"Sulla mia pelle", il film su Stefano Cucchi, ​parla la sceneggiatrice: «Ho avuto gli incubi per tre mesi»

Film su Cucchi, la sceneggiatrice: «Ho avuto incubi per tre mesi»

di Ilaria Ravarino

Sei mesi di preparazione, studio e scrittura a partire da più di 10.000 pagine di atti processuali: dietro al rigore di Sulla mia pelle, il film di Alessio Cremonini sul caso Cucchi, presentato oggi a Venezia e dal 12 settembre su Netflix, c’è il lavoro attento e competente di Lisa Nur Sultan, sceneggiatrice alla Mostra con due film (l’altro è Saremo giovani e bellissimi di Letizia Lamartire).

Cucchi: un film sulla banalità del male?

Direi piuttosto sulla mediocrità del bene. È un film che racconta quanto la gente, pur essendo in grado di fare quel che è giusto fare, a volte non si spinga oltre ciò che le compete. Una cosa che non provoca danni se rimane circoscritta al singolo. Ma se è una moltitudine, a non fare fino in fondo quel che sarebbe giusto fare, si rischia la tragedia. In quei giorni almeno 140 persone hanno visto Stefano Cucchi. Pochi l’hanno aiutato, molti si sono girati dall’altra parte. Alcuni hanno delle colpe pesanti, su cui finalmente i giudici stanno indagando. 

Anche la burocrazia ha le sue responsabilità.

La burocrazia è un castello di carta kafkiano. Per colpa della burocrazia non solo Stefano non è riuscito a salvarsi, ma la famiglia stessa non ce l’ha fatta. Chissà cosa sarebbe successo se si fossero parlati, se si fossero ritrovati. Fortunatamente, grazie a questo caso, le norme di contatto tra i detenuti in terapia protetta e i loro familiari sono state cambiate. C’era una scena, che è stata tagliata, in cui i medici dicevano ai genitori di Stefano: “Non sapevamo che foste qui fuori”. 

La famiglia Cucchi che dice del film?

La sorella, più battagliera, è preparata a vederlo. Per i genitori forse è troppo doloroso. Si sono fidati di noi, aprendosi con pudore. E hanno avuto un gran rispetto per il nostro lavoro, permettendoci di raccontare Stefano esattamente come volevamo.

Potevate farne una vittima. Invece, nel film, è aspro. Riottoso.

Non fidandosi più di nessuno, non è riuscito a farsi aiutare nemmeno da quei pochi che ci volevano provare. Il suo caso è un concorso di cause e di colpe in cui è entrata, purtroppo, anche la sfortuna. Persino le poche volte che si è aperto, Stefano lo ha fatto con le persone sbagliate.

I dialoghi con i detenuti sono veri?

Il detenuto Marco è l’unico personaggio di finzione: lo abbiamo interpretato come una proiezione mentale di Stefano, figlia della solitudine. Tutti gli altri personaggi sono reali, derivati dagli atti del processo. Tutto quello che dicono, e che fanno, è accaduto davvero.

Anche le battute di Stefano? Nel film ha una specie di umorismo nero.

Al novantanove percento sono battute sue. Era una persona sarcastica, aveva la risposta pronta, alla romana. Era irriverente, non si formalizzava. Finisce che gli vuoi bene, alla sua asprezza.

Avete lavorato solo sugli atti del processo?

Sì, su 10.000 pagine. Ci siamo stati sopra per sei mesi, praticamente senza fare altro. Abbiamo visto tutte le puntate su Cucchi di Un giorno in pretura, ascoltato gli audio, letto  il libro della sorella. Con il regista sono stata nella stanza di Stefano, a casa dei genitori. Non me lo dimenticherò mai. Dopo tre mesi con gli incubi ci siamo dovuti distaccare, ci serviva lucidità per scrivere. Cremonini voleva un film “raggelato”. Il titolo in lavorazione era Cronaca di un arresto.

Netflix lo distribuirà in 190 paesi. All’estero che effetto farà?

È una storia universale, di ingiustizia e dolore familiare. Qualcosa che risuona nella paura ataviche dei genitori di essere separati dai figli, e in quella dei figli di deludere i genitori. Perché fa male dirlo, ma qui si parla anche di un ragazzo che muore pensando di aver deluso la sua famiglia, pensando di essere stato abbandonato.

Tre carabinieri saranno processati per la morte di Stefano. Seguirete il processo?

Sì, certo. Finalmente si sta imboccando la strada giusta. Questo non è un film che smuove le acque, perché per fortuna le acque sono già state smosse. Speriamo che magari aiuti a non far succedere più una cosa del genere.
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Mercoledì 29 Agosto 2018, 18:22






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5 di 17 commenti presenti
2018-09-02 16:38:29
sono stati spesi soldi pubblici per realizzare questo film?!...
2018-09-01 11:17:35
Cucchi era un tossicodipendente e se commetteva reati andava perseguito secondo le leggi vigenti. Invece è stato ammazzato da vigliacchi e infedeli “servitori dello Stato forti della sua debolezza e della loro divisa. Cose del genere ci si aspetta di vederle in nazioni di serie Z come il Cile di Pinochet o la Cecenia di Putin o la Siria di Assad. Forse però è proprio l’Italia una nazione di serie Z e voi che inneggiate alla morte di questo poveraccio e difendete gli indifendibili siete l’anima nera di questa disgraziata nazione che non ha mai fatto i conti con il passato fascista e non li fa nemmeno con questo presente. Provo vergogna per voi.
2018-09-01 16:36:15
Posso darti ragione in parte ma fare pure un film sulla sua vita e così glorificarlo in eterno mi sembra una cosa vomitevole. in quanto alla vergogna, lascia stare, che è meglio.
2018-09-01 10:34:51
Chi detiene in custodia un detenuto ha la responsabilita' della sua incolumita'. Appartenenti alle forze dell' ordine che compiono reati vanno puniti severamente, piu severamente, non meno, dei cittadini. Ma se un generale di corpo d'armata (Subranni: ex comandante del ROS) viene condannato in appello a 12 anni e una altro Generale e Prefetto (Mori) ad altri 12 per Violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi componenti, e un Prefetto, intercettata, ammette le porcherie che ha fatto col problema dei migranti, cosa ci possiamo aspettare ? Non possiamo che sperare che la giustizia punisca i delinquenti, soprattutto se compiono reati nell'esercizio delle loro funzioni di pubblica sicurezza. Basta con questi impuniti!
2018-09-01 10:11:10
I veri criminali siete voi che rovesciate la realtà. Voi dovreste andare in galera per apologia della soppressione dei diritti umani. Kyfra ha ragione. Non essendo l'Italia un paese civile, siete nati nel posto giusto.