Stefano Zanette, il contadino diventato mister Prosecco

Lunedì 9 Agosto 2021 di Edoardo Pittalis
Stefano Zanette

COLLE UMBERTO - L'uomo del prosecco, a capo del Consorzio che vende 504 milioni di bottiglie l'anno, è un contadino nato in Belgio, figlio di emigrati trevigiani. La famiglia di Stefano Zanette, 61 anni, viene da Colle Umberto, zona di colline che danno uva buona. È famoso come il paese di Bottecchia, il primo italiano a vincere il Tour, due volte di fila nel 1924 e nel 1925; i francesi lo chiamano ancora Botescià. Morì nel 1927 dietro una curva a due passi da casa, contro un muretto: dissero che si era trattato di un incidente, resta il sospetto che sia rimasto vittima di un agguato fascista perché Ottavio Bottecchia non aveva mostrato troppo entusiasmo per la dittatura. L'uomo che era scampato alla Grande Guerra, combattuta da bersagliere ciclista, e aveva scalato su strade bianche le più impervie montagne del Tour, arrivò al suo ultimo traguardo senza che nessuno dei campioni italiani andasse a salutarlo. Non c'era Binda, non c'era Girardengo. Sulle stesse strade tra pochi giorni i rimorchi trasporteranno l'uva delle colline per le più famose bollicine del mondo. Il Consorzio conta su 12mila viticoltori, 1200 aziende vinificatrici, 350 case spumantistiche. Dieci anni fa si vendevano 200 milioni di bottiglie di prosecco. Da novembre scorso si sono aggiunti 17 milioni di bottiglie della novità rosé ed è stato un successo. La pandemia non ha frenato la scalata, il 2020 si è chiuso col segno più; l'80% del prodotto va all'estero: Gran Bretagna, Usa, Germania che prima era il mercato storico, anche Francia. In Italia si vendono 100 milioni di bottiglie.


Zanette perché si beve così tanto prosecco nel mondo?
«Per la facilità nel modo di berlo, per la facilità di utilizzarlo nelle varie occasioni della giornata o nelle ricorrenze. Non è un vino che necessità di essere raccontato come accade per altri: si pone come un mezzo per aggregare, un veicolo di amicizia. Pensiamo anche a come è cambiato l'approccio del vino da parte dell'universo femminile. Dico che è come un paio di jeans, può essere bevuto in un evento importante, ma anche senza un'occasione precisa; può essere considerato un lusso quotidiano, democratico. All'estero viene visto come esempio di italianità, porta con sé creatività, fantasia, stile, bellezza. Anche il tenore alcolico non è impegnativo e oggi è fondamentale poter bere in modo consapevole».


È per questo che ha tante imitazioni?
«È una bella battaglia, lo sapevamo. Eravamo a conoscenza del Prosek croato che non ha niente a che vedere col prosecco, si tratta di un vino passito. Noi dobbiamo tutelarci a livello internazionale, altrimenti si aprirebbero troppi contenziosi, come quello del Tokai al quale l'Italia ha dovuto rinunciare. Ci andrebbe di mezzo lo stesso champagne; anche in Italia, per esempio, si coltiva un'uva Champagna da secoli, si tratta di una marzemina bianca. Occorre un intervento deciso dell'Europa. Siamo sommersi da falsi e imitazioni, qualsiasi prodotto di successo è copiato, ma qui si esagera. Solo nel 2020 abbiamo gestito 140 azioni legali tra Regno Unito, Germania, Stati Uniti, Federazione Russa, Ucraina, Polonia, India, Cina, Messico, Kazakistan Chi ci imita lo fa anche con fantasia come nel grande mercato e-commerce difficile da controllare. Dato l'incremento delle vendite sul web, il Consorzio ha adottato due nuovi strumenti di sorveglianza: un sistema di monitoraggio dei maggiori marketplaces mondiali come Amazon, Ebay; e un servizio di monitoraggio dei domini Internet che contengono il termine Prosecco. Abbiamo fatto oscurare più di 300 inserzioni di vendita».


Sentiamo questi fantasiosi prosecco replicati?
«Ci sono Paesi dell'Est che fanno prodotti etichettandoli con nomi evocativi tipo Plisecco, Consecco. C'è pure Kressecco, Neersecco, Sconsecco, perfino Prosesso. In Inghilterra abbiamo fatto bloccare la vendita di un gel intimo al Prosecco, sempre in Inghilterra avevano depositato il marchio Brosecco. Ci siamo opposti con successo di recente, sempre nel Regno Unito, alla registrazione del marchio Hemp Secco, per designare una bevanda a base di vino e canapa!».


Da dove viene Stefano Zanette?
«Sono figlio di emigranti, papà Aldo veniva da una famiglia di contadini di Colle Umberto, era il primo di 9 fratelli. Vivo nella casa costruita dal nonno paterno, che era amico di Bottecchia. Il bisnonno era un mezzadro emigrato in Brasile a fine Ottocento con i figli più grandi ed era rientrato per la Grande Guerra. Alla fine della guerra hanno comprato un terreno sassoso diviso tra troppi figli, così mio padre era stato costretto a sua volta a emigrare. Il nonno lo aveva chiamato Aldo perché in guerra aveva un superiore con quel nome che lo aveva convinto a far studiare i figli per dare loro un futuro. Papà aveva fatto le professionali, era un tornitore, e dopo il matrimonio è andato in Belgio come operaio specializzato. Io sono nato a Ottignies, non lontano da Bruxelles. Quando noi figli dovevamo andare a scuola la mamma ha spinto per il rientro. Ma una volta nel Veneto, anziché il meccanico papà ha fatto due lavori: la mattina mungeva le mucche, poi in officina e alla sera un'altra volta nella stalla».


È stato allora che lei ha deciso di fare il contadino?
«Vivendo questa vita di campagna sono cresciuto con la passione per la terra, ho ricordi precisi di quando avevo tre, quattro anni e mi piacevano gli animali e i campi. Ho deciso presto che la mia vita sarebbe stata quella del contadino. Quando penso al ragazzo che si è buttato a capofitto nell'avventura, mi rispondo che sono stato fortunato anche per avere avuto allora il coraggio e la fede per crederci. Papà, però, mi ha sempre dato fiducia e, quando nel 1976 è morta la mamma, nella divisione dell'eredità ha fatto in modo che io potessi avere un mutuo per acquistare la casa del nonno e fece in modo che la superficie di mia pertinenza fosse di tre ettari. Piano piano ho riunito le proprietà di famiglia, ho accorpato un'azienda che oggi supera i 20 ettari più altri 13 in affitto. Sono partito con un ettaro di vigneto e nel 1985 ho incominciato a piantare altre viti mentre tanti le estirpavano, e quando è partito questo successo del prosecco io avevo una superficie sufficiente per esserci. Nei miei 33 ettari posso fare cinquemila quintali di uva tra Prosecco doc Conegliano-Valdobbiadene, tre ettari e mezzo sono coltivati a Pinot nero e due a Chardonnay. Io non faccio bottiglie, sono socio della Cantina sociale Conegliano-Vittorio Veneto e sono orgoglioso di farne parte».


Come è arrivato nel mondo del Consorzio?
«Presidente lo sono sempre diventato senza volerlo: mi sono arrivati questi incarichi e li ho accettati. Anche da presidente della Cantina sociale Conegliano-Valdobbiadene, quando sono venuti a chiamarmi, nel 1992, ero a cavallo della motofalciatrice; poi nel 2000 per cause di forza maggiore ho dovuto prenderne le redini. Quando dal Consorzio sono venuti nel 2012 a propormi la presidenza per me è stata una grandissima sorpresa. Sono appena stato confermato per la quarta volta. Ce la fai con la condivisione, con una squadra con la quale puoi lavorare. Da solo non si fa niente».


Solo terra e prosecco?
«Avevo una grande passione: andare a cavallo. Mi manca tanto, ho avuto un cavallo che mi ha fatto fare anche clamorose cadute, era pazzo, si chiamava Tzar, non lo avrei cambiato. Poi gli devo il fatto di aver conosciuto mia moglie Beatrice proprio cavalcando Tzar. Mi piace ascoltare musica e non solo perché mia moglie è una musicista, o perché i miei figli Umberto e Gaia apprezzano la buona musica. Io amo soprattutto il jazz, Charlie Parker, Miles Davis, John Coltrane. E poi mi piace disegnare, specie l'incisione, la puntasecca, preferisco i paesaggi alle figure. Amo la terra, anche quando disegno».

Ultimo aggiornamento: 10 Agosto, 09:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA