L'Italia del rugby vinceva di più con il campionato. Il modello Celtic/Urc finora ha fallito

Lunedì 18 Dicembre 2023 di Ivan Malfatto
Marzio Innocenti presidente Fir e Amerino Zatta presidente del Benetton firmato il rinnovo della licenza in Urc fino al 2028

ROVIGO - L’Italia del rugby dell’era Celtic/Urc è meno vincente di quella che giocava il suo campionato. È il clamoroso esito dell’analisi dei numeri.

Freddi e da interpretare, però mai bugiardi.

Nei primi 12 tornei Sei Nazioni della storia azzurra, quando i nazionali giocavano il campionato di Serie A o il Super 10, la Nazionale ha conquistato 8 vittorie e un pareggio su 60 partite giocate. Percentuale di risultati utili il 15%. Cucchiai di legno 4. Nei successivi 12 Sei Nazioni, con il meglio concentrato in Celtic/Urc, le vittorie sono state solo 6 su 60 gare. Percentuale di risultati utili 10%. Cucchiai di legno 8, aggravati dalla serie record di 36 sconfitte consecutive. Il torneo 2011 va considerato fra i primi 12, perché cade a meta della prima stagione di Celtic, quando la Nazionale è ancora figlia del campionato.

La “Rivoluzione Celtic” è stata realizzata con l’obiettivo di far vincere di più l’Italia, soprattutto nel Sei Nazioni, la gallina dalle uova d’oro del nostro rugby per introiti economici, prestigio internazionale e progressi tecnici assicurati. Secondo questi numeri ha ottenuto invece l’effetto contrario. Allora cosa l’abbiamo fatta a fare? I dati dicono che è stata un fallimento rispetto a quanto c’era prima, o perlomeno un’incompiuta. Lo confermano i risultati della Coppa del mondo, identici prima e dopo l’ingresso in Celtic/Urc: nessuna qualificazione ai quarti e pesanti ko con le big, gli ultimi 96-17 e 60-7 con All Blacks e Francia.

RIVOLUZIONE CELTIC
L’analisi è di attualità nella settimana in cui la Federazione italiana rugby ha annunciato il rinnovo delle licenze di Urc fino al 2028 a Benetton e Zebre. Due club puri di fatto, non due franchigie al vertice di una filiera di società del territorio, com’era nelle intenzioni della “rivoluzione”. Incompiuta (o fallita) anche qui, finora. In conferenza stampa di Treviso è stato detto: «Abbiamo voluto rinnovare (le licenze a Benetton e Zebre, ndr) per chiarire a tutti che questo è il modello che la federazione ritiene necessario per il futuro del rugby italiano». Un modello costruito dalle presidenze Dondi e Gavazzi nella continuità politica, confermato ora dalla presidenza di Marzio Innocenti, vincitore delle elezioni come esponente della discontinuità con i predecessori.

In effetti oggi tornare al campionato di punto in bianco, è improponibile. Sarebbe un suicidio, “el tàcon sarebbe pézo del bùso” per il rugby italiano. Dopo tanti anni di modello federale verticistico intorno si è fatto il deserto, o quasi. Realtà storiche sono sparite, altre arrancano. In Europa fatica già a fare risultati il Benetton, l’unico club che funziona: in Urc 2 play-off (considerando il 7° posto 2013) in 13 edizioni, in Challenge 2 qualificazioni solo da quando è cambiata formula introducendo gli ottavi. Le Zebre sono una comparsa. Farvi approdare Petrarca, Rovigo, Valorugby o Colorno, le semifinaliste del campionato 2023, sarebbe ancora peggio, perchè non sono attrezzate.

Il modello quindi deve restare questo, per forza e per ora. Ma bisogna impostarne uno diverso per il futuro. Che faccia crescere anche chi c’è sotto il livello del “mostro a due teste”, come l’ha chiamato in maniera colorita ma efficace il presidente della FemiCz Rovigo Francesco Zambelli. È doveroso rendersi conto che finora questo modello avrà portato sì qualche beneficio, ma non è stato vincente (i risultati dell’Italia) e non ha prodotto lo sviluppo della base (le condizioni del movimento).

È una questione di onestà intellettuale ammetterlo. Non va venduta agli appassionati un’immagine edulcorata, parzialmente reale, o peggio ancora falsa, della “rivoluzione Celtic” e del povero campionato italiano.
 

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