Un giorno nella trincea della Rianimazione: «Qui non è mai finita»

Domenica 24 Ottobre 2021 di Gabriele Pipia
Il personale in prima linea alla Terapia intensiva centrale di Padova

PADOVA Una porta blu, al terzo piano del monoblocco, per separare la trincea dal resto del mondo. Da un lato la vita e dall’altro la lotta contro la morte. Per rendersi conto davvero di quali conseguenze può portare il nemico invisibile, bisogna affacciarsi qui dentro. Bisogna attraversare i 100 metri del corridoio della Terapia intensiva centrale dell’ospedale di Padova, vedere la sofferenza dei dieci pazienti intubati e guardare dritto negli occhi questi professionisti in camice azzurro che un anno e mezzo fa venivano trattati solo da eroi e oggi vengono spesso bersagliati da insulti. Lottano ogni giorno contro il Covid, ma lottano anche contro quel variegato mondo di No Vax scettici o addirittura negazionisti. «Non è finita, qui non è mai finita. Siamo stanchi ma bisogna andare avanti» sospira Michela Marca, coordinatrice infermieristica di un reparto che da marzo 2020 ad oggi ha preso in cura 375 pazienti colpiti dal virus. Un reparto dove il numero di ricoverati sta riprendendo a salire.

I DATI
Nei due ospedali dell’Azienda (Giustinianeo e Sant’Antonio) i pazienti Covid in cura sono 41 e l’aumento è evidente. Venerdì erano 38, giovedì 33, due settimane fa 31. Un mese fa la curva aveva iniziato a calare ma ora sta salendo di nuovo. Di questi 41 ricoverati, 10 sono in Terapia intensiva: la metà è non vaccinata, gli altri sono vaccinati anziani o comunque colpiti da gravi patologie pregresse. È questo lo scenario nell’area più critica dell’ospedale di Padova mentre in tutta la provincia si registrano 88 nuovi casi di contagio e 1.572 pazienti attualmente positivi. Numeri decisamente più bassi rispetto alle tre ondate tra il 2020 e il 2021. Numeri che però ricordano come la pandemia non sia affatto superata.

I MONITOR
A tenere sotto controllo i pazienti più gravi sono quattro dottoresse sedute al grande bancone centrale della Rianimazione. Davanti a loro gli schermi per inserire i dati dei pazienti, alle loro spalle i monitor che registrano le funzioni vitali e fanno scattare ogni ulteriore campanello d’allarme. È questa la grande “regia” coordinata da Ivo Tiberio, primario nominato a gennaio 2020 e trovatosi un mese dopo al timone di una nave in piena tempesta. Il dottor Tiberio cammina avanti e indietro lungo questo corridoio dove a destra e a sinistra sono stati allestiti sette box isolati con dentro i pazienti colpiti dal Covid. C’è anche una stanza con un doppio letto e qui dentro troviamo la storia più forte di questi giorni: sono ricoverati, sedati e intubati, marito e moglie cinquantenni. Sono entrati assieme due settimane fa: entrambi con gravi problemi respiratori ed entrambi non vaccinati. L’infermiera, che sul camice porta con orgoglio la spilla “Io sono vaccinata”, controlla i parametri e fa una smorfia preoccupata: «Non sono messi bene, speriamo si riprendano. E si convincano».

L’ORGANIZZAZIONE
Nella terapia intensiva centrale, la più grande di Padova, lavorano 114 persone tra medici, infermieri e altri operatori. I posti-letto sono 18 perché oltre ai box per i pazienti Covid troviamo anche una grande sala “open” con i letti uno accanto all’altro. Per ogni letto un monitor, un respiratore, un computer per l’inserimento dei dati. E poi le pompe infusionali, il macchinario per la dialisi, le bombole di ossido nitrico. Sul tavolo ecco siringhe, aghi, cannule e tutto quello che può servire per tenere in vita un paziente.
A mezzogiorno un uomo si alza con le sue gambe e si prepara alle dimissioni. È stravolto, ma sollevato. Medici e macchinari lo hanno salvato e ora lui può iniziare il percorso di fisioterapia. Uscire da questo reparto dopo due settimane non è in ogni caso una passeggiata. Una dottoressa bionda, sandali gialli e sorriso rassicurante, gli mette una mano sulla spalla. «In bocca al lupo per tutto». Lui, sfibrato ma rinfrancato, alza il braccio per dire grazie.

I TIMORI
Un’infermiera esce dal reparto per entrare in una grande sala-riunioni trasformata in un magazzino d’emergenza e racconta: «È difficile trattare con i No Vax e con persone che anche quando entrano qui dentro continuano a negare tutto e dicono che hanno solo un raffreddore. Parlano di cure miracolose da fare a casa, eppure la realtà è che in certe condizioni senza le nostre cure finisce davvero male. C’è gente che non vuole nemmeno i tubi, eppure molti dopo essere stati qui dentro si pentono di aver negato o minimizzato il virus».
L’orgoglio più grande sta nei numeri: «Il tasso di mortalità è sotto il 14%, da luglio ad oggi zero decessi». I ringraziamenti per aver salvato la vita, invece, sono tantissimi. E sono il motore psicologico per presentarsi qui ogni mattina. In trincea.
 

Ultimo aggiornamento: 18:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA