Gino Cecchettin: «Il libro è un regalo a una ragazza speciale, mia figlia Giulia. Turetta? Non ho paura a pronunciare il suo nome»

Martedì 5 Marzo 2024 di Angela Pederiva
Gino Cecchettin: «Il libro è un regalo a una ragazza speciale, mia figlia Giulia. Turetta? Non ho paura a pronunciare il suo nome»

VIGONOVO - Cara Giulia”, e poi via per 160 pagine, una lunga e toccante lettera sulle ultime ore di serenità e sulle prime ore di angoscia fra l'11 e il 12 novembre 2023, su quella settimana in cui la speranza si è aggrovigliata alla disperazione, su questi 115 giorni in cui nulla è più stato com'era prima. Esce oggi per Rizzoli il libro scritto da Gino Cecchettin con Marco Franzoso (presentazione alle 18.30 al Teatro Verdi di Padova). Dentro c'è tutto: la sofferta ricostruzione del dolore di una famiglia per un femminicidio inconcepibile, i numeri sulla disparità di genere nel mondo, la miseria dell'odio social, la bellezza della solidarietà ricevuta, la riflessione sul patriarcato, l'annuncio della Fondazione contro la violenza sulle donne. Tutto tranne due parole: Filippo Turetta, l'assassino reo confesso, non viene mai citato, al massimo è “il tuo ex” nel racconto del padre a sua figlia.

Riuscirà mai a parlare di lui?

«Sicuramente ci sarà il momento del processo.

Io non ho paura a pronunciare il nome di Filippo e non mi provoca nessuna sensazione, ma proprio perché sono riuscito a toglierlo dalla mia vita: per me Filippo non è parte della questione, il passato è passato. Se sono orgoglioso di una cosa, è di essere riuscito con molta scientificità a togliere Filippo dall'equazione, altrimenti avrei provato sicuramente tanta rabbia e tanto dolore in più».

Quanto pesante è stato l'esercizio della memoria? Scrive di essere ferito dal ricordare tutto della domenica in cui ha denunciato la scomparsa di Giulia, ma poco del sabato in cui l'ha vista per l'ultima volta.

«È stato faticoso, perché nel momento in cui non ricordavo alcuni particolari, ci stavo male. Ti rendi conto che vivi col pilota automatico, senza prestare attenzione ad ogni singolo momento di bellezza che la vita ti può donare, fosse anche un semplice pranzo con una pasta al tonno. È necessario ricordare, perché ti aiuta tantissimo a tirar fuori quello che hai dentro e che avrebbe bisogno veramente di tanto tempo per uscire da te. Così elabori il lutto in modo più veloce e anche più potente. Mi viene chiesto: ma dove trovi la forza? Forse anche questo mi dà la possibilità di essere più forte».

Quanto la fanno soffrire le insinuazioni di chi la accusa di voler speculare sul dramma?

«Niente può farmi male più della mancanza di mia figlia. Quando lo si paragona a quello che non ho più, tutto il resto diventa un'inezia, comprese le critiche. Ma io tendo la mano a queste persone che mi criticano, perché le posso capire benissimo: forse un giorno ero anch'io come loro. Ho voluto mettere un po' da parte il dolore e concentrarmi su qualcosa di più grande. Ad ispirarmi è anche la figura di Giulia stessa, che quando aveva la possibilità di aiutare qualcuno, lo faceva. Mi sono detto: adesso cosa posso fare io per cercare che ci siano meno Giulia possibile? Sarà una battaglia durissima, però anche solo una Giulia salvata, sarà un grande risultato».

Nel volume spiega di aver ricominciato a respirare quattro giorni dopo i funerali, durante un’escursione con il parroco di Vigonovo. Perché?

«Arrivavo da due giorni in cui ero stato molto male, per gli attacchi ingiustificati che avevo ricevuto dopo aver detto che ero d’accordo con mia figlia Elena. Non avevo dormito per tutta la notte, sono arrivato su in montagna in uno stato pietoso. Il parroco, che è un grande camminatore, mi ha subito messo alla frusta e io facevo tanta fatica. Però a mano a mano che salivamo, il sole trovava sempre più spazio, noi ci lasciavamo la nebbia alle spalle e quasi veleggiavamo sopra le nuvole. Era come stare dentro una strana cornice metafisica, di cui il Don dava una spiegazione divina, mentre io un po’ più scientifica. Intanto facevamo delle discussioni per niente banali sul perché succedono questi eventi, sul credere o meno in Dio. All’improvviso abbiamo visto due camosci che si difendevano placidamente l’uno con l’altro e io ho sentito una forza speciale: sono tornato giù trasformato».

Ha ricordato le parole dirompenti di Elena: «È stato il vostro bravo ragazzo: non è un mostro, ma un frutto del patriarcato». Fino a quel momento l’aveva mai pensato?

«Sinceramente no. Ho visto il suo post su Instagram e le ho chiesto cosa significasse, perché non vedevo nulla di patriarcale nel femminicidio di Giulia. È stata lei a spiegarmi, in maniera cristallina, cos’è il patriarcato: considerare qualcuno una tua proprietà, a scapito della sua libertà. A quel punto ho capito che noi tutti siamo imbevuti di questa cultura, anche se magari non ce ne rendiamo conto».

Per questo ha rivelato che suo papà, un uomo perbene ma geloso della moglie, vietava a sua mamma di avere un lavoro?

«Esatto. È stata la parte più difficile del libro, perché significava raccontare a tutti la mia parte più interiore, tant’è vero che ho voluto far leggere quel capitolo a mia madre, per avere il suo benestare. Però è così, siamo nati tutti in quel mondo, in anni in cui c'era ancora il delitto d'onore. Io stesso sono il frutto della cultura machista, per cui da giovane pensavo come tutti i miei coetanei che il maschio alfa fosse quello che ha più donne possibili, anche se poi non ci sono mai riuscito perché di macho non avevo nulla...».

O forse perché ha trovato subito la donna giusta, Monica, di cui parla molto nel testo.

«Lei è stata la mia fortuna. Però in modo ancora più sottile mi è capitato sul lavoro di assistere a scene in cui un uomo, per delegittimare l'opinione di una donna, le diceva: “Ma tesoro...”. Quel “tesoro” lì sembra banale, invece implica sotto una violenza molto forte: “Tu, poverina, non puoi decidere queste cose, ti insegno io come si fa”. Ecco, dopo quello che è successo, dico che oggi interverrei subito per rimproverare chi dicesse una cosa simile. Anche questo me l’ha insegnato Giulia».

La sente sempre vicina, come quando confidò di annusare il suo cuscino?

«Soprattutto quando sono solo, mi metto a riflettere. È capitato anche un paio di giorni fa. Avevo appena incontrato la classe di mio figlio Davide e mi ero concesso una passeggiata. Ho pensato che tutto quello che mi sta succedendo adesso, è anche un dono di Giulia. Beh, in quel momento lì, la vedevo dappertutto. Questo forse è avvenuto solo nella mia mente, però il fatto di sentirla così vicina è una bella sensazione. So che il suo profumo si affievolirà, però magari con i ragazzi troveremo il suo diario e lo leggeremo. La sua camera è ancora intonsa, abbiamo solo aggiunto tutte le lettere che sono arrivate, alle quali non siamo ancora riusciti a rispondere. Affronteremo anche la stanza di Giulia, ma ci ho messo parecchio prima di affrontare l'armadio di Monica: ci vuole tempo. Intanto mi fa bene scoprire dai suoi amici e dalle sue amiche parti di lei che non conoscevo. Giulia riusciva ad organizzare un compleanno all'improvviso, solo perché aveva sentito che c'era una bambina che compiva gli anni e rischiava di non avere una festicciola».

A cosa servirà Fondazione Giulia, a cui saranno destinati gli utili del libro?

«Come scriviamo nella pagina www.fondazionegiulia.org, sosterremo associazioni già attive nel contrasto alla violenza di genere, faremo formazione nelle scuole, promuoveremo borse di studio. Speriamo di essere attivi per la fine dell'estate. Sappiamo che la situazione dei femminicidi non potrà migliorare dall’oggi al domani, perché è un processo lento. Ma non dobbiamo demordere: l’importante è che ognuno faccia un pezzetto della strada». 

C’è un’ultima cosa che vorrebbe dire?

«È un regalo a Giulia. Per me il libro è un regalo a una ragazza speciale che... (improvvisamente la voce si spezza, ndr.)»… che se ne meritava tanti. «Sì, ma che non ho potuto farle. Mi scusi...». E scoppia a piangere.

Ultimo aggiornamento: 11 Marzo, 10:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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