«Questa città non è vuota perché mancano i turisti, ma perché mancano i veneziani»

Lunedì 8 Marzo 2021
«Questa città non è vuota perché mancano i turisti, ma perché mancano i veneziani»
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«Venezia non è vuota perché mancano i turisti. Venezia è vuota perché mancano i veneziani». Marino Folin, veneziano, 77 anni, conosce bene la sua città, ci ha insegnato Urbanistica per tutta la vita, è stato per quindici anni il Rettore dello Iuav. Ha visto la Venezia popolosa e attiva, non ancora consegnata al turismo. 


«Ancora negli anni '70 era popolata dai suoi abitanti che erano tantissimi. E c'erano botteghe e fabbriche, navi e mercati che sono scomparsi. All'una e alle cinque del pomeriggio quando la gente usciva dagli uffici non si poteva camminare e all'ora di punta a Rialto facevi fatica a muoverti. Per i comizi campo Santo Stefano era talmente pieno che noi bambini giocavamo a nasconderci tra le gambe di quelli che ascoltavano. Per noi era come un bosco fatto di tronchi che erano le gambe delle persone».


Non corrisponde ai ricordi questa Venezia deserta, la Piazza San Marco perfino senza colombi, le vetrine dei negozi abbrunate con teli scuri, insegne scalpellate. I gabbiani calano sui masegni a finire i piccioni a colpi di becco.


La Venezia triste di oggi?
«Quelli che dicono che bella Venezia senza gente, non sanno che questa vuota e triste, è una Venezia che non è mai esistita. Ho conosciuto la Venezia popolatissima piena di attività produttive, imprenditoriale, erano ancora in funzione il Mulino Stucky, il Tabacchificio, il Cotonificio. Certo guardando al dopo, si deve pensare a qualificare il turismo, non credo alle barriere. Se c'è un turismo eccessivo, lo vinci sostituendolo, riempiendo Venezia con una popolazione diversa».


Allora, come può essere quella di domani?
«Non è detto che debba diventare una Disneyland. Venezia è un pezzo di una città metropolitana più ampia, è parte di una relazione che comprende Treviso e Padova. Le attività di produzione che riguardavano Venezia ora sono dislocate nella terraferma. Venezia ha una sua storia formidabile, è una capitale della cultura mondiale, un luogo unico dove si sviluppano grandi eventi culturali internazionali, sede di Fondazioni internazionali. Ma non può essere solo un luogo dove si espongono cose che vengono fatte altrove: ha tutte le caratteristiche per essere anche un ruolo di produzione». 


Fare l'architetto era il suo sogno di bambino?
«È proprio così. Sono nato in Fondamenta dello Squero di fronte a campo San Barnaba, nel sestiere di Dorsoduro. Mia mamma era maestra, papà impiegato dell'Acnil che era l'azienda di navigazione. Eravamo cinque figli. Venezia della mia infanzia era fantastica, in campo Santa Margherita per Carnevale arrivavano le giostre. Andavamo a giocare in campo Santo Stefano: a guardie e ladri, a volinaria che richiedeva l'abilità di salire rapidamente su un gradino prima che un compagno ti toccasse, a ruba bandiera, a pindolo. Eravamo tutti innamorati di una bambina bellissima coi capelli lunghi biondi, Monica Zecchi. Spesso andavamo a prendere papà per tornare a casa a pranzo, mi piaceva il suo ufficio perché alle pareti c'erano tutti i modellini dei vaporetti e per me erano un richiamo irresistibile. Per andare alle medie al Morosini prendevo tutti i giorni il vaporetto alla fermata di Ca' Rezzonico, per un bel pezzo non sapevo come si faceva ad arrivare a piedi da casa mia alla scuola».


Quando ha deciso cosa avrebbe fatto da grande?
«Ho frequentato il liceo Marco Polo, all'epoca c'erano i fratelli De Michelis di qualche anno più grandi e nella classe prima della mia c'erano Massimo Cacciari e Francesco Dal Co. La futura classe dirigente di Venezia era su quei banchi. Nella sezione femminile c'era Donatella Calabi che poi ho sposato. Ho deciso presto che volevo fare l'architetto, da piccolo mi piaceva fare le costruzioni di ogni dimensione. Volevo anche diventare scenografo per realizzare un sogno di mio padre che in gioventù aveva recitato in grandi teatri, suonava il pianoforte, dipingeva, gli piaceva la poesia. Viveva con una certa sofferenza il fatto di dover fare l'impiegato. Dalle finestre del liceo vedevo la vecchia sede dello Iuav e mi dicevo: Un giorno mi iscriverò lì. Vedevo gli studenti arrivare col fifì, il farfallino: era la divisa tipica dei professori, a incominciare dal grande Bruno Zevi, e anche degli studenti. Ovviamente la prima cosa che ho fatto appena iscritto è stata quella di comprarmi la cravatta a farfalla».


Ha finito per vivere all'università?
«La mia prima lezione era con Giuseppe Mazzariol, di storia dell'arte, ovviamente anche lui aveva la farfalla. Si era iscritta anche Donatella con la quale un anno dopo, al termine di un viaggio estivo in Danimarca, abbiamo deciso di sposarci. Poi è venuto a mancare il padre di Donatella, che era un grande architetto e stava anche restaurando l'istituto ai Tolentini. Così abbiamo studiato e lavorato nello studio Calabi fino alla laurea con una tesi sul recupero dei Sassi di Matera: per farla abbiamo incontrato quelli che si erano occupati della città e del Mezzogiorno, da Carlo Levi a Danilo Dolci. Ho cominciato subito con una borsa di studio del CNR per una ricerca sulla struttura delle città del Veneto da Napoleone in poi. Intanto, portavamo avanti i lavori importanti del padre di Donatella: l'ospedale psichiatrico di Verona e quello di Catania. Era il tempo della grande riforma e abbiamo conosciuto Basaglia».


Politica e cattedra fino alla nomina a rettore?
«Nel 1972 con molta presunzione ho scritto il mio primo libro, lo ha pubblicato De Donato ed è stato pure tradotto. Era intitolato La città sul capitale, una critica materialistica dell'architettura. In quegli anni mi sono iscritto al Pci e con Massimo Cacciari abbiamo fondato l'Istituto Gramsci veneto e abbiamo dato vita a molti convegni. Nel 1982 ho chiuso, sia io sia Donatella eravamo in cattedra e avevamo scelto di farlo a tempo pieno, lasciando lo studio e gli altri incarichi. Sono stato anche presidente della Commissione voluta dal ministro Ruberti per la riforma dell'Università e poi direttore di dipartimento. A 47 anni sono stato eletto rettore, ho avuto una vita ricchissima di soddisfazioni all'università, era una cosa che mi piaceva fare e nel tempo del mio rettorato ho attivato nuovi corsi di laurea che adesso sono tra i più frequentati. Anche Scenografia, ci sono riuscito, in qualche modo lo dovevo a mio padre. Ho trasformato i corsi di laurea in facoltà e alla fine del mandato l'ateneo non era più solo Iuv, ma Università con molte novità. Ho anche collaborato alla nuova riforma Berlinguer, quella del 3+2».


Quando ha lasciato la cattedra?
«Sono stato rettore per 15 anni di fila, rieletto per cinque volte dal 1991 al 2006. Ho passato la mia vita in quel posto, ero stanco, sono andato in pensione in anticipo. Il mio amico Arrigo Cipriani in uno suo libro mi ha dedicato poche righe che sono un ritratto perfetto: Credo che abbia deciso di passare il testimone a un collega quando ha realizzato che quel percorso della sua vita aveva ormai consumato l'inesauribile, continua e incuriosita voglia di inseguire la felicità. Mi ero anche separato da Donatella: abbiamo due figli e quattro nipoti».


E oggi cosa fa?
«Mi occupo di una Fondazione culturale cinese che mi porta un paio di volte l'anno in Asia. Ma la gran parte del mio tempo è assorbita dalla scrittura di un libro sulla storia degli oggetti di casa mia. È in realtà un inventario della mia vita. Nella cultura cinese le tombe sono il luogo nel quale la persona inizia la vita del dopo vita. Sono ricche di oggetti della vita quotidiana fatti espressamente e restituiscono le storie della vita. Li chiamano oggetti luminosi perché appena la tomba viene chiusa si illuminano e inizia la seconda vita».

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