Sedici anni fa, uno sparo misterioso: il precedente dell’omicida

Giovedì 16 Settembre 2021 di Gabriele Pipia Marina Lucchin
I carabinieri davanti alla casa di Marco Turrin a Vigodarzere

VIGODARZERE  Lui e lei in auto. Una pistola. Uno sparo. C’è un ombra angosciante nel passato di Marco Turrin il presunto assassino di Alessandra Zorzin, che si è suicidato nella sua auto con la stessa arma con cui probabilmente alle 13 di ieri, ha freddato la mamma 21enne di Montecchio Maggiore.
Era il novembre del 2005 quando l’allora 23enne di Vigodarzere (Padova), guardia giurata che all’epoca lavorava per la società Padova Controlli, è rimasto ferito in un incidente dai contorni oscuri e mai chiariti. Era in auto con la fidanzata, in una zona appartata di Albignasego, paese della cintura urbana del capoluogo Euganeo, forse per cercare un po’ di privacy e godersi qualche momento d’intimità, quando dalla sua pistola di servizio, è partito un colpo. Il proiettile esploso gli ha preso di striscio la gamba, ha forato la carrozzeria, perdendosi infine all’esterno. Lui è uscito urlando dall’abitacolo, lei ha telefonato ai soccorsi, ma nonostante le successive indagini, i contorni della faccenda sono rimasti sbiaditi. La pistola, secondo quanto Turrin aveva raccontato, era infilata nella sua custodia e poggiata accanto a lui, sul sedile. L’aveva con sé, nonostante lui non fosse in servizio. Poi è partito il colpo. Turrin ha sempre sostenuto che un urto accidentale avrebbe fatto scattare la detonazione. Il dubbio, però, è che il giovane avesse lasciato la pistola, col colpo in canna e la sicura disinnescata, nelle mani della fidanzata. 
Passano 16 anni, e ritroviamo di nuovo Turrin, con una pistola e una donna. Ma questa volta finisce in tragedia. I vicini l’hanno visto più volte entrare in casa, probabilmente per un’amicizia - a quanto pare recente - che forse lui credeva potesse diventare qualcosa di più. Solo che questa volta il proiettile non procura una leggera ferita. Questa volta uccide. Alessandra Zorzin, se la dinamica verrà confermata dagli investigatori dell’Arma, è stata centrata con un colpo in pieno volto. Sono sempre i vicini a sentire un litigio tra i due, e poi un rumore secco. Un colpo? Uno sparo? Nel silenzio lui rientra nella sua auto, i testimoni della scena si presentano all’abitazione per suonare il campanello. Ma non risponde nessuno. Chiamano il marito di Alessandra e lui la ritrova senza vita in un lago di sangue. Scatta dunque la folle fuga di Turrin, che da Montecchio sconfina nel Veronese, poi in Emilia Romagna. 
Alle otto di sera, quando la notizia rimbalza ormai su tutti i siti web, nel grande condominio di via don Milani, dove Turrin abita con papà Adriano e la sorella, i vicini non si danno pace, ma il loro sgomento resta dentro le mura domestiche di quegli otto appartamenti. «Lo conosciamo poco», è il coro unanime al citofono. Allo stesso citofono si fa forza di rispondere anche un’amica della famiglia Turrin. È lei a proteggere un padre stravolto dal dolore. «Non è il momento, non è il momento» ripete senza voler commentare un fatto così terribile e improvviso. Un uomo rientra a casa con in spalla il borsone della palestra e Sospira: «Ho letto quello che è successo, sono sgomento». Poche parole, ma colme di angoscia, le ha invece un uomo di mezza età che alle dieci di sera porta a spasso il cane. «Marco l’ho visto crescere fin da quando era bambino, è sempre stato una persona gentile e tranquilla. Era tornato a vivere qui dopo un po’ di anni fuori, è un dolore enorme anche per noi». 
Sono le 21.50 quando i carabinieri si presentano al Residence Manzoni di via Don Milani. La fuga del 39enne è finita: arrivato nella zona di Creazzo, nel Vicentino, ormai braccato dall’Arma, si è sparato un colpo. Tre militari dell’Arma suonano al campanello dei Turrin e si infilano nell’appartamento. Ci sono da raccogliere le prime testimonianze di un anziano padre in lacrime. Sarà una lunga notte accompagnata da tante domande. 
 

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