscirne aveva consigliato due strade (basandosi però su numeri sbagliati riguardo l’effettiva solidità di Veneto Banca). La prima, scartata in partenza, era l’aggregazione con un altro istituto di credito, nello specifico la Popolare di Vicenza. La seconda era, appunto, l’aumento di capitale. «Consoli sapeva che si trattava di un’operazione decisiva e non poteva permettersi di fallire l’obiettivo perché Veneto Banca non avrebbe più avuto i requisiti patrimoniali per continuare l’attività - hanno ricostruito i pm - Era l’ultima spiaggia, ma anche molto rischiosa. Per riuscire nell’intento e mantenere i privilegi personali, ecco che non gli resta altro da fare che truccare le carte. Consoli decide di esporre dati falsi alle autorità di vigilanza per indurle ad autorizzare un’operazione che non sarebbe mai stata autorizzata se i dati fossero stati esposti in modo corretto». Tra questi dati falsi, c’erano ovviamente le baciate, ovvero i finanziamenti per l’acquisto di azioni. Va da sé che, per l’accusa, Consoli abbia «posto in essere ogni iniziativa che entrasse in suo potere pur di ottenere l’aumento di capitale, fornendo dati non corrispondenti al vero sia sul patrimonio di vigilanza che sul sovrapprezzo azioni, rimanendo indifferente alla sorte di chi, anche piccoli risparmiatori, ha investito in un’azienda già in crisi non sapendo del rischio di poter perdere tutto, come poi è accaduto».
 

Ultimo aggiornamento: 13:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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