Lotta al Covid, Benazzi: "L'unica strada è il vaccino, ne usciremo ad aprile"

Lunedì 21 Dicembre 2020 di Giuliano Pavan
Francesco Benazzi, il direttore generale dell'Usl 2 della Marca in visita al covid point di Treviso

Restrizioni, appelli al buon senso, misure di protezione e varchi nei centri storici. Ma non basta. Il Covid corre. E contagia più del previsto. La pandemia è stata sì rallentata, ma per uscirne servirà ancora tempo. In uno scenario emergenziale, soprattutto per il Veneto con Treviso stabile da mesi nella graduatoria delle città più colpite, l’unica via d’uscita sembra essere il vaccino. Fra poco si inizia. E nel giro di quattro mesi, come sottolinea il direttore generale dell’Usl 2, Francesco Benazzi, il Covid potrebbe trasformarsi da incubo a ricordo. 
Dottor Benazzi, quando sarà davvero efficace il vaccino per sconfiggere la pandemia?
«Credo che per aprile ne saremo fuori. Il 27 dicembre partiremo con i primi vaccini, tre settimane più tardi ci sarà il richiamo. Il grosso poi verrà fatto a gennaio e febbraio. È il primo passo per tornare alla normalità e sconfiggere questa pandemia. Noi siamo pronti: abbiamo la catena del freddo, le truppe per le punture, le siringhe». 
Quali saranno i criteri?
«I primi a vaccinarsi saranno gli operatori sanitari e le persone più fragili. Leviamo dal gioco insomma i più vulnerabili al contagio. Poi toccherà ad esempio ai medici di famiglia, agli over 75, ai dipendenti pubblici e agli autisti. Insomma a quelle categorie che potrebbero essere veicolo di contagio e legate ai servizi essenziali». 
Ma i benefici quando si vedranno in concreto?
«Vaccinata la fetta di popolazione più a rischio, vedremo che contagi e ricoveri saranno drasticamente calati. E saremo di fatto fuori dall’emergenza. Ad aprile assolutamente sì». 
Cosa comporta l’arrivo dell’influenza stagionale in un contesto già così saturo?
«In realtà abbiamo già qualche caso di influenza nei nostri ospedali. Per fortuna tanti si sono vaccinati rispetto all’anno scorso: siamo passati da poco più del 50% a quasi il 74%. E quindi chi la prende può gestirla tranquillamente a casa. È anche vero che le norme anti–Covid come l’uso delle mascherine, il distanziamento e l’igienizzazione delle mani ha contribuito non poco a combattere anche l’influenza». 
Dopo l’estate si attendeva una recrudescenza così massiccia del Covid?
«Così massiccia proprio no. Evidentemente il virus è stato sottovalutato. Dai dati che avevamo c’è stata, da maggio in poi, una netta flessione dei contagi. Un ritorno di queste dimensioni non era prevedibile, né da parte nostra né da chi ha analizzato l’andamento della pandemia».
Come giudica lo scenario attuale e cose dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane?
«Siamo ancora in una situazione emergenziale perché il Covid ha aumentato la sua virulenza. Fare 6mila tamponi al giorno permette di scovare più positivi, ed è quello che vogliamo per bloccare i contagi dagli asintomatici che possono infettare le persone più a rischio come i diabetici, gli ipertesi o gli obesi. Va detto che il virus è anche mutato, come accaduto in Inghilterra. La strada vera per vincerlo, ripeto, è il vaccino». 
Le misure restrittive fino al 6 gennaio andavano prese prima? 
«Secondo me no. Abbiamo sempre avuto un indice di contagio molto basso, non si poteva prevedere il rischio. È chiaro che le norme restrittive portano a dei risultati, ad abbassare la curva».
Quanto hanno inciso i comportamenti delle persone sulla diffusione del Covid?
«Non la butto la croce addosso a nessuno. Conosco persone a me care che sono state sempre molto scrupolose e che si sono ammalate ugualmente. Da parte nostra continuiamo a creare coscienza civica per rispettare le regole. Aver chiuso le scuole, ad esempio, ha portato risultati».
Le case di riposo sono state le più colpite, qual è stato il corto circuito?
«Nessun corto circuito. Anzi, le strutture hanno lavorato benissimo, isolando ospiti e operatori. Il virus entra nelle rsa come nelle abitazioni. Su questo fronte non ci sono colpe. E poi a gennaio, con l’assunzione di 400 infermieri (200 per gli ospedali, gli altri per le rsa, ndr) le cose andranno meglio ovunque».

 

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