Si chiama “Negro”: Facebook censura la pubblicità del concessionario per... razzismo

Mercoledì 12 Dicembre 2018 di Elena Filini
Si chiama “Negro”: Facebook censura la pubblicità del concessionario per... razzismo
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TREVISO - Ci prova ogni giorno a dire che il suo non è un insulto ma un cognome. Ma per il signor Negro la vita è tutt’altro che facile. E se nella vita di ogni giorno ha trovato una sostenibilità, stringendo la mano e bofonchiando il patronimico in maniera impercettibile, l’algoritmo di Facebook lo inchioda inesorabilmente alle sue responsabilità. Lui, però, non ha niente a che vedere con questa storia della superiorità della razza. E sta seriamente pensando di andare all’anagrafe e prendersi un nome nuovo di zecca. Una cosa tipo “non bianchissimo”, o magari “di colore”. Ma fintanto che si chiamerà Negro non potrà scansare l’accostamento ai soliti aggettivi (sporco) o magari a qualche  intuibile complemento di specificazione.

Tragedia nella tragedia: se il signor Negro è anche un importante concessionario di auto tedesche e ha la malaugurata idea di assumere un ufficio stampa che gli curi il marketing e la comunicazione, avrà di fronte a sè sforzo raddoppiato rispetto ad un signor Rossi qualunque. Perché la pubblicità del signor Negro non passa mai il buonismo censorio dell’algoritmo di Facebook. Ne sa qualcosa il suo social media manager: «Abbiamo un cliente a cui seguiamo i social, una concessionaria di storici brand tedeschi - si sfoga su fb Piergiorgio Paladin di Ideeuropee -. È un’azienda del 1952, una famiglia storica di Treviso, un vanto lavorarci insieme per serietà e professionalità. Peccato che Marchino Zuckerberg e i suoi meravigliosi filtri anti-razzismo non siano della stessa idea: ogni volta che facciamo una sponsorizzata ce la bloccano perché “contiene volgarità e può offendere le persone».

ALGORITMO
Il signor Negro è specchiata persona: è un cittadino probo, tutto casa e concessionaria. Se su Facebook si trasforma in un membro del Ku Klux Klan è unicamente per magia dell’algoritmo. Magari conosce a memoria la biografia di Martin Luther King, vivrebbe volentieri in Alabama ed è pure appassionato di gospel, ma su Facebook risulta sempre l’incarnazione vivente di una spregevole ingiuria.

IL PRECEDENTE
A Treviso c’è un precedente celebre. Lo scorso anno Zuckerberg vietò a Marco Goldin e Linea d’ombra di usare una delle sculture più celebri della storia dell’arte, il Bacio di Auguste Rodin, per pubblicizzare la grande mostra del centenaio. In quel caso la libido dell’algoritmo si mise in moto per un casto abbraccio di marmo. Qui il politically correct della rete se la prende con un povero diavolo che ha ereditato un cognome. Pronunciare quelle fatidiche cinque sillabe apre immediatamente un secolo di lotte contro il razzismo. Vai a capire la morale dei social, avrà pensato il concessionario, deciso a non farsi intimidire, continuare a publicizzare ancora le sue fiammanti Volkswagen su Facebook e auspicabilmente venderle. «In effetti dopo il primo blocco - riprende Paladin - l’algoritmo realizza che i contenuti sono puramente commerciali e non lesivi della dignità delle persone e ci consente di far partire i post. L’unico problema è che servono in media 24 ore in più rispetto ad un normale posizionamento di altro tipo. Poiché non è un fatto isolato, abbiamo dovuto spiegare la cosa ai nostri clienti». Insomma farsi sponsorizzare su Facebook costa doppia fatica. E il social media manager deve “lavorare come un negro”...

Ultimo aggiornamento: 13 Dicembre, 12:58 © RIPRODUZIONE RISERVATA