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Pietrangeli: «Il Padel è lo sport delle pippe». Panatta non ci sta e rilancia: «A breve arriverà alle Olimpiadi»

Martedì 21 Giugno 2022 di Elena Filini
Adriano Panatta nel suo tempio del Padel risponde alla critiche di Pietrangeli

TREVISO - «Il Padel? Lo sport delle pippe». Ma Adriano Panatta non ci sta. E a Nicola Pietrangeli ricorda: «Attenzione, il purismo del tennis rischia di diventare spocchia». Entrambi romani (anche se Pietrangeli è nato a Tunisi), testardi e talentuosi. Uno ha disegnato infinite traiettorie nel tennis in bianco e nero degli anni 50 e 60, l'altro ha introdotto il tennis a colori con un'eleganza di gesta e movimenti ancor oggi incomparabili. Di sicuro Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta hanno segnato la storia del tennis italiano, a modo loro. Raggiungendo i migliori risultati di sempre: titoli nelle prove del Grande Slam e perfino la storica Coppa Davis del 76, uno come capitano della squadra e l'altro come protagonista in campo. Amici, a volte, anche per necessità. Ma spesso fraternamente nemici. E a più di mezzo secolo dal loro primo incontro, gli Assoluti italiani del 1970 a Bologna, tornano a far parlare di loro con battute, dritti e rovesci stavolta solo verbali.

LA QUERELLE
Nicola Pietrangeli, ospite della trasmissione Estate in diretta in onda su Raiuno, con una serie di stoccate ha smontato la moda del momento definendo il padel, senza troppe perifrasi, un gioco da scarsi. Espressione tranchant, che subito ha voluto smussare: «Sia ben chiaro, è una battuta. È lo sport delle pippe perché permette a tutti di divertirsi. Non c'è dubbio che uno che gioca male a padel si diverte di più di uno che gioca male a tennis. Quindi faccio i complimenti al padel, perché il giocatore scarso di tennis la palla non la tocca mai e non si diverte. Nel padel le distanze sono più brevi». In molti però non hanno preso come una battuta le parole di Pietrangeli. Un po' perché grazie al padel una forbice anagrafica più ampia ha riscoperto il piacere delle racchette, e un po' perché sono in molti a pensare che il padel potrebbe persino sbarcare alle Olimpiadi. Tra questi Adriano Panatta, che vede il gusto per la nuova disciplina crescere vertiginosamente, e non solo sui campi del Racquet Club in Ghirada. «Macchè trionfo delle pippe. Non sono per niente d'accordo con Pietrangeli e non capisco come gli sia venuto in mente di andare a rompere le scatole a quelli che si divertono con il padel, sminuendolo. Poteva farne a meno».


LA REPLICA
Panatta ha poi spiegato che oggi pratica il padel molto più del tennis, e che in ogni caso ha regole proprie e non è certo un tennis minore. Il Panatta pensiero, distillato ad Agi due giorni fa, resta fedele alla prima reazione di pancia. Pur esibendo un'urbanitas all'apparenza non polemica, Adriano rimanda al mittente la battuta in uno scambio di stoccate che storicizzano il rapporto tra i due e hanno dato pepe alle puntate di Una squadra, la serie girata da Domenico Procacci che racconta umori, caratteri e reciproche intolleranze. «Sono sicuro che il padel diventerà presto uno sport olimpico - riprende Panatta - Il padel è uno sport vero, e molto divertente, ha dato vita a un bel movimento ed è molto sociale, sia quando si gioca sia fuori. Non ho mai visto nel mondo del tennis tante chat di giocatori che, con la scusa di organizzare l'appuntamento settimanale, socializzano e scherzano fra loro. Ma soprattutto in campo ci si sente molto meno soli rispetto al tennis». Senza dubbio di più facile accessibilità, più trasversale e più sociale, il padel è promosso a pieni voti dall'Adriano nazionale che all'indirizzo di Er Francia (così era chiamato il tennista di origini abruzzesi ma nato a Tunisi da madre russa) chiude l'argomento con una delle sue leggendarie veroniche: «È un altro sport, chi calca la terra rossa è avvantaggiato, ma neanche troppo. Forse - concede alla fine - il padel è un po' più facile del tennis e i miglioramenti si vedono prima ma ammetterlo non significa esasperare il purismo del tennis. Perché spesso il purismo diventa spocchia e io la spocchia, di qualsiasi tipo, proprio non la sopporto».

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