L'infettivologa: «Per i vaccinati il Covid è un'influenza. Per gli altri subito le cure»

Sabato 8 Gennaio 2022 di Angela Pederiva
Evelina Tacconelli
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VENEZIA - Premessa della professoressa Evelina Tacconelli: «Parlo solo di quello che mi compete». E con buona pace dei tuttologi da social, alla direttrice della divisione di Malattie infettive dell'Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, nonché consulente di autorità internazionali quali Ecdc e Oms, succede da quasi due anni di curare tutti i giorni ricoverati Covid.

«La mia visuale racconta è quella del medico che ha un solo interesse: ridurre il più possibile la mortalità dei malati, che abbiano ricevuto il vaccino o meno. Ma rispetto all'inizio dell'emergenza, e considerando l'avvento di Omicron, vedo due tipologie di pazienti. Il vaccinato ha una forma simil-influenzale, che coinvolge prevalentemente le vie aeree superiori e che può essere trattata tranquillamente a domicilio, quindi questa è una situazione completamente diversa da quella di mesi fa. Il non vaccinato, invece, ha lo stesso identico quadro di allora: mediamente è un cinquantenne che, magari affetto da un semplice diabete, arriva in ospedale in condizioni gravi e in tre giorni finisce in Terapia intensiva».


IL COMPORTAMENTO

Ecco dunque l'elemento che deve determinare il comportamento personale di fronte a sintomi come febbre, mal di testa, tosse: la profilassi. «Se il soggetto è vaccinato e non ha fattori di rischio, come obesità, diabete scompensato, patologie oncologiche, cardiopatie, insufficienza renale, possono bastare il riposo, l'assunzione di ibuprofene o paracetamolo, nonché l'utilizzo del saturimetro tre volte al giorno da seduti: se il livello va dal 94% in su, non c'è niente da temere. Se invece la persona non è vaccinata, o presenta fattori di rischio, deve fare il tampone entro 5 giorni e in caso di positività contattare subito il proprio medico di base, affinché possa inserire il suo nominativo nella piattaforma che permette ai centri provinciali di valutare le terapie precoci. In questo modo il paziente viene preso in carico a livello ambulatoriale, ma possono anche essere allertate le Usca per un intervento dei sanitari nell'abitazione o nella casa di riposo».


LE OPZIONI

Sono tre le opzioni disponibili. Innanzi tutto ci sono gli anticorpi monoclonali e quelli autorizzati sono tre: casirivimab-imdevimab, regdanvimab e sotrovimab, che vengono infusi nel sangue in ospedale. Poi c'è la nuova pillola anti-Covid denominata molnupiravir, la cui somministrazione è cominciata in Veneto ieri, dopo che alle farmacie ospedaliere sono state consegnate 1.440 confezioni da 40 compresse ciascuna. «Ne vanno assunte 4 al giorno per 5 giorni spiega Tacconelli con effetti collaterali molto lievi, come cefalea e disturbi gastrointestinali. Gli studi hanno dimostrato un dimezzamento del rischio di ricovero e mortalità. Dunque questa pasticca non è la panacea del Covid, ma il suo impatto è enorme». In alternativa c'è l'utilizzo dell'antivirale remdesivir, già impiegato all'inizio dell'emergenza, ma ora ritarato su una tripla somministrazione fra dose d'attacco il primo giorno e mezza dose il secondo e il terzo. «Una ricerca in Gran Bretagna annota l'esperta ha dimostrato una riduzione del rischio pari all'88%».
Altri farmaci sono poi in arrivo sul mercato, annuncia la professoressa Tacconelli: «Da una parte un nuovo antivirale che è un'associazione di ritonavir e nirmatrevir, con 3 compresse due volte al giorno per 5 giorni. Dall'altra un nuovo anticorpo monoclonale long acting, cioè capace di durare fino a 12 mesi anziché 2 o 3. Tutte queste armi a nostra posizione mi fanno guardare con relativa serenità alla gestione clinica del Covid. Rispetto anche solo a sei mesi fa, questo è un altro mondo». Da allora la scienza, e di conseguenza l'industria farmaceutica, hanno infatti compiuto notevoli passi in avanti. «A chi mi parla di ivermectina e idrossiclorochina aggiunge l'infettivologa, riferendosi alle cure molto propagandate sui social rispondo che gli studi ne hanno dimostrato l'inutilità se non addirittura la dannosità. Da medico non posso che basarmi sulle evidenze scientifiche, prima di confrontarmi con i miei pazienti sulle terapie più opportune. Contano i dati verificati, non certo quello che uno pensa o che ha letto su Facebook...».


LA POLITICA

Ma le istituzioni sanno tenere il passo della scienza? Risponde la professoressa Tacconelli: «La mia opinione personale, e come tale soggetta a critica, è che in questo momento non ci sia a livello politico un approccio calibrato sulla situazione attuale, bensì su quella precedente. Secondo me va ripensata l'organizzazione del controllo del Covid: il contact tracing non è pensabile qui e oggi come con tre casi in Cina, la riorganizzazione degli ospedali non può più basarsi sul numero dei positivi e sul numero fittizio dei letti attivabili, la definizione di caso deve riferirsi a chi ha la malattia Covid e non a chi ha un semplice tampone positivo. Altrimenti in due mesi la sanità crolla e il Paese si paralizza».


 

Ultimo aggiornamento: 16:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA