Vigonovo, casseforti emerse dal fiume. L'ex della Mala del Brenta: «Rubarle ci rendeva ricchi. Ora vivo di una piccola pensione»

Martedì 23 Agosto 2022 di Vittorino Compagno
Vigonovo, casseforti emerse dal fiume. L'ex della Mala del Brenta: «Rubarle ci rendeva ricchi. Ora vivo di una piccola pensione»
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VIGONOVO - «Dopo le ruberie nelle abitazioni, prima ancora del periodo delle grandi rapine e successivamente del traffico di droga e il controllo dei casinò del Veneto e della ex Jugoslavia, il furto delle casseforti era una delle nostre maggiori attività redditizie, una di quelle che ci rendeva davvero ricchi» dice un vecchio componente della Mala del Brenta, ora in pensione. Frequenta un bar di Vigonovo e parla volentieri col cronista, «a patto che il mio nominativo non venga divulgato e che mi paghi da bere». L'uomo vive con una misera pensione e, come gran parte dei componenti della vecchia Mala del Brenta, il crimine non lo ha reso ricco. «Era una attività molto faticosa ma rendeva bene. Eravamo a cavallo degli anni ottanta. A quel tempo non esistevano ancora sistemi d'allarme e telecamere. Prendevamo di mira principalmente uffici postali e grandi imprese dislocate in tutto il Veneto. Una volta dentro gli uffici, facevamo scorrere fino all'uscita le casseforti su rulli in legno. Se non riuscivamo a caricarle su un mezzo a causa del loro peso, le legavamo dietro un veicolo e le trascinavamo per la strada fino al luogo dove venivano aperte con la fiamma ossidrica».

Il racconto

La rivelazione combacia perfettamente con un episodio successo in quel tempo a Premaore di Camponogara. Dopo avere rubato la cassaforte dalla locale cantina sociale, la stessa fu legata con una catena ad un mezzo e trascinata per chilometri attraverso due paesi limitrofi. Qualcuno ricorda ancora che il rumore provocato dallo sfregamento del pesante forziere con l'asfalto svegliò moltissime persone che abitavano lungo la strada. La pozza d'acqua di Galta non sarebbe però l'unico luogo dove furono gettate casseforti rubate. «Diverse furono buttate anche nel Brenta, nello stesso luogo dove venivano gettate le auto usate per mettere a segno rapine e altro». Durante uno di questi furti, precisamente all'ufficio postale di Fossò, i malviventi furono sorpresi sul posto e arrestati dai carabinieri. «Il basista di quel colpo era ritenuto un vero esperto del settore. Per quell'episodio finì in galera. Quando uscì i tempi erano cambiati e si dedicò ai sequestri di persona. Neppure questa attività gli andò bene. Fu arrestato a Ponte di Brenta mentre da una cabina telefonica pubblica stava telefonando alla famiglia della persona sequestrata per chiedere il riscatto. Ha pagato con molti anni di carcere. E' deceduto qualche anno fa, povero in canna», conclude il nostro interlocutore.

Le indagini

Intanto i carabinieri della stazione di Vigonovo e della Compagnia di Chioggia stanno cercando di fare luce sulla provenienza delle quattro voluminose casseforti ritrovate nei giorni scorsi a Galta. Gli scrigni sono incrostati di ruggine e fango, ma la targhetta ancora ben visibile individuata su uno di loro potrebbe essere d'aiuto. Poco cambia, però. Si parla di fatti avvenuti circa quaranta anni fa. Le casseforti sono state notate da un pescatore della zona, che in quell'invaso, profondo al centro anche quattro metri, ci va a pescare da oltre 30 anni. Come sopra riportato, con la siccità degli ultimi mesi la pozza si è prosciugata quasi del tutto e le casseforti sono emerse dell'acqua. E' stato lui a segnalarne la presenza degli scrigni ad un collaboratore del Gazzettino. «Ho sempre notato sott'acqua, in quel punto difficilmente accessibile e coperto dalla vegetazione, quelle strane forme metalliche racconta il pescatore M.M. - Mai avrei però pensato che fossero casseforti. Dopo l'inconsueto abbassamento del livello d'acqua di questa estate i forzieri sono rimasti all'asciutto e così mi sono reso conto che cosa rappresentassero in realtà».
 

Ultimo aggiornamento: 26 Agosto, 11:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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