Riecco Chuck Jura, Mestre riabbraccia il suo "Sceriffo"

Lunedì 3 Ottobre 2022 di Stefano Babato
Riecco Chuck Jura, Mestre riabbraccia il suo "Sceriffo"

MESTRE  - Sono riuscito a stringergli la mano e non me la sono lavata per una settimana. Vabbè... è una battuta. Ma se vi dico che è successo davvero ci credete? Eh sì perchè Chuck Jura, nei primi anni 80, nella mente dei tifosi mestrini occupava un posto molto vicino alla destra del Padre. Detta così può suonare blasfemo ma in realtà è solo la proiezione al passato di una passione, per il basket, che mescolava tanto sacro e poco profano. Ora la cosa farà pure sorridere, ma allora funzionava così ed era normalissimo. Andare al palasport non era una modo per svagarsi, per divertirsi, per trascorrere una domenica di relax. Caso mai era un rito irrinunciabile dove la linea che separava la sofferenza dal piacere era sempre labile. E d'altronde di leggero a Mestre, in quegli anni, c'era ben poco.
Lo sceriffo del Nebraska, nato a Schuyler il 28 marzo 1950, ci arrivò se non per caso, almeno in circostanze rocambolesche quando nell'estate del 1980, Pieraldo Celada lo soffiò senza se e senza ma alla Reyer che si consolò dello scippo portando a Venezia Spencer Haywood. Che è un po' come se oggi una squadra di A2 italiana (perchè allora Superga e Carrera militavano in A2) riuscisse a prendere, che ne so, Jayson Tatum o Joel Embiid. Questo per dire l'appeal che aveva il basket italiano quarant'anni fa.

BLITZ

Celada allora fu molto persuasivo e doveva per forza esserlo visto che Jura di fatto era già in parola, o almeno mezza, con la Reyer di Carrain. Per convincerlo a saltare al di là del ponte, l'allora presidente della Superga scelse la strada più pratica. Prese una valigetta, la riempì di dollari, salì sulla sua inseparabile Mercedes e raggiunse in un amen Lugano, in Svizzera, dove lo sceriffo aveva messo su casa dopo aver lasciato Milano (sponda Mobilquattro, Xerox) dove dal 1972 al 1979 scrisse delle pagine di basket a dir poco memorabili.
Un blitz in piena regola. Celada aprì la valigetta, due parole e Chuck Jura fece armi e bagagli raggiungendo Mestre. Due stagioni 1980-81 (Superga) e 1981-82 (Jesus) firmate in lungo e in largo dallo sceriffo prima con l'immediato ritorno in A1 e poi con la salvezza raggiunta la stagione seguente sempre in coppia con John Brown. Sicuramente il picco a livello qualititivo e tecnico raggiunto dal Basket Mestre nella sua lunga e in qualche modo travagliata storia. Due stagioni indimenticabili come l'abbraccio, non ideale ma reale, che i tifosi hanno dato l'altra sera ai Pini a Jura che ha accolto l'invito della società guidata dal presidente Feliziani prima di tornare in Florida, a Daytona Beach dove vive con la famiglia.
«Tornare a Mestre è stato fantastico - dice lo sceriffo in un italiano sicuramente migliore di quello di Dan Peterson - A distanza di 42 anni sento lo stesso calore da parte dei tifosi. Insomma è bellissimo. Qui ho tanti ricordi. Due stagioni meravigliose, i derby vinti contro la Reyer. Indimenticabile quello con la Superga. Quel giorno al Taliercio c'erano credo 6000 tifosi, non so come siano entrati e soprattutto come potevano starci. Non c'era un solo centimetro libero. Erano uno sopra l'altro».
Fondamentali clamorosi, un uso del piede perno enciclopedico, uso indifferente della mano destra e sinistra e soprattutto un senso del tempo nel rilascio della palla che faceva di Chuck Jura un giocatore immarcabile. Sarebbe così anche nel basket attuale?
«Assolutamente no. Non avrei senso adesso. Ma non mi riferisco all'aspetto tecnico. La verità è che non esistono più giocatori come me perchè centri che costruiscono gioco e basket sotto canestro non ce ne sono più. Ora i lunghi giocano solo pick'n roll e pick'n pop. Guardo l'Nba e l'unico che in qualche modo mi assomiglia è Jokic e forse qualcuno in Eurolega. Per il resto ben pochi sanno giocare spalle a canestro. Semplicemente non è un ruolo più contemplato, è in via di estinzione. Un peccato. Le gomitate per attaccare il ferro non le fa più nessuno. Ora solo gran corse e gran salti».
E Jura di gomitate ne prendeva parecchie...
«Quello è sicuro. Nessuno ti regalava niente. In quegli anni in Italia il livello era molto alto. C'erano giocatori che pur di non farti segnare ti piazzavano i gomiti in faccia come faceva Kenney (ndr l'indimenticabile rosso di Milano). E Meneghin ne sa qualcosa visto che un giorno ci lasciò il naso per una gomitata di Kenney».

IL CASO
Torniano a Mestre. No money, no play. E' vero che al Taliercio a pochi minuti dall'inizio della partita vi eravate rifiutati di entrare in campo perchè non avevate ricevuto l'assegno mensile da Pieraldo Celada?
«Verissimo. Mancava poco all'inizio dl match. E i soldi non erano ancora arrivati. Celada entra in spogliatoio e John (ndr Brown) dice io non gioco. E io a quel punto lo seguo. Momento di panico. Celada a quel punto cosa fa? Va al botteghino e prende tutti i soldi dell'incasso che allora erano in lire. Ritorna di corsa con una borsa piena di banconote e ce le distribuisce. La settimana dopo le ho portate in banca, a Lugano. Poi non è più successo. Tutto ok».
Accanto a Jura annuiscono Luciano Bosio e Franz Arrigoni, anche loro protagonisti in quegli anni, e i ricordi inevitabilmente fioccano.

COACH MANGANO

Il rapporto con il compianto Massimo Mangano? Il coach di quella Superga e di quella Jesus?
«Era un buon allenatore, a volte un po' troppo emotivo. Ma quella era la sua indole. Con la Jesus in A1 nel girone d'andata andavamo maluccio. Non eravamo in coda, ma quasi. Insomma non c'era un clima sereno. Durante un allenamento Mangano si arrabbiò molto e si mise a urlare. Non mi seguite più? Bene, allora fate come volete. Arrangiatevi. Lo prendemmo alla lettera. Da quel giorno di partite ne perdemmo davvero poche chiudendo a un passo dai playoff. Ma detto questo, Massimo era un buon coach».

A proposito di coach. Chi ha influito maggiormente a livello tecnico per la crescita di Jura?
«Direi Riccardo Sales, ho un ottimo ricordo. Tecnicamente era molto bravo. Insegnava realmente basket. Poi anche Dido Guerrieri a Milano. Lui era più un filosofo e quindi codificava il basket a modo suo. Ma era efficace e si faceva amare».

Con l'Nba non è mai scoccata la scintilla?
«Potevo giocarci, l'occasione l'ho avuta ma ho preferito percorrere altre strade». E l'Italia ringrazia sentitamente. Perchè veder giocare Chuck Jura, per chi ha avuto questa fortuna, era come farsi un grande regalo. E quando lo scartavi sapevi che dentro c'era sempre qualcosa di prezioso».
 

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