La rivoluzione delle offerte in chiesa con Padre Bancomat

Lunedì 9 Settembre 2019 di Edoardo Pittalis
Vincenzo Tosello
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In fondo, ha soltanto anticipato i tempi. La gente si muove con sempre meno contanti in tasca, paga con Bancomat pure il caffè al bar, perché non provare anche con un'offerta in chiesa? Per i poveri, per accendere un lumino, per far celebrare una messa di suffragio In Svezia lo fanno già e con ottimi risultati. La fede non cammina contro il tempo, il Papa twitta seguitissimo e ci sono già confessioni e assoluzioni via Internet. Forse ha sorpreso che questa rivoluzione più di costume che di religione sia partita da una parrocchia di Chioggia, quella di San Giacomo nel Corso del Popolo.

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A fare l'esperimento il parroco, don Vincenzo Tosello, 68 anni. Non si stupisce che qualcuno l'abbia chiamato Padre Bancomat, dice che a fine settembre faranno il bilancio. Potrebbe anche chiamarlo Don Laurea, ne ha sette, sul biglietto da visita non ci stanno tutte.
 
Le piace sentirsi chiamare Padre Bancomat?
«Ma questa storia non l'ho inventata io, è stata contattata la Curia e il vicario generale ha proposto di adottare, in via sperimentale, le offerte con il Pos e la mia era la parrocchia per il test. Non ha finalità commerciali, il gestore trattiene la sua parte, nemmeno si vuole arginare in questo modo il fenomeno dei furti in chiesa. L'obiettivo è di dare anche a chi non ha contanti la possibilità di fare la sua offerta: la gente circola sempre meno con contanti, è solo un'idea anticipatrice, sono arrivate tv straniere e giornali da ogni parte del mondo. Sinora, però, non ha un grande riscontro, la mentalità non è così diffusa. Ma almeno Chioggia non finisce sui giornali solo per le cattive notizie».
Ma può bastare il Bancomat a riaccendere la fede in un Veneto che sembrava la regione più cattolica?
«Se si intende come pratica, è diminuita in fatto di partecipazione. In città c'è presenza soprattutto di anziani, anche se non mancano i ragazzi che frequentano il catechismo. Per i battesimi conta ancora la tradizione, i genitori chiedono il battesimo, ma più della metà dei battezzati è figlia di coppie non sposate in chiesa. Oggi per fede il Veneto cattolico e bianco è diventato una regione come tutte le altre che si è adeguata alla mentalità corrente del consumo, dell'interesse, dell'allontanamento anche alla pratica della fede. A volte basta un centro commerciale per distogliere dalla partecipazione alla messa. Chioggia non fa eccezione, qui di diverso, specie negli anziani, c'è una tradizione caratteristica che riguarda le anime del Purgatorio. A San Giacomo la messa del mercoledì per le anime del Purgatorio ha più presenze di quella domenicale. Qualche anno fa il vescovo mi ha dato quattro parrocchie al posto di una, tutte nel cento storico. Ma anche qui purtroppo abbiamo troppi funerali, il doppio dei battesimi». 
Don Vincenzo Tosello viene da Boscochiaro di Cavarzere, il padre era il bidello della scuola elementare, ma lui le prime classi le ha frequentate alla Colonia Stella Maris di Feltre ed è lì che è nata la sua vocazione.
Ha deciso da bambino di scegliere il sacerdozio?
«Degli anni di Feltre ricordo bene la maestra che ogni tanto vado a trovare, Carla Zancanaro, allora era giovanissima. In colonia veniva un cappellano, volevo diventare come lui e sono entrato in seminario a Chioggia. Vocazione? Allora era una parola troppo grande, ma era un desiderio che viene nella mente, nel cuore. La famiglia mi ha sostenuto, ho due sorelle sposate, sono zio e anche prozio. In seminario sono diventato consapevole. Per l'università ho deciso di continuare a Padova in Teologia, facevo il pendolare con altri tre della mia classe. Una decina di studenti venivano da Chioggia, a Padova in facoltà c'erano oltre un centinaio di seminaristi. Purtroppo da un anno il seminario di Chioggia non ha più un allievo!».
Quando è diventato sacerdote?
«Sono stato ordinato l'8 dicembre 1975 dal vescovo monsignor Piasentini insieme ad altri due sacerdoti: uno, don Luciano, era un anziano avvocato che aveva deciso di farsi prete; l'altro, don Fabrizio, adesso è in Polesine. Don Luciano aveva avuto sempre la vocazione, era stato trattenuto da problemi familiari e professionali, quando si è liberato degli impegni è entrato in seminario. Era una persona allegra, coltissima, era già malato, morì di tumore qualche anno dopo. Ero molto emozionato, c'era tutta la famiglia e gli amici del paese. Il giorno dopo ho celebrato la prima messa a Boscochiaro col mio parroco, sono stato il primo sacerdote di Boscochiaro e purtroppo anche l'ultimo! All'inizio andavo nella zona di Adria, viaggiavo con la Fiat 500 rossa che mi prestava don Fabrizio. Un anno dopo ho incominciato a dare una mano a don Agostino Bonivento che era il direttore del settimanale diocesano Nuova Scintilla del quale sarei poi diventato direttore nel 1982 e lo sono ancora. Don Agostino ha passato la mano dopo la nomina ad assistente nazionale della Fuci, l'organizzazione che raccoglie gli universitari cattolici».
Nemmeno i settimanali cattolici si vendono più come una volta, quando bastava l'invito del parroco dall'altare?
«La crisi dell'editoria non ha risparmiato nessuno, figurarsi la stampa cattolica. Una volta il nostro giornale si stampava a Rovigo, andavo ogni settimana a portare il materiale in tipografia. Col tempo abbiamo creato una piccola azienda legandoci un po' anche al Polesine e siamo in un sito e sui social, come tutta l'informazione. Sono anche il delegato della federazione dei settimanali cattolici per il Triveneto: 17 giornali, prima c'erano pure le radio e la tv. Tutti insieme vendono 110 mila copie, quelli di Rovigo e di Bolzano escono abbinati a quotidiani. Il settimanale più radicato e diffuso è quello di Belluno».
Dove ha trovato il tempo per tutte quelle lauree?
«Ho studiato nel tempo libero, soprattutto nelle ore notturne nelle quali c'è silenzio e nessuno ti disturba. Il vescovo mi aveva chiesto di dedicarmi agli studi, non era chiaro cosa dovessi fare, difficile trasferirsi a Roma. Restava Padova con le sue facoltà, così si decise che facessi lettere per poi affiancare l'insegnamento in seminario. I miei titoli consentivano l'iscrizione con alcuni esami abbuonati, ho incominciato con Liturgia al Pontificio Istituto Liturgico di Roma, e successivamente con Lettere classiche al Bo'. Ci ho preso gusto, a seguire: Filosofia, Storia, Gestione dei Beni artistici e librari, Musicologia e Beni Musicali. La musicologia è importante nella liturgia, ho affrontato il Canto gregoriano e ho studiato una Corale del Quattrocento che abbiamo nell'archivio della diocesi». 
Cosa c'è dietro sette lauree: passione, ambizione, orgoglio?
«Non ho mai fatto sfoggio di queste lauree, certo dietro c'è una passione per questi studi che aprono sempre di più lo sguardo verso la cultura e la realtà. C'è la consapevolezza del limite, non l'ambizione. Sono facoltà affini quelle in cui mi sono laureato, consonanti per preparazione mentale, metodo di studio».
Il futuro di Chioggia?
«Facile rispondere che è nelle mani di Dio e allora siamo tranquilli. Ma esiste il problema del calo anagrafico e anche dell'occupazione non solo giovanile. Le potenzialità sono quelle del turismo che va incrementato. La pesca soffre. Il porto ha prospettive di crescita, però si è inserita di forza la presenza dell'impianto di Gpl che ha tutte le carte in regola ma resta un assurdo in laguna! Doveva essere un impianto di rifornimento per navi, invece si è trasformato in un deposito che deve rifornire di Gpl tutto il Triveneto».
Il sogno di Padre Bancomat?
«Non sono mai stato in Terra Santa».
Edoardo Pittalis

Ultimo aggiornamento: 10 Settembre, 08:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA