Cervelli di ritorno, il dottor Dal Borgo: «Non più a Belluno, meglio l'Alto Adige»

Martedì 6 Aprile 2021 di Lauredana Marsiglia
Il dottor Andrea Dal Borgo, specializzato in chirurgia oncologica del seno e del colon
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ALPAGO - Cervelli in fuga, ma non tutti. C’è chi sceglie di stare all’estero e chi invece preferisce tornare. Andrea Dal Borgo, 45 anni, di Pieve di Alpago, è tra quelli che hanno voluto fare rientro in Italia, anche se la calata dal nord, precisamente da Vienna dove ha studiato e lavorato, si è fermata al dì là dell’immaginario confine di “Stato” tra provincia di Belluno e provincia autonoma di Bolzano. Nel microcosmo bolzanino, infatti, tutto è pianificato e organizzato per coltivare e fare tesoro delle figure ad alta specializzazione. L’unico ostocalo è il tedesco, che Dal Borgo ha brillantemente superato facendone la seconda lingua madre.

Come è finito in Austria dottor Dal Borgo?
«Al quarto anno di medicina a Padova, dopo gli inizi a Trieste, ho scelto di sfruttare il programma Erasmus e sono andato nella città di Innsbruck. Volevo vedere come funzionava da quelle parti. Da qui sono passato poi a Vienna alla Medizinische Universtaet Wien. Ci sono andato come specializzando e alla fine ho fatto sei anni di specialità in chirurgia generale. Poi sono rimasto altri due anni alla Unversitaetsklinikum St. Poelten dove mi sono strutturato in chirurgia oncologia del seno e colon».
E quali differenze ha trovato tra le nostre università e quelle viennesi?
«Avevo iniziato gli studi a Trieste, ma già da qui avevo capito che in Italia non c’erano le premesse giuste per arrivare all’obiettivo, sia nel conseguire la specialità sia poi lavorativamente con una gavetta da fare a mille euro al mese. Io cercavo alternative per crescere. Ma, al di là della paga, ciò che mi preoccupava era la specializzazione, che necessita di tanta pratica. Da noi, purtroppo, quando si tratta di operare finisci sempre in fondo alla fila, che è lunga. Non c’è formazione in sala chirurgica. Sembra impossibile dopo sei anni di medicina e altrettanti di specializzazione ancora non sei in grado di essere autonomo, semplicemente perché non ti fanno operare».
E questo come mai avviene?
«Perché le specialità vengono fatte dipendere dalle Università, da noi solo Padova e Verona. Non ci sono possibilità nemmeno negli ospedali periferici dove entri solo per periodi di praticantato».
Perché viene fatta poca pratica chirurgica?
«I famosi “baroni” ti utilizzano per fare ricerca, utilizzandola poi per le loro pubblicazioni. All’estero posso dire che non è così, si va oltre la nostrana accademia impolverta. Siamo bravi teoricamente, ma sotto la coperta si nasconde una formazione pratica mancata che va a ripercuotersi sugli ospedali periferici dove i giovani non sanno operare. Non sei un prodotto finito. Poi, ovviamente, ci sono sempre le eccezioni».
All’estero, invece, come è stato il suo percorso di studio?
«Lì la pratica è fondamentale e quando hai finito la formazione sei un chirurgo in grado di affrontare autonomamente un intervento. Sei un professionista finito, così come dovrebbe essere visto l’alto numero di anni di studio».
Da sette anni lei è rientrato in Italia, ma ha scelto di fermarsi a Bressanone?
«A Vienna ero arrivato attraverso il Sudtirolo con la clausola che poi sarei tornato a lavorare in Alto Adige con un vincolo di 5 anni, ormai trascorsi. Loro investono molto sulla formazione dei giovani specializzandi».
Belluno ha fame di medici specialisti, verrebbe a lavorare qui?
«Non è detto. Io ho contratto a tempo indeterminato e ci si può anche spostare. Ma non so se lo farei. A Belluno sono bravi, ma ci sono molte differenze di approccio».
Immagino che la busta paga sia più pesante?
«Sì, prendiamo un 40 per cento in più. La differenza si sente. Ma la parte che più mi ha entusiasmato è il loro modo di investire sui giovani, da noi, invece, i bravi studenti spesso finiscono per essere azzoppati».
 

Ultimo aggiornamento: 7 Aprile, 08:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA