Michele De Agostini, capitano dei ramarri: «Ho cominciato in giardino con papà»

Lunedì 13 Gennaio 2020 di Pier Paolo Simonato
Il capitano del Pordenone, Michele De Agostini, è il simbolo della tenacia dei ramarri

PORDENONE La serie cadetta è piena di fenomeni, con o senza tatuaggi, che saranno presto dimenticati. Poi ci sono i calciatori veri, come Micky. Quelli che restano. L’Academy per i ragazzi da sviluppare a Savorgnano al Torre con papà Gigi, la fascia di capitano dei ramarri, la fama di beniamino dei tifosi, un piede mancino che sa ancora far male, Blasco sempre nel cuore e un amore sconfinato per il pallone. La vita di Michele De Agostini, classe ‘83, è piena di cose. Il “Grande vecchio” è più giovane che mai, nel fisico asciutto e longilineo come nello spirito. Novello Peter Pan, si rivede a giocare nel giardinetto di casa con amici e cugini in quei pomeriggi eterni: ore di calcio senza regole, conditi di gol, tiri, rincorse e dribbling fantastici. Gli occhi gli brillano mentre racconta: «La mia prima maglia è stata quella del Tricesimo, nel 2004-05. Sono cresciuto lì. Vincemmo la Promozione con mister Peressotti, senza mai perdere e battendo pure il Pordenone, guarda un po’. Giocavo sempre a sinistra, ma più avanti, quasi da seconda punta. In quella stagione feci 10 gol, puntando su corsa e fisico. Che bello».
- Poi è cominciata l’ascesa. La svolta?
«Nel gennaio del 2006 andai alla Triestina in serie B. Il resto è venuto di conseguenza».
- Facciamo un passo indietro: cosa c’è stato prima?
«Le partite in cortile e in giardino, fra Tricesimo e Cassacco. Le casacche delle squadre di serie A addosso, pali di ferro e traversa di bambù, due contro due per tutto il giorno. Il mio ruolo? L’universale».
- E dove è arrivato quel bambino entusiasta?
«Intanto in B - sorride ammiccando - e magari non solo».
- Quanto vale il lustro nel Pordenone?
«Tanto. All’inizio in C arrivò una semifinale inaspettata contro il Pisa di Gattuso. Così cominciammo a pensare seriamente alla promozione, sfiorata anche l’anno dopo a Firenze con il Parma. Nel 2019 c’è stata la cavalcata trionfale, più che meritata per tutto il lavoro fatto in questi anni».
- Tre aggettivi per la notte di Tim Cup a San Siro con l’Inter.
«Emozionante, splendida, indimenticabile. Dico grazie ai nostri tifosi per tutto quello che ci hanno regalato quella sera. Quando mister Colucci mi mandò dentro, nel finale, si raccomandò: “Marca Perisic sulle palle inattive”. Mi veniva da ridere e pensai: guarda dove siamo arrivati, con il sacrificio quotidiano. E facemmo paura all’allora capolista della serie A, soddisfazione doppia per uno juventino come me».
- È stata quella la sua gioia maggiore?
«Non proprio. La vittoria per 2-1 a Trieste della scorsa primavera resta il top: si rivelò fondamentale in chiave-promozione. Poi voglio sempre migliorarmi, anche solo sognare la massima serie è uno stimolo in più».
- Posto che la genetica è comune, quali differenze e quali analogie con il papà-maestro Gigi?
«Molto meglio lui in tutto. Gli unici elementi a mio favore sono il colpo di testa e l’uso anche del destro. Sul resto non c’è gara. Ci accomuna lo spirito friulano: etica del lavoro, non mollare neppure un centimetro, essere umili, guardare in faccia gli avversari».
- Lei è un appassionato di basket: in cosa lo ritiene superiore al football?
«Nella spettacolarità e velocità dell’azione, complice la dimensione del parquet. Con un gruppo di vecchi amici da 10 anni viviamo una ritualità: seguire insieme le finali Nba. Sono cresciuto con il mito di Michael Jordan, l’atleta che ha scavalcato tutti i muri: in ogni match sapeva aprire strade nuove».
- Il rock’n’roll non muore mai: come Vasco Rossi?
«Ho visto 17 suoi concerti, compreso quello modenese, partendo dal ‘99 a Udine. Eppure non basta, né a me né a mia moglie: torneremo ancora ad applaudirlo».
- Suona la chitarra grazie al Komandante?
«Diciamo che ho cominciato a strimpellare ispirato da lui. Le mie preferite sono “Quanti anni hai” e “Dillo alla luna”».
- A proposito: lei si cimentava con la band “I ragazzi del commissariato”. Esistono ancora?
«Solo per qualche reunion amichevolmente privata. Rivisitavamo le canzoni in chiave reggae, compresi pezzi dei Coldplay e di Lucio Dalla. Una sera andammo a esibirci in un’osteria del paese e arrivarano 300 persone, mica male. Per noi era un gioco, stimolante e divertente».
- Il compagno di squadra migliore di sempre, esclusi quelli attuali?
«Giulio Fogaroli, centrocampista alla “Ringhio”, per 5 anni con me al Prato. Adesso milita nell’Eccelenza bergamasca».
- E del gruppo neroverde?
«Con Stefani, Burrai, Misuraca e il “Berre” abbiamo fatto un percorso straordinario».
- Il mister top, a parte Tesser?
«Corrado Orrico, quasi un filosofo. Aveva carisma, diceva sempre tutto in faccia, ti aiutava a crescere e, cosa che non guasta, predicava un calcio molto adatto alle mie caratteristiche».
- Manca il presidente: troppo scontato?
«Non può che essere Mauro Lovisa. Quando arrivai il Pordenone era appena stato ripescato in C. Lui ci parlò subito del traguardo da centrare: non la salvezza, ma la promozione. Rimasi un po’ stupito, ma aveva ragione: ci ha trasmesso la sua ambizione e noi siamo stati bravi a seguirlo».
- Credere a quel che si può fare è sempre la base dei successi. Giusto?
«Certo. Come mettere il gruppo davanti agli interessi dei singoli».
- Suo padre, ex di Udinese, Juve e Inter, le dà ancora consigli?
«Sono basilari. A livello tattico ha l’occhio lungo: mi dice, per esempio, quando prendermi un metro di campo in più e quando fare una corsa in meno. Sarei pazzo a non ascoltarlo».
- Le 7 stagioni e mezza vissute a Prato?
«Mi hanno formato caratterialmente, con due playoff persi e altrettanti playout vinti tra C1 e C2. In sintesi, un compendio della vita».
- Il suo gol più bello?
«A Prato, con Orrico, nel 2008-09: botta al volo spiovente dai 16 metri. La presi proprio bene, perché ero defilato verso l’angolo dell’area».
- E al Pordenone?
«Uno molto simile alla Giana, negli spareggi, sempre sul secondo palo. Non era male, ripensandoci, neppure quello fatto al Frosinone con il Prato. Con il Tricesimo segnai di destro 4 gol al Maniago in due partite, il Bertoli mi portava bene».
- Ma è sempre un campione di Pes?
«Sì: arrivare nel 2019-20 a essere un personaggio “vero” del gioco, come entrare nell’album delle figurine Panini, è una soddisfazione straordinaria». Micky se la merita.
Pier Paolo Simonato
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Ultimo aggiornamento: 16:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA