SuperDino compie 70 anni «Io, campione razza Piave»

Venerdì 17 Gennaio 2020 di Maurizio Ferin
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BELLUNO - Per la sua foto identificativa di WhatsApp, Dino Meneghin non ha scelto un'immagine di pallacanestro o della famiglia. Sull'applicazione dei messaggi, collegate al suo numero ci sono le Dolomiti. In particolare, l'inconfondibile profilo degli Spalti di Toro, uno spettacolo eccezionale, sopra la sua Domegge, quello che si può ammirare dal Rifugio Padova. «Per me Dolomiti vuol dire famiglia», spiega al telefono, con la cortesia consueta quando concede interviste.
E in questi giorni lo chiamano in tanti, perché domani si celebra un compleanno speciale, il settantesimo di superDino: il 18 gennaio 1950 infatti nasceva il più grande giocatore di basket che l'Italia abbia mai avuto. Nasceva nell'estremo lembo della provincia di Belluno, ad Alano di Piave, zona del Basso Feltrino, «anche se il paesino dove abitavo con la famiglia era Fener». Nel 2008 Alano di Piave organizzò una cerimonia e lo ebbe ospite in municipio, per omaggiare il più illustre dei concittadini e consegnargli le chiavi della cittadina. «A Fener ho vissuto fino a 6 anni, là ho fatto la prima elementare. Mi vengono in mente i giochi in riva al Piave, in due minuti si percorreva l'intero paese, era piccolo. Allora scendevamo al fiume, costruivamo le capanne con i legni».
La storia di Meneghin nasce in Veneto, anche se poi il suo mito sportivo è stato modellato tra Varese, Milano, Trieste e ancora Milano. E la maglia azzurra, quattro Olimpiadi, un'infinità di medaglie, scudetti, coppe campioni. «Le gambe però me le sono fatte con le camminate in montagna. Partivamo da Lozzo di Cadore per arrivare proprio al rifugio Padova. Ho tanti amici ancora a Domegge, per me vuol dire casa e in una certa misura lo è ancora, perché c'era la casa dei nonni e tuttora ci vivono mia zia e i cugini. Purtroppo riesco a tornarci poco, in genere a giugno».
L'importanza delle radici, anche per un gigante di 2 metri e 4 centimetri, porta al continuo recupero nella memoria di papà Bepi, zio Mario, i volti e lo spirito di questi cadorini che Dino continua a onorare con il torneo internazionale per nazionali Under 20 che porta proprio a Domegge, ogni inizio estate, da vent'anni, Ci sono passati giocatori che come Meneghin hanno fatto la storia del gioco (Tony Parker, Pau Gasol). «Per me è un modo di tornare indietro, respirare quell'aria fa bene».
Spesso per far capire di che pasta fosse fatto, si è parlato di Meneghin come esponente della razza Piave: fa piacere?
«Sì, è un riferimento che mi piace. Razza Piave indica un simbolo di forza, dedizione, coraggio. Robe da vecio alpin».
Cosa rappresenta questo settantesimo compleanno?
«Sinceramente non ho mai fatto caso al passare degli anni. Farò finta di niente...».
Magari una bella festa?
«Una cosa normale. Non faremo fuochi d'artificio. Certo, so che non ho più 20 anni».
A 70 anni resta sempre la curiosità per ciò che ci circonda?
«Sì, la curiosità resta sempre. A parte l'Africa, ho visto quasi tutto il mondo e pochi luoghi mi sorprendono ormai. Però c'è sempre il piacere di andare in giro, di vedere e incontrare persone».
La vita di Dino Meneghin è la pallacanestro. A 16 anni l'esordio in serie A: cosa si può dire a un giovane che capisce di poter diventare forte?
«Prima cosa: conta la scelta dello sport, bisogna capire qual è quello giusto. Lo scegli perché ti piace e ti intriga. La prima convocazione in serie A, i primi riconoscimenti importanti costituiscono la benzina, danno nuovi stimoli perché ti mettono a contatto con i più forti. E allora devi essere come una spugna, ascoltare i consigli, guardare».
Rubare con gli occhi, imparare.
«È molto importante avere buoni allenatori. Ti devono insegnare la tecnica, certo, ma ti devono trasmettere anche la voglia di continuare. Sapendo che c'è sempre qualcuno più bravo. Mai sentirsi arrivato».
Il famoso carattere di Dino Meneghin.
«Non ho mai voluto fare brutte figure. Se prendevo delle batoste, mica buttavo via le scarpe da basket. Avevo più voglia di prima. Chi si accontenta, non è vero che gode. Ho vinto tanto, ho perso tanto. È una lotta. Giorno per giorno. Come la vita».
Meneghin e la Nba, il campionato professionistico americano. Se n'è parlato tante volte, come di un'opportunità solo sfiorata. Ma con chi sarebbe stato bello giocare? Magic, Bird, Curry, Lebron?
«Chiunque aspira alla Nba, è il paradiso della pallacanestro. Credo sia un'esperienza di vita eccezionale, sono strafelice per chi c'è stato o ci gioca adesso. Prima di tutto, è una soddisfazione essere scelti dalla Nba. Quando rinasco, ci provo di nuovo».
A 70 anni si guarda indietro, alle proprie esperienze. Quelle sportive non necessariamente sono legate alle vittorie.
«Sono legato alla prima medaglia importante con la nazionale, il bronzo agli Europei non ricordo se del 1971 o del 73 (erano gli Europei 1971 in Germania ovest: oro Unione Sovietica, argento Jugoslavia, bronzo per gli azzurri, ndr). Un risultato straordinario».
E le Olimpiadi?
«Ne ho giocate 4, dal 1972 al 1984. Ricordo bene le prime. Monaco 1972. Una sorpresa a ogni angolo del villaggio olimpico. Sono stati gli ultimi Giochi vissuti senza scorte, militari e metal detector, poi è cambiato il clima. Le Olimpiadi fino ad allora erano vissute come un'oasi felice, ai tempi degli antichi Greci si fermavano le guerre durante i Giochi. L'attacco terroristico agli israeliani, nel 1972, fu un colpo allo stomaco e fece cambiare ogni cosa».
E le esperienze oltre lo sport? In 70 anni quali sono state le più importanti?
«L'amicizia con i compagni di squadra. La nascita di mio figlio Andrea e quando ho conosciuto Caterina, la mia attuale moglie. E sempre la famiglia. Padre, madre, fratelli. Il mio punto di riferimento».
Chissà quante volte una persona di eccezionale carisma come Dino Meneghin avrà ricevuto proposte dalla politica.
«In realtà è accaduto una volta sola, nel 1984. Il dottor Gabetti, allora proprietario dell'Olimpia Milano, si era candidato per il Partito social democratico (Psdi) e mi chiese di dargli una mano. E allora mi candidaii anch'io, per le elezioni europee. Presi migliaia di voti, probabilmente tutti dei tifosi di Milano... Fu un'esperienza che non ripeterò mai più».
Parliamo di Dino Meneghin padre. In campo contro il figlio Andrea, altro grande campione. Avete avuto il coraggio di affrontare pubblicamente, in alcune interviste, un rapporto che non è stato sempre bello.
«In 70 anni impari che non c'è il tempo per tutto. Col senno di poi, posso dire che avevo la testa troppo impegnata nella pallacanestro per dare a mio figlio Andrea ciò di cui aveva bisogno. I campionati, le coppe, la nazionale: ero via quasi sempre».
Poi le cose sono migliorate.
«Quando Andrea era in nazionale e io ero tra i dirigenti abbiamo condiviso molti mesi insieme e la grande vittoria degli Europei del 1999 (sono nella storia le foto e le immagini emozionanti dell'abbraccio tra i due Meneghin in Francia, ndr). Il rapporto è migliorato poi facendo il nonno di Carlotta e Francesca, 7 e 5 anni, le figlie di Andrea».
Fanno sport?
«Nuoto, per imparare. A Varese invece ho un pronipote, Mattia, che gioca a pallacanestro».
È un Meneghin?
«Sì, ha 8 anni, promette bene». La storia continua. E domani («non prima, porta sfortuna») potremo fargli gli auguri.
Maurizio Ferin

     Ultimo aggiornamento: 12:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA