Il compleanno di Venezia: oggi compie 1600 anni. Migrazioni, fughe e mito, ecco la sua storia. Tutti gli eventi in programma

Giovedì 25 Marzo 2021 di Alessandro Marzo Magno
Piazza San Marco
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VENEZIA - Una sarebbe stata fondata il 25 marzo 421 d.C., l'altra il 21 aprile 753 a. C., tutte e due hanno a che fare con i troiani, tutt'e due hanno nella realtà cominciato a svilupparsi un paio di secoli dopo la data della fondazione mitica, per tutt'e due la leggenda ha voluto retrodatare la nascita: se si confrontano tra loro le leggende sulla fondazione di Venezia e di Roma, si scoprono una quantità di tratti comuni e, soprattutto, la volontà della più giovane (Venezia) di apparire più antica della più vecchia (Roma).

ATTILA E LE ORIGINI

Fino all'inizio del Trecento i veneziani si accontentavano di essere stati fondati ai tempi dell'invasione degli unni di Attila (452), fuggendo a rotta di collo davanti alle orde barbariche. La leggenda ha comunque un suo perché: i futuri veneziani scappano verso luoghi inospitali e soprattutto disabitati. Da questo origina il mito della libertà originaria di Venezia: città nata libera in luoghi non abitati da nessuno e perciò sempre rimasta libera. In realtà le lagune non erano disabitate, anche se ci vivevano in pochi, c'erano un po' di salinari e pescatori e qualche villa di un pugno di ricchi altinati che ci andavano in vacanza. Gli spostamenti di popolazione, invece, non sono per nulla improvvisi e disordinati (gli abitanti si trasferiscono con in testa il vescovo, portando con loro reliquie e tesori) e avvengono non con l'invasione degli unni, ma con le conquiste dei longobardi seguite all'arrivo di Alboino, nel 568.


PADOVANI A MALAMOCCO

Gli abitanti di Padova fuggono a Malamocco dopo la distruzione del 601; la popolazione di Altino scappa nel 639 verso Torcello; un paio di anni più tardi gli abitanti di Oderzo, guidata dal vescovo Magno, si trasferiscono a Equilio, più o meno l'attuale Jesolo. La leggenda della fuga precipitosa rimane tuttavia viva fino ai nostri giorni, come sa chiunque ricordi la celebre canzone che Alberto D'Amico ha composto nel 1973. «Ariva i barbari a cavalo/ i ga do corni par capelo/ xe na valanga che se buta/ i ga la fame aretrata/ i ga brusà tuto l'impero/ scampemo che i ne vol magnar». Canzone che, a dispetto dell'essere un testo facile e orecchiabile (e infatti ebbe enorme successo) teneva attentamente conto della tradizione storiografica dell'epoca. Gli studi storici hanno invece stabilito che Venezia in realtà non è mai nata, ma si è formata per successive addizioni, con un processo piuttosto lungo e articolato. La nascita mitica il 25 marzo 421 ha origini padovane, e già questo potrebbe far inorridire molti.


LA NARRAZIONE DI JACOPO

Il primo a raccontare la storia, all'inizio del XIV secolo, è stato Jacopo Dondi un chioggiotto laureato in medicina a Padova, orologiaio per diletto: suoi sono gli orologi di Chioggia e di Padova, tra i più antichi al mondo, e proprio per questi meccanismi diventa tanto famoso che la nobile famiglia cambia il cognome in Dondi dell'Orologio. Questi scrive in una cronaca che Venezia è stata fondata da tre messi padovani. L'intenzione di Dondi era sminuire Venezia facendola passare per una creatura padovana. A leggenda si aggiunge leggenda: quella che nello stesso giorno sarebbe stata fondata la chiesa di San Giacomo di Rialto, detta di San Giacometto, in realtà il primo documento relativo a quella chiesa risale soltanto al 1177. Si potrebbe pensare che ai veneziani del tempo non piacesse granché l'idea di essere stati fondati da tre padovani e quindi facessero finta di niente di fronte alla cronaca di Jacopo Dondi.


VENEZIA & GESÙ

Errore. La riprende nientepopodimeno che Andrea Dandolo, il doge cronista, colui che a metà Trecento getta le fondamenta del mito di Venezia destinato a svilupparsi e crescere nei secoli successivi. La data, il 25 marzo 421 alla fin fine, va benissimo ai veneziani del XIV secolo. L'anno è di tre decenni anteriore alla calata di Attila e quindi antichizza il mito. Il giorno poi è miele: il 25 marzo è il giorno dell'Annunciazione, ovvero del concepimento di Gesù. Quindi Venezia è sorella di Gesù. E se è sorella di Gesù, la Madonna è sua madre e protettrice. Chiaro, no? Inoltre non tutti i padovani vengono per nuocere: Padova è la città fondata dal troiano Antenore, fuggito verso l'Adriatico dopo la distruzione di Troia. L'eroe troiano Enea, invece, sarebbe fuggito nel Lazio dove avrebbe sposato Lavinia e generato la progenie da cui sarebbero nati Romolo e Remo. Attenzione: Padova sarebbe stata fondata direttamente dal troiano Antenore, mentre Romolo, fondatore di Roma, sarebbe soltanto nipote del troiano Enea. Quindi Padova è più antica di Roma e quindi i fondatori di Venezia vengono da una città che precede Roma. Furbi, no? D'altra parte i patrizi veneziani facevano a gara nell'attribuirsi presunte origini romane e fantasiose discendenze dalla varie gentes nobiliari dell'antica Roma. Era un modo per elevarsi perché, come sappiamo, in origine i patrizi veneziani erano più o meno tutti mercanti, una nobiltà di censo, non certo di sangue.

PETRARCA

l mito di Venezia continua ad alimentarsi indisturbato nei secoli a venire. Petrarca nel 1364 descrive la città come «unico albergo a' dì nostri di libertà, di giustizia, di pace, unico rifugio de' buoni». Nel 1495 il francese Philippe de Commynes, ambasciatore di re Luigi XII, la definisce «la più trionfante città che io abbia mai visto». Nei medesimi anni, il domenicano Gerolamo Savonarola, suggerisce il modello veneziano per la repubblica fiorentina, nata dopo la cacciata del Medici nel 1494. Nel Cinquecento due libri contribuiscono in modo determinante alla diffusione del mito: uno è scritto da un esule della Repubblica fiorentina, Donato Giannotti, che nel 1542 pubblica a Roma il Libro de la repubblica de Vinitiani; l'altro è opera di un patrizio veneziano, assurto alla porpora cardinalizia, Gasparo Contarini, tra l'altro legato papale alla dieta di Ratisbona. Il suo De magistratibus et republica Venetorum (1544), ampiamente letto nelle traduzioni italiana, francese e inglese, diviene una delle analisi-tipo del governo veneziano, nonché fonte del mito di «Venezia-stato-misto» dove aristocratici, borghesi e popolo concorrono in armonia al benessere della repubblica. Un mito, questo della concordia, che resiste ancora ai nostri giorni: siamo portati a pensare che i veneziani andassero tutti d'accordo nel concorrere al bene pubblico. La reazione al mito è stata l'antimito, promosso dagli spagnoli nel Seicento e amplificato dai francesi all'indomani della caduta della Repubblica. Tutte le storie nere, dal «Povaro Fornareto» al canal Orfano dove sarebbero stati annegati i condannati nelle notti senza luna, dalla fama oscura del Consiglio dei Dieci alle denunce anonime (erano segrete, ma non anonime, qualora anonime venivano cestinate) sono figlie dell'antimito. E anche queste sopravvivono ai nostri giorni.

 

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Ultimo aggiornamento: 3 Aprile, 09:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA