L'11 settembre di Venezia: i 21 morti nel vaporetto travolto dal tornado

Giovedì 12 Settembre 2019
L'ANNIVERSARIO
VENEZIA Un'apocalisse larga cento metri. La devastazione del tornado che ha colpito San'Elena l'11 settembre 1970, ammazzando 21 persone a bordo del motoscafo Acnil 130, più una a terra (oltre a 12 in un campeggio di Ca' Savio e una a Battaglia Terme), non andava oltre il centinaio di metri in larghezza. Nel resto della città non si sono accorti di nulla, se non per una breve interruzione dell'elettricità.
LA TESTIMONIANZA
«Quando siamo passati davanti alla piazzetta di San Marco abbiamo addirittura sentito le orchestrine suonare» ricordava Angelo Scarpa, al tempo vigile del fuoco a bordo della seconda barca intervenuta a Sant'Elena. Alle 21.32 di quel maledetto 11 settembre il motoscafo 130 diretto al Lido ha il motore in folle, in attesa che si liberi il pontile di S. Elena, occupato dal vaporetto 59. L'inferno dura trenta secondi. In mezzo minuto l'imbarcazione viene letteralmente schiaffata sott'acqua, compiendo una rotazione di 360 gradi: si immerge rovesciata, si adagia sul fondo dritta. A bordo sono in una sessantina: chi è fuori si salva, chi si trova all'interno, nelle cabine, annega. Sono solo tre metri d'acqua, ma tanto basta. L'equipaggio del 130 è formato da due chioggiotti: il pilota Enzo Bullo, detto Trombamarina; il marinaio Giorgio Veronese, detto Jack Palance (noto attore americano dell'epoca). Bullo è scomparso da un po' d'anni, ma Veronese ricordava gli eventi in un libro pubblicato dal Saggiatore nel 2017 (Naufragi. Storia d'Italia sul fondo del mare): «A un certo punto il cielo è diventato tutto bianco, io sono andato giù, nelle cabine, a chiudere i finestrini perché non entrasse la pioggia. Poi sono tornato su vicino alla timoniera. Stavamo accostando, eravamo a meno di cento metri dall'attracco, e all'improvviso non si è visto più niente, è sparito anche il pontile. Non mi sono nemmeno accorto di quel che stava succedendo. Mi sono trovato sott'acqua e sono tornato su con una signora attaccata al mio impermeabile».
I SOCCORSI
I primi a soccorrere sono proprio i marinai del vaporetto che aveva appena mollato gli ormeggi, poi giunge una barca dei pompieri che si trovava nel canale della Giudecca. Ai comandi c'era il pompiere Andrea Sopracordevole: «Arriviamo, ma non vediamo niente. C'era gente che gridava dalla riva, e abbiamo in acqua visto bolle d'aria che venivano dal fondo nel luogo dov'era colato a picco il battello». Le vittime sono quasi tutte estratte nella notte dai sommozzatori dei vigili del fuoco, salvo una che verrà ritrovata sotto il mezzo la mattina dopo, quando un pontone gru della Marina lo solleverà, in una splendida giornata di sole. Molti veneziani ricordano quell'11 settembre del 1970, ma pochi sanno che il 130, dopo le riparazioni, è stato riciclato come 136. I marinai che lo sapevano salivano a bordo facendo gli scongiuri. Radiato nel 1985 dall'Actv, che aveva sostituito l'Acnil, il mezzo è stato venduto all'Associazione nazionale marinai d'Italia di Schio che l'ha restaurato per farne la sede sociale. L'ex «motoscafo della morte» è stato poi demolito, una dozzina d'anni fa.
Alessandro Marzo Magno
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