Vittorio Cini, storia dell'imprenditore mecenate: la tragedia del figlio Giorgio e la nascita della Fondazione

Martedì 4 Agosto 2020 di ​Alberto Toso Fei
Vittorio Cini visto da Matteo Bergamelli
Vittorio Cini (1885-1977) imprenditore e mecenate

 Fu uno dei grandissimi imprenditori di inizio Novecento, e gli fu attribuito uno dei patrimoni più cospicui del suo tempo. Amico fraterno di Giuseppe Volpi, fu la mente finanziaria del cosiddetto “Gruppo veneziano” che tanto contribuì allo sviluppo industriale e turistico della Venezia degli anni Venti e Trenta. Inizialmente affine al fascismo (fu anche ministro delle Telecomunicazioni), finì per dissociarsi dal regime e fu tradotto a Dachau, da dove fu fatto fuggire rocambolescamente dal figlio Giorgio. Soprattutto, Vittorio Cini fu per Venezia un mecenate, capace di restituire alla città molto di ciò che aveva ricevuto, creando fra l'altro la celebre Fondazione che porta il nome del figlio sull'omonima isola di fronte a San Marco.

Figlio del ferrarese Giorgio Cini e di Eugenia Berti, nacque a Ferrara il 20 febbraio 1885 e dopo gli studi in economia compiuti in Svizzera iniziò la sua formazione imprenditoriale collaborando con l'azienda paterna – specializzata in opere di costruzioni e infrastrutture – per avviare successivamente le proprie imprese commerciali, che interruppe momentaneamente per arruolarsi come ufficiale volontario di cavalleria nel corso della prima guerra mondiale. Gli anni tra le due guerre furono di straordinaria ascesa sociale e finanziaria: Vittorio Cini si trasferì a Venezia, dove acquistò un suo palazzo sul Canal Grande a San Vio, e il 19 giugno 1918 sposò l'attrice Lyda Borelli dalla quale ebbe quattro figli: Giorgio in quello stesso anno, Mynna nel 1920 e le gemelle Yana e Ylda nel 1924. Diversi anni più tardi ebbe un secondo matrimonio con la marchesa Maria Cristina Dal Pozzo di Annone. In città, assieme alla nascita di Porto Marghera (per la quale realizzò le opere infrastrutturali), sviluppò interessi nelle imprese elettriche “Cellina” e “Sade”, del turismo d'élite con la fondazione della Ciga (la Compagnia Italiana Grandi Alberghi), delle comunicazioni e dei trasporti. Tra le cariche che assunse in quel periodo spicca quella di commissario straordinario e successivamente presidente della società siderurgica “Ilva” (dal 1921 al 1939), “fiduciario del governo” per il riassetto agrario del ferrarese, senatore del Regno dal 1934 e – dal 1936 – commissario generale dell'Ente esposizione universale di Roma.

Si dissociò dal regime fascista nel giugno 1943, dopo essere stato per circa quattro mesi ministro delle comunicazioni, anticipando il pronunciamento del Gran Consiglio del 25 luglio; catturato dai tedeschi dopo l'8 settembre fu internato nel campo di concentramento di Dachau, per essere liberato avventurosamente nel giugno 1944 dal figlio Giorgio, che dopo aver venduto i gioielli della madre ne trattò la liberazione direttamente con le alte gerarchie naziste e lo riportò in Italia con una rocambolesca fuga in aereo. Il rimanente anno fino alla Liberazione fu volto al sostegno finanziario alla Resistenza al punto che la commissione d'inchiesta del Comitato di Liberazione Nazionale Regionale Veneto – presieduta da Gino Luzzatto – chiamata indagare sul suo operato (era pur sempre stato un ministro di Mussolini) ne sancì la non imputabilità, arrivando anzi a definirlo “un raro esempio di laboriosità, capacità creativa, rettitudine politica e spirito di patriottismo”.

Il 31 agosto 1949 arrivò la terribile svolta che ne cambiò per sempre la vita: a soli 30 anni il figlio Giorgio morì in un incidente di volo presso Cannes. Vittorio Cini si ritirò quasi completamente dalla vita politica e finanziaria. Ottenne in concessione dallo Stato l'isola di San Giorgio Maggiore e dopo aver finanziato i restauri necessari istituì – il 20 aprile 1951 – la Fondazione Giorgio Cini, ancora oggi centro culturale e artistico di levatura mondiale, alla quale fu aggiunta la Scuola professionale per il mare. Da presidente della “Sade” fu chiamato a deporre per il disastro della diga del Vajont, il cui processo sancì l'assenza di ogni responsabilità essendo il suo incarico puramente finanziario. Vittorio Cini morì a Venezia il 18 settembre 1977. È sepolto alla Certosa, il cimitero munumentale di Ferrara.
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