Armani: «Sono ancora creativo perché uomo libero»

Venerdì 6 Dicembre 2019 di Anna Franco
Giorgio Armani: «Sono ancora creativo perché uomo libero»

Si definisce «concentrato sul lavoro, curioso e molto meno severo di quanto si pensi». Sorride. Lunedì è stato insignito dell’Outstanding Achievement ai British Fashion Award, ulteriore consacrazione per Giorgio Armani, 85 anni, emblema della storia della moda sostenuta dalla curiosità da adolescente. Concreto, appassionato ed estremamente cortese ha legato la sua immagine a maglia e pantaloni blu, «una sorta di uniforme che non distrae me e che concentra l’attenzione degli altri sui miei gesti e su ciò che dico. Corrisponde alla mia personalità concreta e non esibizionista: ogni stagione vedo centinaia di tessuti, vestiti, colori, ma indosso voglio la tranquillità profonda».
Esiste un sentimento che prova sempre prima di ogni passerella?
«Le sfilate mi danno una grande emozione, la stessa degli inizi, anche se ne ho affrontate centinaia. Non mi scompongo, ma l’agitazione c’è sempre perché presentare una collezione al pubblico è un po’ come mettersi a nudo ogni volta». 
Cosa la appassiona ancora oggi? 
«Vivere “il prima” e ‘’il dopo” di una creazione, di una sfilata o di un progetto. Prima è eccitante seguire le fasi di un processo creativo. Dopo, vedere le persone che scelgono e indossano i miei capi è la più grande soddisfazione». 
Non ha mai puntato su show esagerati. Come mai? 
«Mi sembra che le persone desiderino soltanto essere scioccate. Sempre alla ricerca di proposte e tendenze che lascino tutti a bocca aperta. Io faccio esattamente il contrario. Ho inventato un nuovo modo di esprimere l’eleganza partendo da una grande rivoluzione iniziale e poi modulando tanti piccoli spostamenti intorno al nucleo centrale di quello che è il mio stile. Si possono raccontare storie, certo, ma bisogna costruirle sulla sostanza. Io continuo a lavorare così». 
Teme mai di non essere capito? 
«Se mi lasciassi influenzare da questo pensiero non mi sentirei libero di esprimermi. La mancanza di libertà potrebbe condizionare la mia creatività». 
Famoso per i suoi abiti, nel 1995 ha disegnato “La Prima”, una borsa che è ispirazione per nuovi sei modelli. 
«Sono stato a lungo impegnato sull’abito e la sua forma, ma ho sempre pensato che l’accessorio giusto desse armonia, sottolineando, senza mai prevaricarla, la personalità dell’insieme. Alla fine degli anni Novanta, guardandomi attorno, ho sentito la necessità di creare qualcosa che avesse un tocco speciale, riconoscibile ma allo stesso profondamente “armaniano”. Il mio è stato un percorso inverso a quello di altri nomi noti che dalla pelletteria sono poi approdati in un secondo tempo all’abbigliamento». 
Com’è nato questo accessorio? 
«Mi sono chiesto come applicare l’idea di femminilità non stereotipata a una borsa, che doveva essere funzionale, ma anche bella. Così, nel 1995 ho disegnato questa tracolla seguendo l’istinto, ispirandomi ad alcuni dettagli delle giacche, come la rotondità dei tagli e le pinces. Per realizzarla è stata fondamentale la collaborazione con alcuni dei migliori maestri pellettieri italiani. La decisione di riproporre oggi questo modello dipende dal mio desiderio di presentare una sintesi tra passato e futuro».
Quale è stata la prima volta più emozionante? 
«La prima sfilata nel 1975 di cui ricordo la musica del finale: un brano degli Inti-Illimani, un gruppo musicale cileno allora popolarissimo. Gli applausi mi rassicurarono e un po’ mi sorpresero. In fondo, avevo proposto in passerella un’immagine di donna che andava decisamente controcorrente».
Ha detto più volte di non aver molto amato il suo lavoro all’inizio. Poi cosa è successo? 
«Non c’è stato l’attimo folgorante: la mia scelta non è stata come quella di San Paolo sulla via di Damasco. Mi sono prima interessato al fenomeno moda, quando lavoravo alla Rinascente, poi appassionato, quando lavoravo da Cerruti, fino a sentire la voglia di esprimermi non attraverso strutture estranee, ma esponendomi alla buona sorte, ma poteva anche essere cattiva, col mio nome e le mie responsabilità. Poi il successo è arrivato. Fui sorpreso. Con il film American Gigolò e con la copertina sul Time nel 1982 ho iniziato a essere apprezzato internazionalmente. Certo è che non mi sono mai fermato per compiacermi». 
Le donne sanno vestirsi e valorizzarsi? 
«Rispetto al passato hanno la libertà e molti strumenti per farlo, ma il buon gusto è legato a una capacità di scelta che è l’intelligenza a guidare. In generale ho notato una caduta di gusto nella società di oggi. Le poche donne che lo possiedono, però, sono superlative». 
Come si tiene aggiornato sui gusti dei giovani? 
«Dall’osservazione della realtà e dei suoi mutamenti che è iniziata la mia avventura nel mondo della moda. Non potrei mai fare il mio lavoro se smettessi di essere in sintonia con i tempi. In azienda sono circondato da molti giovani collaboratori ed è anche attraverso i loro occhi che mi tengo in contatto col mondo. E poi sono un uomo curioso». 
Cosa le piace e cosa detesta dei tempi attuali? 
«Non amo l’uso spasmodico dei social e non mi piace l’idea che la realtà virtuale possa sostituirsi alla realtà vera, ma ne comprendo il fascino». 
A suo avviso ci sono troppi nomi nella moda oggi? 
«Ce ne sono molti, è vero, col rischio di sovrapposizione e confusione che ne deriva. Ma la moda come specchio dei tempi riflette la polifonia di oggi. E dal momento che è una manifestazione di libertà, ben venga il coro a più voci».
Lei, Milano e i suoi cortili: quale fascino su di lei? 
«Dei cortili milanesi mi piace la sorpresa che offrono. Ne ricordo uno, nella zona storica di Porta Ticinese. Il portone di legno era sempre chiuso, ma quando riuscivi a entrare ti accoglieva una casa a ringhiera di quattro piani, completamente avvolta dai rami di un magnifico glicine. Ho ritrovato una sensazione simile quando ho visto per la prima volta il cortile di via Borgonuovo 11, sede storica del Gruppo». 
Pensa che si possa lavorare solo in modo totalizzante come fa lei? 
«Forse no, ma io l’ho sempre vissuto così. Se tornassi indietro forse lascerei più spazio ai miei affetti, ma poi penso che i rimpianti non servono. E allora cerco di ritagliarmi più tempo che posso per godere della compagnia di amici e familiari». 
 

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