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Gualtiero Bertelli, l'artista veneziano vince il Premio Tenco 2022: «Le mie canzoni sono storie di vita»

Giovedì 22 Settembre 2022 di Edoardo Pittalis
Gualtiero Bertelli, l'artista veneziano vince il Premio Tenco 2022: «Le mie canzoni sono storie di vita»

VENEZIA - «Con la chiusura di industrie e di cantieri, negli anni Sessanta la classe operaia veneziana spariva dal centro storico e a poco a poco la città si trasformava in un suk per il turismo più selvaggio. In italiano, e soprattutto in dialetto, Gualtiero Bertelli è stato, ed è ancora, il cantore di questa metamorfosi con canzoni di lotta e con storie di ordinaria e proletaria vita quotidiana tra acqua alta, disoccupazione, condizionamenti culturali e religiosi. Quasi a mostrarci come le sue barche de carta della fantasia siano state, purtroppo, solo le navi grattacielo entrate in laguna».

Con questa motivazione è stato assegnato al cantautore veneziano Gualtiero Bertelli, 78 anni, il Premio Tenco 2022, il riconoscimento più prestigioso per la canzone d'autore. Sul palco del teatro Ariston di Sanremo, Bertelli salirà con Claudio Baglioni, Alice, Angelo Branduardi, Fabio Concato, Giorgio Conte e Michael McDermott, l'irlandese di Chicago più volte citato nei romanzi di Stephen King. Da quasi sessant'anni Bertelli canta in veneziano e porta in giro per il mondo la cultura di una terra e di un popolo. 

Cosa rappresenta per lei il Premio Tenco? 

«Mi sono meravigliato quando me l'hanno comunicato: sono a fine carriera, l'ho letto come un riassunto dei risultati precedenti, come un premio alla capacità e alla serietà del lavoro della canzone d'autore. Non ho mai fatto canzoni soltanto perché avevo bisogno di esprimermi, ma perché avevo delle cose da dire in quel momento su problemi che mi avevano coinvolto: manifestazioni sociali, Venezia e la sua laguna. Resto un insegnante, ho fatto questo mestiere per tutta la vita: l'insegnante ha la funzione di comunicare agli altri, il cantautore canta per condividere. È un premio complessivo alla mia figura d'autore, di contastorie e non solo all'interno dell'Italia».

Aveva già ricevuto la Targa Tenco

«Sì, dopo la tragica vicenda Moro avevo smesso di cantare e di comporre. Mi sembrava di non capire più il mondo attorno. Quando ho ripreso a scrivere canzoni, l'ho fatto con un linguaggio completamente diverso che ha sorpreso anche me, sono uscito col disco Barche de carta e la giuria del Tenco la propose allora come migliore canzone in dialetto di quell'anno. Quella targa l'ho avuta in ritardo, nel 1988, non c'erano i soldi e per qualche anno il festival non si è fatto. Per mezzo secolo di carriera mi ha premiato la Fenice la più grande istituzione musicale di Venezia: dall'essere un cantante veneziano quasi bastian contrario, mi sono ritrovato ad essere riconosciuto per le canzoni e per aver diffuso la cultura veneta. Il tutto è culminato in un concerto al Malibran».

Quando ha inciso il primo disco?

«Era il 1965, cinque canzoni con i Dischi del sole in una collana nella quale c'erano anche Dario Fo e Milly. Era venuto a Venezia Michele Straniero, grande studioso della musica popolare, raccoglieva testimonianze per i 20 anni della Liberazione, ha sentito le mie canzoni e ha voluto che le unissi in un disco intitolato Sta bruta guera che no xe finia. Nel disco anche I do' piovani! con il testo di Mario Isnenghi. Dopo mi è stato chiesto di entrare nel Canzoniere Italiano, un'organizzazione che girava l'Italia con canzoni politiche e popolari. Ero riconoscibile perché ero l'unico della banda che suonava la fisarmonica. Continuavo a insegnare, viaggiavo di notte con una R5 o in treno il sabato per i posti più lontani».

E Nina la sua canzone più conosciuta?

«L'ho cantata per la prima volta il 22 febbraio del 1966. Ero a Milano per un'edizione del festival Altra Italia, avevo trascritto il testo a mano su un foglio di quaderno a righe di quinta elementare e l'avevo messo in tasca. Nella seconda parte del programma era previsto che ognuno cantasse quello che voleva. Prima di me Amodei ha cantato una canzone d'amore, allora ho pensato che potevo farlo anch'io, ho tolto il foglietto dalla tasca e ho intonato Nina. È stato subito un successo, il pubblico ha incominciato ad applaudire. Ho capito presto che il veneto era la mia lingua anche per cantare. Trovavo ispirazione nelle storie vere: come quella di mio cugino che era da dieci anni fidanzato, si vedevano a fine settimana e sempre con mia zia in mezzo a controllarli; o come quella di un altro cugino che aveva messo incinta la morosa ed era andato a vivere dai genitori, tutti in 50 metri quadrati di una casa popolare. Nina è venuta fuori quasi sotto dettatura. L'hanno incisa Maria Monti, Ivan Della Mea, Giovanna Marini, Francesco De Gregori. Due anni fa ero in Argentina per una serie di spettacoli, in una scuola di Mendoza un coro di bambini delle elementari mi ha accolto intonando Nina ti te ricordi. L'ho cantata spesso con mio fratello Tiziano che è morto poco tempo fa».

Dopo aver inciso molti Lp, dischi e CD, negli ultimi anni Gualtiero Bertelli si è dedicato con la sua Compagnia delle Acque a portare sul palcoscenico, con giornalisti e scrittori, spettacoli che raccontano la storia italiana e, in particolare, del Nordest, dalla grande emigrazione di fine Ottocento al boom all'alba del Duemila. Non ha mai rinunciato al suo ruolo di cantastorie. Veneziano della Giudecca, dove è cresciuto a Campo Marte, Bertelli ha iniziato a suonare la fisarmonica da bambino.

Perché la fisarmonica?

«Praticamente ha deciso tutto mio nonno Gualtiero: il nome, ovviamente il suo; la data di nascita naturalmente quella del suo compleanno; e pure che strumento avrei dovuto suonare: la fisarmonica. E io mi chiamo Gualtiero come lui, sono nato il 16 febbraio come lui e suono la fisarmonica. Mio nonno era un vecchio socialista che custodiva nella federa del guanciale l'articolo del Gazzettino sulla morte di Matteotti e l'ha ha tirato fuori il giorno della Liberazione di Venezia. Mio padre si limitò ad aggiungere: Impara uno strumento, chi sa suonare non muore mai dalla fame e mal che vada un posto sul ponte dell'Accademia non te lo cava nissun!». A due anni mi hanno regalato una fisarmonica giocattolo, cantavo sempre I pompieri di Viggiù. Ho iniziato così».

In famiglia suonavano tutti?

«Nella testa dei miei genitori suonavo ancora prima di nascere. La nostra era una famiglia di musicisti dilettanti: nonno Gualtiero faceva le serenate in gondola con la chitarra, mio padre meccanico suonava batteria e chitarra. Mancava la fisarmonica che era il pianoforte dei poveri e mi hanno mandato alla scuola del maestro Grossato a San Provolo. Mi ha inserito nella sua orchestra di 33 fisarmoniche che girava il Veneto per le feste del santo patrono e a sei anni sono diventato una piccola attrazione vestito con un piccolo smoking nero coi baveri di raso, pantaloni corti. Ero quello che suonava a scuola, in patronato, durante la messa e l'Ave Maria di Schubert tra gli applausi alla Festa dell'Unità della Giudecca. Dopo le medie con gli amici abbiamo fondato un gruppo di rock italiano e al pianoforte c'era Lino Toffolo. La Venezia di allora era povera e molto abitata. Avevano chiuso il Mulino Stucky che aveva 1500 dipendenti, Porto Marghera cresceva e a Venezia restavano i lavoratori delle vetrerie e dei cantieri navali. Al porto i giornalieri li sceglievano ancora con la chiave: si buttava una chiave, la si faceva girare e dove si fermava si contavano le persone da far lavorare quel giorno. Poi, il turismo ha cambiato tutto».

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