Il nobile pittore e poeta Giovanni Querini Stampalia creatore della Fondazione

Lunedì 9 Agosto 2021 di Alberto Toso Fei
Illustrazione di Matteo Bergamelli

Fu amico del progresso e della cultura, scienziato dilettante e imprenditore accorto, curioso e generoso; permise (e permette tutt'oggi, grazie al suo lascito!) a migliaia di studenti di trascorrere le ore serali in biblioteca, con grande lungimiranza. Ma ebbe anche un carattere ispido, tanto eclettico nel seguire nuove strade e idee quanto restìo ad abbandonare le proprie ragioni. Con esiti anche divertenti, come quando in gioventù chiese che gli venisse pavimentata di tavole metà della camera da letto per esercitarsi nella scherma e ne ricavò un solenne rifiuto da parte della famiglia e in particolar modo della madre, Maria Teresa Lippomanno, con la quale aveva un burrascosissimo rapporto fatto di rivendicazioni miste a slanci di affetto.

Giovanni Querini Stampalia (“Nane”, come era chiamato dai famigliari e da qualche amico, come gli inseparabili Girolamo Grimani e Agostino Sagredo) si lamentò del rifiuto sostenendo che l'esborso non era poi così consistente, considerato come “io non bramo teatri, io non caffè, non divertimenti, non vestiari, non bramo che lo studio, e la quiete”. Fin da giovanissimo fu molto geloso della sua libertà personale: minacciò di lasciare gli studi a Padova se la madre avesse osato accompagnarlo all'Università, così come si era proposta di fare.

Un attaccamento alla sua indipendenza che fu forse uno dei motivi per cui non prese mai moglie, battibeccando anzi col padre Alvise che prima brigò per evitare che si sposasse proprio con la sorella di Girolamo, e poi insistette perché si accasasse, attirandosi gli strali del figlio. La madre arrivò a ricattarlo, destinando nel testamento il suo patrimonio all’eventuale prole legittima di Giovanni o, in mancanza di figli, a un'opera pia. Non servì a fargli cambiare idea.

Bizzoso, eclettico, intelligente, colto, schivo, Giovanni Querini nacque nel palazzo di famiglia a Santa Maria Formosa il 5 maggio 1799; durante la giovinezza scrisse dei componimenti poetici e si dilettò nella pittura e nel disegno. Ma furono la fisica e la scienza il suo vero pallino: allestì in casa un laboratorio scientifico, acquistò libri e macchinari per esperimenti di fisica e iniziò a finanziare generosamente l’Ateneo Veneto e l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. A Parigi comprò diverse apparecchiature, come un microscopio elettrico, che donò all’Ospedale civile di Venezia. Nel 1852 propose al podestà di Venezia Giovanni Correr di eseguire un esperimento di illuminazione elettrica in piazza San Marco. Ne ottenne un rifiuto, e per tutta risposta condusse il test sul terrazzo del suo palazzo (con quanta gioia da parte dei vicini è facile da immaginare).

Nel 1853 divenne presidente dell'Ateneo Veneto, e pagò di tasca propria i restauri per un nuovo gabinetto di lettura, oltre a comprare un numero spropositato di volumi. Intendeva tenere aperte le sale anche oltre gli orari usuali e litigò col Consiglio Accademico. Fu da questa discussione che ebbe l'idea di aprire una biblioteca in un luogo nel quale nessuno avrebbe potuto dirgli cosa fare e cosa no: casa sua. Ecco come nacque la Fondazione Querini Stampalia: con un lascito che prevedette “il gabinetto di lettura nel primo piano del mio palazzo nelle stanze da me abitate”. Non solo: “il Gabinetto di lettura e la Biblioteca rimarranno aperti costantemente in tutti quei giorni ed ore in cui le Biblioteche pubbliche sono chiuse, e la sera specialmente per comodo degli studiosi”.

Divenuto nel frattempo amministratore di un patrimonio molto cospicuo (oltre all'eredità di un paio di zii si unirono ai possedimenti dei Querini anche quelli dei Polcastro, lasciatigli dalla sorella Caterina), si dedicò al miglioramento delle colture di famiglia (e delle condizioni dei contadini) e sviluppò una vera passione per l'allevamento dei bachi da seta: le sue sete, meravigliosamente leggere e pregiate, vinsero diversi premi internazionali.

Di salute cagionevole da sempre, soggetto a febbri che a lungo andare ne avevano indebolito il cuore, morì a Venezia a settant'anni, il 25 maggio 1869. Un suo cugino tentò di mettere le mani sul patrimonio accusando il suo medico e amico Giacinto Namias di averlo drogato con l'oppio, per fortuna senza successo. Il suo busto accoglie ancora oggi, ogni giorno, gli studenti e gli studiosi che varcano la soglia della Fondazione che ne porta il nome.


 

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