"Effetto Domino", il film di Rossetto arriva a Brooklyn: «Brutto il mondo senza cinema e teatro»

Sabato 30 Maggio 2020 di Chiara Pavan
IL FILM Mirko Artuso e Diego Ribon in un momento di Effetto Domino di Alessandro Rossetto
L’INTERVISTA
Sono quasi una “coppia di fatto” che da anni condivide cinema e teatro, fedelissima ad un regista coraggioso e visionario come il padovano Alessandro Rossetto. Diego Ribon e Mirko Artuso ridono divertiti, «dopo Rick e Gian ci siamo noi» commenta allegro il primo, «magari come Tognazzi e Moschin, sarebbe un grande onore» fa eco il secondo. Eppure le loro vite professionali continuano a incrociarsi sin da “Piccola Patria” (2014), folgorante esordio del documentarista Rossetto nel lungometraggio, fino al recentissimo “Una banca popolare”, film ora in fase di post-produzione tratto dalla pièce di Romolo Bugaro, prodotta lo scorso inverno dallo Stabile del Veneto. Nel mezzo, il potente “Effetto domino” presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, feroce sguardo su un modello di vita ostaggio del denaro ( sempre ispirato ad un romanzo di Bugaro) fino al 7 giugno al Brooklyn Film Festival (www.brooklynfilmfestival.org) in edizione online causa coronavirus, e sarà visibile in versione italiana con sottotitoli inglesi. «Basta accreditarsi sul sito del festival e vederlo. Si potrà anche votarlo» spiega il veneziano Ribon. «Una bella opportunità di vedere il film di  Rossetto che magari era sfuggito lo scorso anno e di votarlo... anzi, votate!» continua il trevigiano Artuso, direttore artistico del Teatro del Pane di Villorba.
Non solo i “Lupi di Wall Street”: gli Usa possono ora confrontarsi col modello “veneto” di capitalismo rapace.
Artuso: «È un tema universale, e i nostri due personaggi ne incarnano le contraddizioni. I soldi sono il motore di tutto. Rampazzo e Colombo, da piccoli imprenditori, anche visionari, tentano al scalata al successo, ma il loro progetto viene rubato da chi il business, quello vero e spietato, lo sa fare. Dall’altra parte del mondo, c’è chi sa come appropriarsi di idee altrui.Succede spesso ormai. Quando poi si entra nel campo della finanza, cambia ancora tutto».
Ribon: «Rampazzo e Colombo si portano appresso parecchia terra, anche quella che si attacca sotto le scarpe e diventa fango: “Effetto domino” parla dell’arricchimento, della corsa ai soldi fine a se stessa, che se ne frega di tutto quello che ruota attorno all’umanità. È la storia del mondo. Adesso voglio vedere cosa abbiamo imparato dalla lezione del codiv».
Un “effetto domino” da covid pesante per la cultura.
A.: «Non siamo dentro un sistema che dà indicazioni chiare, ma nel mezzo delle opinioni. C’è troppa confusione: l’effetto domino in questo caso mette l’uno contro l’ altro. Stiamo a cantare sul balcone mentre l’altro spara al runner, un meccanismo tipico delle politiche di questi ultimi anni: essere contro a prescindere. A volte anche senza saperlo».
Nel teatro cosa vedete?
Ribon: «Siamo dimenticati da tutti, considerati un orpello, un divertimento. Eppure non si tiene conto dell’indotto, della cerchia di persone che lavorano dietro il palco o la macchina da presa. Paradossalmente è più facile chiudere i teatri che le chiese. Germania, Francia e Danimarca hanno previsto ben altri interventi a favore delle arti dal vivo e della cultura in generale».
Artuso: «Siamo stati i primi a chiudere e saremo gli ultimi a riaprire. Nella testa delle persone è passato il messaggio che i teatri sono luoghi pericolosi».
Cosa vedete davanti a voi?
A: «Mi auguro che le persone siano in grado di riprendersi in mano la propria vita e sappiano scegliere».
R: «L’importante è che l’industria dello spettacolo possa ripartire, sarebbe un segnale, dimostrerebbe che esistiamo, che abbiamo valore. Lasciandoci invece nel limbo, come adesso, significa che si può vivere benissimo senza teatro o cinema. E per me la vita è peggiore senza cinema e teatro».
Come riappropriarsene di nuovo? Cosa fare in Veneto?
A: «Ai primi di febbraio, quando con “Lievito” ho unito i professionisti del Veneto, abbiamo colto la necessità di creare almeno un dialogo tra noi. Ci sono moltissime realtà giovani e vitali, ma ora è necessario trovare nuove regole per misurasi con la Regione, i teatri pubblici...».
Cosa spaventa di più?
R: «Il limbo, questa non azione, non si capisce se si può riprendere il lavoro. Aprire che vuol dire? Che danno aria ai teatri? I protocolli, adesso, non consentono di fare teatro. Mettiamo un attore sul palco con la mascherina? E le Orchestre come fanno? Gli strumenti a fiato dove li posizioni? Per ora si va a tentoni, non ci sono linee comuni, neanche nelle Regioni. Non esiste un protocollo su come comportarsi e agire sul set. Con questo sistema poco chiaro, le produzioni non si accollano i rischi e le assicurazioni non coprono nulla. Un disastro».
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