Venezia, l'eredità di una città capitale di equilibrio

Giovedì 25 Marzo 2021 di Carlo Nordio
Venezia, l'eredità di una città capitale di equilibrio

Quando, nel Giugno del 1940, Winston Churchill esortò i sudditi di Sua Maestà a comportarsi come uomini di valore cosicché, se l'Impero Britannico fosse vissuto mille anni, si potesse dire un giorno che quella era stata la loro ora più bella, aveva in mente l'Impero Romano. Nutrito dall'eloquenza di Gibbon e consapevole delle straordinarie affinità tra la politica dei Cesari e quella di Whitehall, il vecchio leone trascurava due esempi più longevi: quello egiziano, di cui forse disprezzava le superstizioni, e quello veneziano, di cui sottovalutava la grandezza. Perchè il dominio di Venezia fu più duraturo di quello britannico e di quello romano, e anche se si esercitò in territori assai più limitati primeggiò nel commercio, nelle finanze e nelle arti in gran parte del mondo allora conosciuto.
CIVILTÀ ULTRAMILLENARIA
Là dove non arrivarono le falangi di Alessandro e le legioni di Augusto e di Valeriano, giunsero i mercanti, gli esploratori e gli scrittori della nostra isola più piccola di Londra e di Roma, producendo ricchezza e cultura, e raccontando all'Occidente, con la penna di Marco Polo, le meraviglie di una civiltà sconosciuta. Ma la lezione che ci impartisce l'ultramillenaria storia della Serenissima non comprende solo la sua vitalità commerciale, la sua potenza marittima e la sua evoluzione artistica e architettonica. Comprende anche un sistema politico innovativo e geniale, che coniugava la sicurezza dello Stato con l'efficienza amministrativa e la tutela delle libertà individuali. E purtroppo comprende anche un collasso repentino, forse unico nella storia. Mentre infatti tutti gli imperi orientali, dai Caldei agli Assiri, da Nabuccodonosor a Dario, caddero dopo cruente battaglie e spaventosi stermini; mentre quello romano ebbe una lenta e impercettibile decadenza, e quello britannico si trasformo in un pacifico Commonwealth, Venezia cadde nel pieno della sua magnificenza come una pera matura, senza combattere e senza quasi protestare. Ed è da questi due aspetti, il suo efficiente sistema e la sua rapida fine che vorremmo trarre qui qualche lezione.
I PREGI SERENISSIMI
Le origini della prosperità veneziana sono note: la protezione naturale della laguna troppo profonda per i cavalli e troppo poco per le navi, la laboriosa perseveranza degli abitanti, lo sviluppo di un'invincibile Marina, la vantaggiosa amicizia con il Medio Oriente, l'iniziativa dei suoi mercanti, la fantasia dei suoi finanzieri, e la debolezza degli avversari. Le sue agili galee erano la salvaguardia della sua grandezza, come le capaci navi mercantili ne erano la causa e l'incremento. Tuttavia la gloria di Venezia non fu solo di acquistare questo patrimonio, ma di conservarlo e arricchirlo per oltre un millennio. E questo avvenne perché il suo sistema politico era un monumento di sapienza giuridica e di solido pragmatismo. Certo non fu questo sistema a produrre i capolavori di Bellini, di Tintoretto e di Tiziano, né le solenni architetture di Palladio o di Longhena, né le deliziose sonate di Vivaldi o le cantate di Benedetto Marcello. Altri artisti fiorirono in ambienti più corrotti, come la corte dei Borgia, più bigotti, come la reggia spagnola, più austeri, come l'Olanda calvinista, più effervescenti, come l'Inghilterra elisabettiana o più introspettivi, come la Germania di Bach e di Beethoven. Ma se non ne fu la causa, questo sistema ne fu la condizione, perché in nessuna parte del mondo lo sviluppo delle scienze, delle arti, del bel vivere e persino della libertà religiosa fu insieme solido e duraturo come nella lunga storia di Venezia.
IL VALORE
Questo ordinamento istituzionale, amministrativo e militare era una geniale combinazione di riconosciuti meriti individuali, di nobili tradizioni familiari e di opportune interferenze casuali. Se il fascismo fu, come disse uno storico inglese, una tirannide temperata dall'anarchia, Venezia fu un'impenetrabile oligarchia mitigata dalle rivalità interne e corretta dai capricci del caso. Il potere era nelle mani di poche famiglie, ma era controllato da molti organismi, spesso in mano a casati avversari. Le cariche dei senatori erano temporanee e il Doge era perpetuo ma senza poteri. Il Consiglio dei Dieci vigilava sugli uni e sull'altro valendosi di subdole spie, di prezzolati sicofanti di denunce anonime. Ma questa spiccia procedura era assistita da garanzie ignote ad altri paesi per irrogare una pena: la necessità di almeno due testimoni, la presenza di due difensori, la maggioranza qualificata dopo cinque votazioni consecutive, e, non ultima, una sostanziale imparzialità verso ricchi e poveri, nobili e popolani. Condottieri come Francesco Carmagnola e dogi come Marin Faliero furono coscienziosamente decapitati, con l'unico privilegio di evitare le umilianti mutilazioni tipiche della giustizia del tempo, che peraltro Venezia somministrava con prudente parsimonia. Solo l'omosessualità aveva una sanzione speciale: l'organo del peccato veniva inchiodato a un'asse, lasciando il condannato al pubblico ludibrio, prima di essere arso vivo. Ma negli altri Paesi andava assai peggio.
I POTERI
Infine, tra gli eletti alle cariche governative, seguiva un sorteggio, e tra gli estratti un'ulteriore elezione. Un po' quello che si dovrebbe fare adesso con il Consiglio Superiore della Magistratura, devastato dai mercimoni rivelati da Palamara. Era un modo intelligente per allentare il legame tra elettori ed eletti, che, come è noto, si traduce successivamente in richieste e scambi di favori. Con questa balance of powers, assistita in politica estera da una schiera di ambasciatori fedeli, intelligenti e perspicaci, Venezia prosperò fino all'arrivo di Napoleone. Davanti al quale, nel 1797, aprì le porte senza combattere, perdendo in un attimo oltre alla sovranità, la libertà, la ricchezza e persino il nome.
NAPOLEONE
Perché cadde senza resistere, tra l'indifferenza generale? In parte per le ragioni che minano tutti gli organismi, i quali nascono, crescono, invecchiano e muoiono. In parte perché concentrò, nel suo ultimo periodo, le stesse patologie del basso Impero Romano: la perdita delle virtù civili e militari, la crisi demografica, la rilassatezza dei costumi, lo scettico fatalismo, e quell'amore per la bella vita svincolato dal controllo della ragione, della prudenza e dell'onore. Quando Bonaparte si presentò ai suoi confini le dighe cedettero subito, e il Nuovo Faraone dilagò senza che le acque si chiudessero sulle sue truppe, come quelle del mar Rosso evocate da Mosé. Chissà che la nuova diga del Mose, opera unica che vengono ad ammirare dal mondo intero, costituisca il simbolo non solo della sua salvezza, ma anche della sua rinascita.

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Ultimo aggiornamento: 17:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA