Mogliano, ragazza aggredita nel sottopasso: «Voleva violentarmi, ho lottato per tre ore»

Venerdì 18 Marzo 2022 di Maria Elena Pattaro
Il provvidenziale intervento dei vigili del fuoco ha salvato la giovane e bloccato il suo aggressore
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MOGLIANO - «Ho lottato per tre ore. Ho cercato più volte di scappare. Lui voleva stuprarmi. Mi teneva per i polsi e per i capelli. Con una mano mi tappava la bocca: non potevo urlare. Mi ha trascinata lungo i binari cercando un posto appartato. Ho avuto tanta paura». Sono passate 36 ore dal tentato stupro di Mogliano ma la vittima, una 20enne del posto, ha ancora davanti agli occhi l’incubo di martedì notte, a cui soltanto l’intervento provvidenziale dei vigili del fuoco ha posto fine. Ora il suo aggressore, Albano Dova, 28enne albanese residente in città e con un corposo curriculum criminale, è in carcere: i carabinieri lo hanno arrestato per tentata violenza sessuale, lesioni e violenza privata. La ragazza invece è ancora molto scossa, ma ha trovato comunque la forza di raccontare agli inquirenti e alla madre cosa è successo in quella notte di terrore in cui è rimasta in balìa del suo aguzzino.

 
L’AGGRESSIONE

«E’ uscita in bicicletta per la lezione di scuola guida delle 18. Poi ci ha detto che sarebbe rimasta fuori a cena con amici. Le ho raccomandato di non fare tardi» - racconta la madre, sconvolta. Alle 23.30 la figlia si rimette in sella: è ora di tornare a casa. «Sto rientrando» - dice alla mamma, che le raccomanda di farsi accompagnare da qualcuno perché non si sa mai. Un timore che purtroppo si rivelerà profetico. Ma la ragazza ancora non lo sa. Saluta gli amici e pedala verso casa: un viaggio di pochi minuti. Invece a casa ci arriverà sotto choc soltanto il giorno dopo, con botte, contusioni e il trauma di una violenza sessuale scampata per miracolo. L’agguato scatta nel sottopasso pedonale vicino alla stazione dei treni. La ragazza rallenta perché in quel punto c’è una strettoia. Dova la vede sola, e ne approfitta. Lei quella faccia l’aveva già vista in giro: il giovane bazzica in città. «Mi ha bloccata: si vedeva che era ubriaco. Mi ha chiesto se avevo un accendino, poi se volevo droga o alcol. La mia risposta era sempre no». Vedendo che la tattica di blandirla a parole non funziona, il giovane e passa alle maniere forti: la afferra al polso e al fianco e la costringe a parcheggiare la bicicletta sulle rastrelliere vicino al supermercato. «Mi ha costretta a seguirlo: mi strattonava, mi impediva di urlare e di chiedere aiuto». L’aggressore la trascina con sé al buio, seguendo i binari. Cerca un posto appartato. «All’inizio ho pensato: è ubriaco, riesco a scappare, ma lui non mollava la presa». La ragazza si dimena, tenta di afferrare il cellulare per chiamare aiuto ma il suo aguzzino se ne accorge e la minaccia. Arrivano sotto casa dei genitori di lui, che però non gli aprono. Così torna indietro. A ogni giro di lancette lui si fa più violento, tra tirate di capelli e strattoni, lei più impaurita. A un certo punto lui si abbassa la cerniera dei pantaloni, con la pretesa di un rapporto orale. La ragazza reagisce a suon di calci: si difende come può e riesce a evitare il peggio. Ma riceve un pugno sul costato, che le fa mancare il respiro. Sa che non può arrendersi: si aggrappa con tutte le forze alla speranza che qualcuno le venga in aiuto. 


IL SALVATAGGIO


La fortuna è dalla sua parte. Quel folle vagabondare li porta al parcheggio di via Cimone e qui la salvezza prende la forma di una camionetta dei pompieri. «Ho sentito il rumore di un motore e mi sono sbracciata per chiedere aiuto». Erano quasi le 3. Il resto è cronaca di un intervento provvidenziale: la squadra di vigili del fuoco si accorge del gesto e va a controllare. Solo a quel punto l’aggressore molla la presa e tenta di scappare. Ma viene raggiunto dai cinque pompieri, che lo immobilizzano a terra, piantonandolo fino all’arrivo dei carabinieri.


FAMIGLIA ANGOSCIATA


A casa della ragazza, per i genitori e la sorella minore, il risveglio è all’insegna della preoccupazione. All’alba il letto era ancora intatto. La 20enne telefona dall’ospedale: «Ho temuto un incidente. Mai avrei pensato a un’aggressione» - confessa la mamma. Poi il pensiero va ai pompieri, a quegli «angeli in divisa» che hanno scongiurato la violenza sessuale e ai carabinieri: «Il loro intervento è stato davvero provvidenziale». Il referto del pronto soccorso parla di 5 giorni di prognosi per le contusioni. Ma la vera ferita è quella psicologica. Circondata dall’affetto e dalla premura dei familiari, la 20enne sta cercando di superare lo choc di un tentato stupro che ha sconvolto l’intera città. 

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Ultimo aggiornamento: 19 Marzo, 10:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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