Il delitto di Forcellini, la vittima e i due presunti assassini erano spesso assieme: chi sono e cosa facevano

Albert Deda lavorava per una cooperativa del settore delle pulizie, mentre Ilmi ha lavorato per un anno come pizzaiolo

Martedì 25 Luglio 2023 di Serena De Salvador
I fratelli Rakipaj

PADOVA - «Li vedevo spesso insieme a prendere la pizza, erano un gruppo unito». Ragazzi per bene, arrivati in Italia senza genitori per costruirsi un futuro migliore, senza noie con la giustizia, senza problemi con i vicini di casa. Tutti con lavori più o meno stabili, con il permesso di soggiorno. Un appartamento in un quartiere tranquillo, l'automobile, la fidanzata. Ma senza mai troppo ostentare. Questa è l'immagine che davano di sè i fratelli Ilmi e Klinton Rakipaj, 24 e 19 anni, nati a Valona in Albania. Ma anche e soprattutto la vittima, il 24enne Albert Deda. E pure gli altri connazionali con cui dividevano l'appartamento al quarto piano del civico 8 di via Dorighello. Poi però ci sono le immagini sui social, con Ilmi intento a sparare al poligono, con Klinton con il volto coperto da un passamontagna e la foto profilo di una pistola.

Lati discordanti, che rendono difficile anche per gli inquirenti inquadrare con precisione il profilo della vittima e dei ragazzi accusati di esserne gli assassini.

Albert, la vittima

Albert Deda era arrivato in Italia da diversi anni, ancora giovanissimo. Figlio unico, i suoi genitori sono rimasti in Albania. A Padova si era stabilito, dalla fine del 2018, nell'appartamento di via Dorighello insieme ad alcuni connazionali, tutti più o meno della sua età. Aveva avuto diversi impieghi, fino a trovare l'ultimo che lo vedeva assunto da una cooperativa che opera nel settore delle pulizie. Anche sul lavoro risulta che non avesse mai avuto problemi particolari. Con i coinquilini nei primi tempi i rapporti sembravano buoni, ma da poco meno di due anni in via Dorighello il 24enne si faceva vedere solo saltuariamente: fino a domenica era ancora residente lì, ma nemmeno gli inquirenti sono ancora riusciti a capire con certezza dove e da chi avesse negli ultimi mesi trovato ospitalità. Su questo fronte le indagini proseguono con particolare attenzione. La drammatica notizia della morte ha raggiunto la famiglia in Albania, che ora si farà difendere dall'avvocato padovano Pietro Masutti. I genitori sono distrutti dal dolore: la madre Mira sta raggiungendo Padova per seguire le indagini e le pratiche che saranno necessarie prima di poter riportare in Albania la salma del 24enne, per espressa volontà dei familiari. «Sono addolorati, aspettano solo di poter riavere il corpo di loro figlio» ha spiegato il legale.

I fratelli Rakipaj

Una storia simile a quella di Ilmi, che di Deda era coetaneo, e del fratello minore Klinton. Ilmi era arrivato a Padova appena maggiorenne, stabilendosi anche lui fin dal novembre 2018 nell'appartamento di via Dorighello con Deda. Anche per lui questi ultimi anni sono stati segnati da vari lavori presi e lasciati, per ultimi il cameriere e l'operaio di notte. A Padova il giovane è però riuscito anche a trovare una stabilità importante: ha ottenuto il permesso di soggiorno, riusciva a pagare la sua quota di affitto, è riuscito a prendere la patente e poi ad acquistare l'auto tanto sognata, una Renault Clio rosso fiammante che teneva maniacalmente curata. Aveva anche trovato una compagna con cui lo si vedeva spesso in quartiere. E poi aveva raggiunto anche un altro traguardo: riuscire a far arrivare nella città del Santo anche il fratello minore Klinton, classe 2004. Come il maggiore, anche quest'ultimo risulta che lavorasse come cameriere.

«Mai avrei immaginato una cosa del genere»

«Non voglio credere che sia stato lui. È un tipo fumantino, facile ad accendersi, ma altrettanto timido. Bastava riprenderlo per vederlo diventare paonazzo e ammutolire». È scossa Betta, la titolare della pizzeria Cama'ffare di via Ludovico Ariosto dove per un periodo ha lavorato Ilmi Rakipaj, che lei ha avuto modo di conoscere bene. Il 24enne era stato assunto come pizzaiolo nel 2020 nella precedente sede di via Gattamelata ed è rimasto lì per circa un anno, poi per l'abitudine di assentarsi troppo spesso il rapporto lavorativo è terminato, ma tornava di tanto in tanto per dare una mano a chiamata. «Era appassionato di boxe quindi aveva un fisico che incuteva timore, ma non è mai stato gradasso o sbruffone - spiega la donna -. Lavorava sodo, ma bastava poco per renderlo suscettibile. Certo mai e poi mai mi sarei immaginata che potesse fare una cosa del genere. Non era un violento qui dentro. L'ho aiutato a prendere il permesso di soggiorno, poi la patente. So che aveva un fidanzata, che voleva portare qui il fratello. Sembrava destinato ad avere una vita felice. E invece si porterà per sempre dietro questo peso atroce. Vedevo spesso anche Deda e gli altri ragazzi dell'appartamento, venivano a prendere la pizza tutti insieme, se ci incontravamo in quartiere erano sempre i primi a salutare». 

Ultimo aggiornamento: 10:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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