Dagli aerei ai cosmetici, la storia di Giuseppe Maria Voltolina

Lunedì 14 Giugno 2021 di Edoardo Pittalis
Giuseppe Maria Voltolina
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MESTRE - Questa è la storia di un pilota militare con diecimila ore di volo tra aerei e elicotteri. Che ha trasportato un Papa e un Presidente della Repubblica. Che un giorno in un angolo del Marocco, quasi dove finisce il deserto, ha scoperto l'olio d'argan e primo in Italia lo ha importato. Oggi ha una fabbrica di cosmetici alle porte di Mestre: dalla Voltolina Cosmetici di Olmo di Martellago, un milione di fatturato, escono 50 mila prodotti all'anno, a base di olio d'argan. Nel tempo del Covid ha convertito la produzione in gel igienizzante, ha importato termometri laser e saturimetri. Ha donato cinquemila confezioni di creme per le mani al personale degli ospedali. 
Questa è la storia di Giuseppe Voltolina, undicesimo di quindici fratelli. I genitori, religiosissimi, al nome di ogni figlio aggiungevano Maria, così lui all'anagrafe è registrato Giuseppe Maria, nato a Venezia 75 anni fa. 


Come era la vita a Venezia tra guerra e dopoguerra per una famiglia così numerosa?
«La nostra era una famiglia incredibile, mia madre era di origine austriaca, conservo la carta intestata di un bisnonno che per la sua azienda aveva il telefono numero 191. Lavorava il ferro e durante la Grande Guerra faceva cannoni. Mio padre era un imprenditore con 300 ettari di valli da pesca a Comacchio, le anguille rappresentavano il reddito principale. Eravamo otto fratelli e sette sorelle e abbiamo avuto una bella infanzia a Cannaregio, in Fondamenta Nuove. Avevamo una casa come si usava a Venezia, dal piano terra all'altana che era al terzo piano ed era la cosa più bella. Noi ragazzi correvamo al patronato dei Gesuiti dove c'erano il campo di pallacanestro e quello di calcio. Andavamo tutti a scuola perché mio padre diceva che lo studio era il futuro di una famiglia. Ho una sorella medico, un'altra insegnante di lingue, le donne in casa erano più brave a scuola dei maschietti che sono diventati tutti imprenditori».


Quando la famiglia si è trasferita in terraferma?
«Nessuno ha seguito il lavoro di mio padre: la grande piena del 1951 che ha devastato il Polesine ha causato gravissimi danni all'allevamento e altri si sono aggiunti con la piena del 1958. Erano terreni demaniali concessi per 90 anni, quando il mare si è mangiato la terra nemmeno lo Stato riusciva a fermare la forza dell'acqua. Così siamo arrivati a Mestre. A quel punto il problema per noi figli era quello del posto fisso. Preso il diploma di ragioniere, dovevo fare il militare, mi avevano detto che sarei stato arruolato nei Granatieri di Sardegna, credevo di dover andare nell'isola e ho fatto domanda per allievo ufficiale in Aeronautica. Non avevo mai volato, non avevo neanche la passione, ho fatto il pilota per non fare il granatiere. Il primo agosto del 1966 sono entrato in Accademia a Pozzuoli, sei anni di pilota militare, come ufficiale. Poi ho fatto domanda per entrare in Alitalia, mi avevano assunto ma la crisi petrolifera del '72, quella che in Italia ha portato l'austerity, ha bloccato tutto. Avevo fatto anche il pilota di elicotteri, così sono andato a lavorare per una società che serviva le compagnie petrolifere. Era il momento in cui il petrolio era salito a 100 dollari al barile e quindi anche l'estrazione in mare diventava conveniente. Dove andava l'Agip andava anche il mio elicottero. L'ho fatto per 22 anni di fila, 3 mila ore di volo in aereo e 6500 ore con l'elicottero: portavo gli operai sulle piattaforme, anche 60 atterraggi al giorno».


Ci sono stati momenti drammatici?
«Gli aeroplani militari erano vecchi, ce li avevamo regalati gli americani, venivano dalla guerra di Corea. Volare col C119 qualche rischio lo comportava, abbiamo fatto più di un atterraggio di emergenza. Niente di drammatico, anzi ricordo un bellissimo e lungo viaggio da Pisa all'Algeria, i nostri passeggeri erano tutti generali e ambasciatori di vari paesi. La sera eravamo sempre ospiti nelle ambasciate: avevo 22 anni, ho imparato tante cose di un mondo che non conoscevo, dal baciamani alla divisa di gala. In elicottero ricordo, invece, con terrore una notte a Trapani, sotto la tempesta, la piattaforma di perforazione a Pantelleria aveva rotto le ancore e andava verso le isole con 85 persone sopra. Sono piattaforme alte, pesanti, i rimorchiatori non riuscivano a tenerle lontane dall'isola. Con l'elicottero siamo riusciti a mettere in salvo tutti. Due giorni dopo il mare si è calmato, i rimorchiatori hanno riportato le piattaforme al loro posto».


Ha accompagnato in volo autorità dello Stato?
«Nel 1968 da Pratica di Mare ho portato in elicottero il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, poi sono andato a riprenderlo a Palermo: doveva visitare i luoghi colpiti dal gravissimo terremoto della valle del Belice. Trasportavo anche il presidente del Consiglio Emilio Colombo che ogni sabato andava a Ischia per rientrare la domenica sera. Quando c'è stato da portare il Papa da Milano ad Assisi l'unico elicottero attrezzato era quello dell'Agip, così oltre al Presidente della Repubblica, ho avuto come passeggero anche un Papa».


E dopo trent'anni in volo?
«Ho aperto un'agenzia di viaggi a Treviso in società ed è andata benissimo fino a quando con Internet e il low cost il mondo delle agenzie è scivolato: avevamo 11 dipendenti, 10 miliardi di lire di fatturato. Ma a volte quando si chiude una porta si apre un portone, è stato allora che ho scoperto l'olio di argan. Vado a trovare due fratelli che vivono in Marocco e dalla gente sento parlare di questo olio di argan che ha grandi qualità per la cura della pelle. Mia moglie allora aveva problemi di psoriasi e nessuna medicina era riuscita a lenire il forte prurito; sono tornato a casa con un paio di bottiglie e dopo una settimana lei si è accorta di star meglio. In Francia c'erano 38 aziende che importavano l'olio di argan e in Italia nessuno lo conosceva. Adesso si celebra la giornata mondiale dell'olio di argan, hanno aderito 119 Paesi».


Olio di argan: di che cosa si tratta?
«L'argan è una pianta che nasce solo a sud del Marocco, somiglia a un brutto olivo, si chiama arganiaspinosa perché è più spinosa delle rose. Tra luglio e agosto i frutti cadono e li raccolgono nei sacchi, tutta la regione vive grazie all'argan. La parte esterna viene servita alle capre che ne sono ghiotte. Il seme spremuto è usato per curare il colesterolo; l'olio che se ne ricava serve per la cosmesi. Profuma di mandorlo, è molto costoso. In Marocco l'olio di argan lo fanno le donne, rompono ancora i noccioli con un sasso, sedute per terra, macinano con macchine tipo il vecchio macinino da caffè. In Marocco ho preso contatto con una cooperativa femminile, c'è anche la scuola, ci lavorano solo donne con figli, spesso divorziate: ho fatto il primo ordine di 300 litri, in Italia al Ministero della Sanità volevano sapere cosa fosse. Da 16 anni lavoro con la stessa cooperativa. Con le mie prime bottiglie sono andato alla Fiera di Bologna, alla più grande rassegna cosmetica internazionale, e da quel momento ho fatto tutte le fiere. Prima della pandemia sono stato a Tokyo e Hong Kong. A Tokyo abbiamo un'agenzia, vendiamo bene in Corea, in Germania, in Spagna. Lavoriamo in farmacia, in erboristeria e anche nei centri estetici. Con le riaperture sono riprese le richieste di prodotti per l'estate».


Ha più volato?
«No, volare è una cosa seria, richiede controlli medici e aggiornamento. Ho fatto il pilota per trent'anni, ora non mi avventuro. Sono un ottimo passeggero, sto per partire per il Marocco e anche per la Nuova Zelanda dove vive uno dei miei figli; l'altro figlio lavora con me. Sto per diventare per la seconda volta nonno».

Ultimo aggiornamento: 17:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA