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Modi e Moda di Luciana Boccardi

Le 4 giornate di AltaRoma - Ma perchè
l'Alta Moda Italiana diventa "Atelier"?

 
Fagiani, struzzi, marabù: le piume che entrano ed escono dalla moda di ogni tempo fin dal loro primo apparire (sono state il primo “vestito” della storia) hanno consentito ad Anton Giulio Grande di immaginare un salotto del primo Novecento, dove tante Marchesa Casati  (colei che D’Annunzio definì “l’unica donna  che mi abbia sbalordito”) agitano ventagli da Moulin Rouge,  guatano sotto l’ala complice di cappelli alla Boldini. “Perché gli anni Venti”? -   “Per lanciare un messaggio che aiuti a riscoprire l’eleganza vera di cui oggi c’è bisogno come dell’aria. Vestirsi -  risponde lo stilista -  vivere gli abiti come messaggi di comunicazione”. Siamo nella zona calda della moda, a Roma dove dal 25 al 29 gennaio  AltaRoma ha scatenato un calendario anche troppo ricco di idee, eventi, spunti, occasioni legate all’universo del “vestire”  e alla sua cultura. Molto spazio ai giovani ma anche all’Alta Moda che non significa attestato  di qualità e bellezza ma tecnicamente con il “fatto a mano” ovvero tessuti,  forbici, ago , filo, abilità e  creatività e per questo prodotto artisticamente più pregiato. In AltaRoma l’alta moda italiana -  ciò che ne resta visto che con l’abiura alla quale il termine originario , oggi del tutto cancellato, è stato sottoposto in Italia  -   si è in gran parte trasferita a Parigi dove la Chambre della moda organizza due volte all’anno un calendario di “haute couture” .  Ma finchè un sarto decida di confezionare un abito a mano l’”alta moda” esisterà  in Francia , in Italia ,  in Senegal,  ovunque si proponga un prodotto di atelier. “Atelier” infatti   (qualche volta sostituito da “In town”) è il termine che da questa edizione AltaRoma ha coniato per sostituire l’etichetta tabù, “alta moda.
Alta Moda Italiana  (e non “atelier” come vorrebbe la nuova etichetta sostitutiva) è   la  collezione di Renato  Balestra,  maestro di eleganza  a tutto tondo ,  una delle glorie storiche dell’Alta Moda italiana, che  ha presentato una capsule superba, di abiti  che raccontano poesia, un racconto  verde in una sorta di sogno sull’erba: preziosissimi fili d’erba infatti sono ricamati, applicati, in seta, strass, paillettes, su abiti  applauditi a scena aperta.  
Sotto  “Atelier” anche  Camillo Bona, grande creatore il cui nome – fiore all’occhiello dell’alta moda italiana -  non è mai stato contaminato da suggestioni men che all’altezza di un tono alto sempre rispettato.  Ispiratrice di questa collezione P/E 2018, Silvana Mangano.  
Sabrina Persechino,  per “Atelier” (alta moda italiana)  ,  ancora una volta ha  abbinato le sue creazioni a modelli architettonici (non a caso lei stessa è un architetto)  avviando il suo nuovo look  (“Elektron”)  sulla via  dell’ambra, quella resina che sembra elettrizzarsi per strofinio tanto da assumere in greco  il nome “Elektron”  che la stilista ha voluto per questa collezione.  
In  “Atelier”  ecco  Gattinoni,  firma di  punta del panorama italiano d’alta moda  che,  ripassando il  suo  preziosissimo archivio (che raccoglie creazioni di Fernanda Gattinoni, di Raniero e infine quelle che da tanti  anni – con la direzione manageriale di Stefano Dominella - firma Guillermo Mariotto), ha dato vita alla collezione “Heritage” P/E  2018. Frammenti  di capi storici Gattinoni , reinterpretati  dallo stilista  con mano sicura ,  hanno meritato  varie standing ovations con la sfilata presentata nella Sala Ottagona delle Terme di Diocleziano, presente anche il sindaco di Roma,  Virginia Raggi.  A completare i “quadri” da esposizione  Gattinoni, l’eleganza in testa con  coppole, trilby,  cioches,  berretti,  caps, fedora,  cloches a  grandi o piccole ali:  l’intero universo Doria saccheggiato da Mariotto per “Heritage”.
Nel calendario romano, l’alta moda di Francesco Scognamiglio (sempre sotto la definizione di “Atelier”). Lo stilista ha festeggiato   i suoi primi vent’anni di attività presentando nella Galleria d’Arte Moderna di Roma  angeli e divinità pagane, donne belle profumate di attualità  in abiti  di altissima caratura  che giustificano il successo che due stagioni fa a Parigi  elesse lo stilista  pompeiano “nuovo principe” dell’alta moda italiana.
Se invece di “Atelier” scrivessimo com’era sempre accaduto prima del “veto” semantico,  “Alta Moda Italiana” ? Perché questa definizione che a  tutt’oggi  ingloba firme e presenze importanti e che domani potrebbe produrre nuovi astri  - come nel passato produsse i Valentino, Sarli, Capucci, eccetera – è stata addirittura soppressa e sostituita da termini “affini”?   Non piace?  Maria Grazia Chiuri, direttore artistico di Dior,  nel corso del  talk show organizzato nel quadro di AltaRoma  ha parlato e molto dell’alta moda italiana come di qualcosa che non è mai morto:  esiste,  c’è   e -  se  ben supportata (anche sotto il profilo etico che non ne offuschi l’identità)  - non avrà timore di gareggiare  senza complessi nei confronti di Parigi.   O no?

Venerdì 2 Febbraio 2018, 20:49
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