Abusi, insulti e botte per due anni: «Quando esce dal carcere lo sposo»

Venerdì 19 Aprile 2019 di Nicola Munaro
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VENEZIA - Due anni di abusi, insulti e botte. Testimoni erano i lividi visibili a chiunque, che la costringevano a non andare a lavorare per giorni, almeno fino a quando le ecchimosi diventavano più lievi e si potevano nascondere con il fondotinta. E lei, 23 anni residente nell’hinterland veneziano, ora parte offesa contro il suo ex compagno violento in cella da gennaio proprio per provare a mettere fine a quel rosario di soprusi, che a processo dice: «Ma quando esce lo voglio sposare». Parole usate ieri mattina di fronte ad un giudice, per ribadire quando già scritto in una lettera spedita nelle scorse settimane in carcere al suo uomo. A cui promette di volerlo aspettare. Di volerlo sposare una volta “fuori”.
 
LA MISSIVA
La lettera con la promessa d’amore eterno a quello che per la procura è il suo aguzzino, un trentunenne marocchino, difeso dall’avvocato Marco Zanchi, è stata depositata ieri mattina dal legale del nordafricano, ora a processo con l’accusa di maltrattamenti in famiglia. Nell’udienza di ieri è toccato proprio alla ragazza testimoniare. «Siamo due caratteri simili - ha esordito la giovane - ci siamo picchiati, lui mi ha picchiata e l’ho picchiato anch’io. Lo provocavo, lui era geloso e reagiva così, ma anche io lo avevo maltrattato. Non riesco a stare senza di lui, quando uscirà lo voglio sposare». La testimonianza in aula, però, non è stata la sola prova d’amore. Così come quanto messo nero su bianco nelle lettere spedite in cercare.
Perché lo stesso avvocato Zanchi ha prodotto una serie di post pubblicati dalla giovane vittima su Facebook in cui dichiarava i suoi sentimenti verso l’uomo che ora rischia una condanna per maltrattamenti verso di lei. A confermare la volontà della ventitreenne è stata anche la mamma della stessa ragazza, sentita ieri come testimone. «Mia figlia mi ha detto che vuole aspettarlo - ha risposto alle domande del pm - che una volta uscito di prigione lo vuole sposare». Nel suo interrogatorio come testimone, la donna ha ricostruito l’origine del processo andato in scena ieri mattina e destinato a concludersi il 9 maggio. «L’ho denunciato io, l’ho fatto quando lei mi ha detto di essere terrorizzata da lui. La picchiava non solo in casa, ma anche fuori, in quartiere, dove ci conoscono tutti. Per questo - ha aggiunto - io e il mio compagno ci siamo trasferiti. Mia figlia è venuta da me qualche volta, mi ha detto che aveva picchiato pure il figlio che lei aveva avuto da un altro uomo. Poi però scappava e tornava da lui, scusandolo, dicendo che lei lo provocava. Ma lui ha detto che nel suo paese è normale picchiare le donne».
Sentito, il trentunenne ha confermato che «spesso dovevo difendermi. Era lei a provocarmi e io venivo picchiato quando si arrabbiava».
Nicola Munaro
© RIPRODUZIONE RISERVATA Ultimo aggiornamento: 08:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA