Regionali, il patto con il PD spacca M5S. Crimi: «Alla gente non interessa»

Martedì 28 Gennaio 2020 di Simone Canettieri
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Il risveglio del M5S è bipolare. C'è chi spinge per un'alleanza solida con il Pd, a partire dalle prossime regionali, e si fa forte dietro le parole del premier Giuseppe Conte teorizzatore di un «fronte largo e progressista contro le destre». Ma c'è pure chi continua a insistere «sulla terza via», come il viceministro all'Economia Laura Castelli, per esempio, rimasta forse, molto più di altri, vicina a Luigi Di Maio.
Ecco, l'ex capo politico grillino, dimissionario a quattro giorni dalla slavina tace, si gode l'effetto che fa. Ripete ai suoi collaboratori che lui «l'aveva detto» che non bisognava presentarsi in Emilia e in Calabria, e questo sta agli atti. Ma visto che ormai la palla sta in Senato, dove si sono spostate le nuove leve della comunicazione pentastellata, occorre capire da Vito Crimi la collocazione del Movimento. E il reggente, nonché viceministro dell'Interno, durante una conferenza stampa convocata per disegnare il perimetro chiude la porta al progetto del premier: «Al cittadino non frega niente se fai il fronte contro la destra ma se aumenti il lavoro e riduci le tasse. Allora sì che va bene».
Crimi ripete anche che «non è campo, fronte, la parola che deve farci concentrare sulla collocazione, perché sminuiremmo la natura del M5S. Noi siamo nati con 5 Stelle, che non erano sinistra-destra».

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E si capisce dunque che comunque vada ci sarà sempre qualcuno scontento fino a una resa dei conti destinata sciogliere le ambiguità di fondo. Stefano Buffagni ammette: «Dobbiamo evolverci o ci estinguiamo». «Bipolarismo? No, grazie», dice un dimaiano doc come Michele Gubitosa, mentre l'europarlamentare Ignazio Corrao senza giri di parole, rimarca: «Molti ci vorrebbero una appendice del centrosinistra. Per me possono stare freschi». E questa è anche la linea di Alessandro Di Battista, ancora in Iran, e ancora silente. In queste ore di riposizionamenti tattici vince chi parla per ultimo. E quindi Beppe Grillo? Non pervenuto. Ma sarà contento. Così come Roberto Fico: le idee del presidente della Camera, d'altronde, sono note. E una parola di troppo in queste ore renderebbe ancora di più plastica una spaccatura chiara a tutti. Luigi Gallo, che è presidente della commissione Cultura con ascendente fichiano, dice che queste regionali dovrebbero essere le ultime competizioni in cui noi corriamo da soli. In primavera ci sono sei sfide. E il M5S per tre di queste ha già indicato i candidati governatori. «E si va avanti con loro», ribadisce Crimi. Anche se davanti a percentuali misere, i ripensamenti fanno parte del gioco.
 

I MINISTRI
Anche i ministri in questo gioco si dividono: Federico D'Incà, Stefano Patuanelli, Lucia Azzolina fanno parte del club dei riformisti, di coloro cioè che collocano il Movimento nell'alveo progressista all'insegna del «il nostro campo deve essere quello del centrosinistra». In queste ore si cerca di evitare una conta anche nella compagine governativa e anzi con il Pd così ringalluzzito la scelta di capodelegazione è pronta a ricadere su Alfonso Bonafede, un pentastellato duro e puro, della vecchia guardia, legato a Conte ma anche ben ancorato alla visione «ago della bilancia». La decisione arriverà oggi nel corso di un vertice con ministri e sottosegretari: Patuanelli ha già fatto sapere che non è interessato a ricoprire questo ruolo. E quindi, salvo sorprese, non ci sarà nemmeno un voto. «Tutti d'accordo su Alfonso? Sììììì». Il problema rimane nella pancia del parlamento, con i gruppi che si dividono. Paolo Lattanzio dice che «è tornato il bipolarismo e dunque occorre schierarsi». Antonio Zennaro idem e parla di «modello riformista e progressista». Anche Giorgio Trizzino va in questa direzione: «Sono stato il primo a fare un passo avanti». Nel senso verso Conte. Un nodo da sciogliere agli Stati generali (che, come anticipato, rischiano di slittare) ci saranno delle mozioni e un voto. E, chissà, forse una nuova scissione.

Ultimo aggiornamento: 15:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA