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Mamma morta d'infarto dopo le dimissioni dal pronto soccorso, medico indagato. I periti: «Diagnosi sbagliata»

Venerdì 10 Giugno 2022
Debora Berto

TORRE DI MOSTO (VE) -  Se la 45enne di Torre di Mosto fosse stata sottoposta al Pronto Soccorso di San Donà anche a un semplice Ecg, «si sarebbero evitati gli esiti fatali dell’infarto al miocardio». Questi gli esisti della perizia svolta dai consulenti tecnici della Procura Debora Berto morta per infarto dopo essere stata dimessa dal Pronto Soccorso di San Donà di Piave.

Debora Berto, che risiedeva a Torre di Mosto con la sua famiglia ed era conosciutissima in tutto il Veneto Orientale per il suo lavoro di commerciante (gestiva con il coniuge un’attività di vendita di abbigliamento e intimo nei mercati rionali), il 16 dicembre 2020, alle 12.45, ha accusato un malore nella sua abitazione accasciandosi su un tavolo. Nonostante gli immediati soccorsi del figlio e del marito, che era in casa e le ha praticato il massaggio cardiaco per 17 lunghi minuti in attesa dell’arrivo dell’ambulanza del Suem, subito allertato, e di quelli dei sanitari, per la 45enne non c’è stato nulla da fare.

Una tragedia di cui Mirko Sacilotto non riusciva a capacitarsi, anche perché la moglie da qualche giorno lamentava dolori al polso e al braccio sinistro, con “impotenza funzionale”, classiche “spie” di un infarto, e l’11 dicembre, alle 10.44, si era recata per questo al Pronto soccorso di San Donà riferendo puntualmente i sintomi. Ma i sanitari, effettuate due radiografie alla spalla e alla colonna cervicale, dopo neanche due ore, alle 12.30, l’hanno dimessa con la diagnosi di “semplice” brachialgia, senza sottoporla ad alcun approfondimento di natura cardiaca, né l’elettrocardiogramma né gli esami del sangue per verificare gli enzimi, e prescrivendole solo una terapia farmacologica antidolorifica per cinque giorni, che la paziente ha seguito ottenendo una parziale attenuazione delle algie, e una risonanza magnetica, ma del rachide cervicale, fissata proprio per il giorno del decesso. In altre parole, il problema era stato inquadrato e gestito come di natura ortopedica e non cardiaca

Il marito di Debora, attraverso il responsabile della sede di San Donà di Piave, Riccardo Vizzi, per fare piena luce sui fatti ed eventuali responsabilità mediche si è quindi affidato a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e tutela dei diritti dei cittadini, che vagliando la documentazione clinica disponibile ha subito rilevato profili di malpractice. E’ stato dunque presentato un esposto e riscontrando la denuncia la Procura di Venezia, tramite il Pubblico Ministero dott.ssa Laura Villan, ha aperto un procedimento penale per l’ipotesi di reato di omicidio colposo in ambito sanitario indagando il medico dell’Ulss 4 Veneto Orientale che aveva visitato e seguito la vittima in occasione del suo accesso al pronto soccorso cinque giorni prima del dramma: G. B., 36 anni, residente nel comune di Venezia. Il magistrato, inoltre, ha disposto l’autopsia sulla salma per chiarire le cause della morte e accertare se potesse essere stata determinata da condotte mediche inadeguate, affidando l’incarico al dott. Giovanni Cecchetto, dell’Istituto di Medicina Legale dell’ospedale di Padova, che poi ha chiesto e ottenuto di farsi assistere nella sua perizia anche dal dott. Stefano Kusstatscher, direttore dell’Unità Operativa Rischio Clinico dell’Azienda Zero: alle operazioni peritali, quale consulente di parte della famiglia di Debora Berto, ha partecipato anche il dott. El Mazloum Rafi, messo a disposizione da Studio3A.

Nel loro elaborato peritale, di cui finalmente la Procura, evidentemente prossima alla chiusura delle indagini preliminari, in questi giorni ha consentito l’acquisizione, i Ctu hanno innanzitutto confermato la natura cardiaca del decesso, dovuto, spiegano, “a un arresto cardio-respiratorio da aritmia indotta da infarto miocardico acuto”, che, aggiungono, “era retrodatatile di oltre cinque giorni e già presente al momento dell’accesso al Pronto Soccorso, essendo altamente probabile che la sintomatologia algica fosse riconducibile ad esso”. Pertanto, proseguono, arrivando al quesito centrale, “stante la sussistenza di un dolore persistente in una sede tipica di irradiazione del dolore toracico e l’assenza di elementi clinico documentali tali da attribuirlo a un processo infettivo-infiammatorio locale, in accordo alle Linee Guida sarebbe stato doveroso eseguire degli accertamenti di laboratorio (dosaggio troponina) e strumentali (Ecocardiogramma) che avrebbero permesso, con elevata probabilità, di diagnosticare una Sindrome Coronarica Acuta. Pertanto, l’inquadramento diagnostico del dolore messa in atto del medico del Pronto soccorso G. B. risulta inadeguato, ovvero caratterizzato da omessa esecuzione di accertamenti diagnostici, con conseguente errore diagnostico”.

Infine, i consulenti tecnici rispondono positivamente anche al cosiddetto giudizio contro-fattuale. “La mortalità a 30 giorni dal ricovero per infarto acuto al miocardio continua diminuire, nel 2017 è scesa all’8,7%: la media italiana è tra le più basse dei Paesi occidentali (…). La struttura ospedaliera di San Donà è dotata di una Unità Operativa di Terapia Intensiva Cardiologica e di una UO di Emodinamica, dove la paziente poteva essere immediatamente ricoverata e sottoposta a ricanalizzazione nel vaso coronarico: è stata infatti rilevata una coronopatia con trombosi che interessava unicamente la coronaria discendente anteriore, l’infarto miocardico era localizzato solo a livello del setto interventricolare”. Ne deriva, concludono il dott. Cecchetto e il dott. Kusstatscher, “che la diagnosi precoce di infarto avrebbe consentito l’immediato ricovero ospedaliero, con esecuzione di una procedura di angioplastica primaria che avrebbe consentito, con criterio di elevata probabilità, di evitare la morte. Pertanto, sussiste (anche) il messo di causalità tra l’errore diagnostico e il decesso”.

 

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