Lolita Lobosco, il successo grazie alla sceneggiatrice adriese Daniela Gambaro

Domenica 24 Dicembre 2023 di Bruno Cera
Lolita Lobosco

Poche settimane fa sono terminate le riprese della terza stagione de "Le indagini di Lolita Lobosco", la serie tv di Rai 1 ispirata ai romanzi di Gabriella Genisi: un successo strepitoso. «Lolita Lobosco - ha evidenziato la protagonista, Luisa Ranieri - piace perché è una donna forte che interpreta la vita a modo suo: non è sposata, non ha figli, ha un rapporto disfunzionale con gli uomini per via della professione che ha scelto; l'amore non è il centro della sua esistenza, ma si fa delle domande e questa ambivalenza la rende umana e molto amata».


Lolita è così grazie anche alla sensibilità dell'adriese Daniela Gambaro, che fa parte del team degli autori. Una finezza psicologica che la 47enne sceneggiatrice rodigina, poi trasferitasi a Roma, ha applicato anche al suo primo libro, "Dieci storie quasi vere", premio Campiello opera prima nel 2021, che lei stessa ha presentato nella città natale.


Che ricordi ha della sua adolescenza e giovinezza ad Adria e in Polesine? Torna spesso dalla sua famiglia?
«In quest'ultimo periodo - risponde - torno più di rado, la famiglia ormai si è ridotta a mio padre che ora vive qui a Roma.

Ma verrò per Natale e vedrò parenti e amici, sarò felice di riabbracciarli e di riconnettermi un po' con la mia terra. Terra a cui sono affezionata e che è presente nei miei lavori, come nel primo racconto di "Dieci storie quasi vere", "Giavasco", che parla di un gruppo di ragazzi che crescono nelle campagne di Adria».


Quali sono le caratteristiche di questo territorio che l'hanno ispirata e tuttora la ispirano?
«Ho tanti ricordi di spazi aperti, di campi arati; e poi di nebbie e acque. Spazi meravigliosi dove giocare, correre, esplorare. Una specie di mondo a parte dove, bambino, potevi costruirti il tuo universo. Ho ancora il sapore di quella libertà».


Dopo la laurea a Padova, l'iscrizione al Centro sperimentale di cinematografia di Roma. Come è maturata questa decisione e cosa fa uno sceneggiatore?
«Fin dai tempi del liceo, ad Adria, mi sono appassionata alla letteratura e al cinema. Ho cominciato a inventare storie e a scriverle, ho pensato a come questa passione potesse diventare la mia professione e ho individuato il Centro sperimentale di Roma, la scuola italiana più prestigiosa in questo settore. Essere ammessi non è stato facile, ogni specializzazione - nel mio caso sceneggiatura - aveva solo 6 posti: è stato necessario superare varie prove. Lo sceneggiatore è quella persona che scrive il copione di un film o di una serie; può inventare da zero una vicenda oppure adattarla da un'opera già uscita oppure sviluppare un'idea che viene da altri. Quest'ultima è la via più frequente: un regista, un produttore, un'emittente hanno un progetto, magari hanno acquisito i diritti di un libro, e ti chiedono di fare un adattamento. A quel punto lo sceneggiatore scrive un soggetto di serie e da lì sviluppa i soggetti delle varie puntate e poi le sceneggiature».


Quali sono le pellicole o le serie tv da lei scritte o scritte con altri a cui è più legata?
«Tra i film "Zoran, il mio nipote scemo" del 2013, regia di Matteo Oleotto, con uno straordinario Battiston, un lavoro con personaggi e luoghi tipici del Nordest in cui noi veneti possiamo riconoscerci. Tra le serie "Tutto chiede salvezza" (su Netflix, dall'omonimo romanzo di Daniele Mencarelli, ndr.), il caso di un giovane con problemi di salute mentale: è una riflessione sul disagio mentale e sui problemi di comunicazione dei ragazzi d'oggi».


E i casi del vicequestore Lolita Lobosco, grande successo?
«Secondo me è intrigante l'idea di questa donna poliziotto che si trova a dirigere una struttura tutta maschile e che da un lato dimostra alta professionalità e dall'altro non rinuncia alla propria femminilità. So che viene ammirata da molte ragazze. Poi naturalmente c'è il fascino del giallo'».


Lei tende a delineare figure femminili forti, che cercano e trovano il loro posto e il loro ruolo nella società.
«È vero, è un tema che ho dentro. Trovo giusto raccontare percorsi di donne che si guadagnano il proprio spazio sapendo gestire in contemporanea lavoro, figli e famiglia, senza tradire la propria identità. Un po' è successo anche a me».


Veniamo a "Dieci storie quasi vere".
«Avevo elaborato una serie di racconti sull'infanzia, sulla coppia, sulla maternità; mi sono accorta che c'era un filo conduttore, diciamo la famiglia».


Protagonista è la maternità, spesso complicata.
«Nella nostra società, tramite i mass-media, la si racconta esclusivamente come un momento felice, esaltante, ma nella realtà può essere anche un fase che reca difficoltà e sofferenza. Ho voluto provare a rendere tutte le sfaccettature di questo evento, quelle belle e liete e quelle meno positive e meno battute. Mi hanno aiutato ovviamente la mie due maternità e un'esperienza che ho avuto quando è nata la mia seconda figlia. Mi sono trovata in una grande città, sola, senza il sostegno di una rete parentale. Ho iniziato a frequentare un consultorio in cui una volta alla settimana le mamme del quartiere s'incontravano tra di loro e con un'ostetrica. Per molte era l'unico momento di socialità: le loro osservazioni, i loro sfoghi mi hanno ispirato».


Progetti futuri?
«Abbiamo preparato e sono in lavorazione la seconda stagione di "Tutto chiede salvezza" e la terza di Lolita, saranno trasmesse l'anno prossimo. Sto scrivendo il mio secondo libro, che sarà una raccolta di racconti con al centro alcune figure femminili».

Ultimo aggiornamento: 25 Dicembre, 17:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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