Marghera. Fincantieri, a processo 32 persone: «Operai sfruttati per costruire le navi»

Mercoledì 28 Settembre 2022 di Gianluca Amadori
Operai sfruttati da Fincantieri
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MARGHERA - Il cosiddetto metodo Fincantieri finisce sotto processo. La Procura di Venezia ha chiesto il rinvio a giudizio di 32 imputati, accusati a vario titolo di sfruttamento dei lavoratori stranieri impiegati nella costruzione delle navi (articolo 603 bis del codice penale) nonché di corruzione tra privati (articolo 2635 del codice civile) in relazione a somme di denaro e costosi regali che alcune imprese subappaltatrici avrebbero donato a dirigenti e funzionari della società che gestisce i cantieri navali più importanti del Paese e ad un architetto di Costa Crociere in cambio di favori o di nuove commesse. L'udienza preliminare è fissata per il prossimo 24 novembre e in quella occasione la difesa avrà la possibilità di far sentire la propria voce.


I DIRIGENTI

I dipendenti di Fincantieri imputati sono 15: si tratta di Carlo De Marco, 75 anni, di Trieste, Vito Cardella, 46, Palermo, Luca De Rossi, 53, Mira, Andrea Bregante, 45, Genova, Matteo Romeo, 51, Treviso e Mauro Vignoto, 52, Spinea (accusati sia di sfruttamento dei lavoratori che di corruzione); Matteo Amato, 49 anni, Chioggia, Alberto Scarpa, 48, Mira, Michele Bellunato, 50, Mira, Michele Vianello, 49, Chioggia ed Enrico Beltrame, 49, Porto Viro (accusati solo di corruzione). Nei confronti del direttore dello stabilimento di Marghera, Antonio Quintano, 55 anni, di Oriago, è rimasta in piedi soltanto l'accusa di sfruttamento dei lavoratori, mentre l'iniziale ipotesi di corruzione è caduta e la Procura ha chiesto per lui l'archiviazione. Lo stesso vale anche per Francesco Ciaravola, 52, Napoli, Alessandro Ganzit, 44, Udine e Massimo Stefani, 51, Trieste. Di corruzione è accusato anche l'architetto Massimiliano Lo Re, 52 anni, di Costa Crociere.


LE INTERCETTAZIONI
A supporto delle ipotesi d'accusa, il sostituto procuratore Giorgio Gava porta le dichiarazioni di numerosi imprenditori che hanno lavorato in subappalto per Fincantieri (quasi tutti albanesi o del Bangladesh) nonché le confessioni dei consulenti del lavoro Angelo e Bruno Di Corrado (già implicati nel processo al clan dei casalesi di Eraclea) che si occupavano delle buste paga. La Procura fa riferimento anche ad una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali che, secondo gli inquirenti, dimostrerebbero l'esistenza del metodo Fincantieri e la piena consapevolezza da parte di dirigenti e funzionari che imponevano alle ditte subappaltatrici prezzi troppo bassi per realizzare le lavorazioni previste, impossibili da sostenere se non abbassando i compensi agli operai, costretti a turni massacranti. «Le ditte non hanno resa... con le tabelle attuali non riescono a chiudere determinati appalti... o mi saltano finanziariamente o se ne vanno...», commentava uno dei dirigenti, Alessandro Ganzit annunciando di volerne parlare con il creatore delle tabelle al ribasso, indicato in Carlo De Marco.
Secondo la Procura era Fincantieri a fissare il prezzo e solo apparentemente vi era un'offerta da parte di chi doveva svolgere le previste lavorazioni nelle grandi navi in costruzione. I cantieri di Marghera avrebbero approfittato del fatto che le società subappaltatrici non avevano alternative: «Sono senza lavoro, quindi poi vengono per forza», dichiarava al telefono un dirigente Fincantieri.
Un'intercettazione viene inserita nella richiesta di rinvio a giudizio per dimostrare che coloro i quali non accettavano le condizioni di Fincantieri erano destinati a non ricevere più alcuna commessa: «Lo levo via dalla mia lista, per me è scomparso...», annunciava Luca De Rossi, responsabile del Controllo produzione di Marghera.
Alcuni documenti acquisiti nel corso delle indagini, secondo gli inquirenti dimostrano che le commesse venivano assegnate da Fincantieri in assenza di formale ordine per l'esecuzione e soltanto al termine dell'attività le società subappaltatrici venivano rese edotte del valore dell'attività svolta.


LE SOCIETÀ
La Procura chiama in causa anche Fincantieri (azienda pubblica il cui principale azionista è Cassa depositi e prestiti) e altre 13 ditte ai sensi della legge 231 del 2001 che prevede la responsabilità penale delle società che non attuano misure adeguate a prevenire reati commessi dai propri dipendenti. Si tratta di Naval Welding, Venice Group, Gold Bengol, Gazi, Ro Welding, Dieffe Group, Gvek H&S Marine, Carpent Marine, K2, Gma, Shipbuilding Enterprise e S&A. In qualità di parte offesa sono stati individuati 30 operai del Bangladesh che potranno costituirsi parte civile al processo per essere risarciti.
L'inchiesta prese il via nel 2018 con l'arresto di un imprenditore del Bangladesh, Suhag Ali Md, 37 anni, di Mestre, il quale iniziò a collaborare con la Guardia di Finanza; successivamente emersero i presunti atti di corruzione: regali di orologi, computer, vacanze e il versamento di somme comprese tra 500 e 2500 in cambio del rinnovo delle commesse o di favori di altri tipo.

 

Ultimo aggiornamento: 3 Ottobre, 13:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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