Succo, il killer dagli occhi di ghiaccio
che terrorizzò Mestre e la Francia

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Roberto Succo sul tetto del carcere di Treviso

di Edoardo Pittalis

VENEZIA - Lo trovano morto all’alba nella cella accanto all’infermeria del carcere di massima sicurezza di Vicenza, il "San Pio X", vicino alla caserma americana Ederle. Doveva essere sorvegliato a vista, dopo pochi giorni sarebbe stato trasferito in un manicomio criminale. Ma quella sera del 22 maggio 1988 gli agenti avevano creduto che dormisse, col cuscino sul capo per non sentire i rumori, per non essere disturbato dalla luce sempre accesa. Invece, aveva infilato la testa in un sacchetto delle immondizie e, sotto, aveva aperto una bomboletta di gas, di quelle permesse ai detenuti per scaldarsi il caffè. Il sacchetto, la bombola, il cuscino sopra per non destare sospetti. Soltanto quando aprono la cella gli agenti si accorgono che Roberto Succo non respira più, che ha ingannato tutti e si è ucciso.



A 26 anni l’assassino folle che ha terrorizzato l’Italia e la Francia, che aveva una taglia sulla testa come i banditi di una volta, usciva di scena e si portava dietro anche misteri e verità. La sua vita era stata un noir francese scritto dalla fantasia di Stephen King. L’avevano chiamato in tanti modi: "l’assassino della luna piena" e anche "il legionario disertore… il killer dagli occhi di ghiaccio… Rambo killer" e quello più semplice "il mostro di Mestre". Perché la storia di Roberto Succo, nato a Venezia il 3 aprile 1962, era partita da Mestre.



È uno studente della quinta D del liceo scientifico Morin, si prepara per gli esami di maturità. Non è tra i più brillanti, ma se l’è sempre cavata. Un po’ isolato tra i compagni, anche se per anni ha fatto parte del coro della parrocchia. Irascibile al punto di minacciare i passeggeri sull’autobus se non lo fanno scendere in fretta. Dicono fosse un bambino un po’ strano che si divertiva a sezionare i piccoli animali. Un ragazzo freddo.



Ma nessuno ha mai badato troppo a lui, fino alla sera del 5 aprile 1981, due giorni dopo il suo diciannovesimo compleanno. La famiglia Succo abita in via Terraglio, alla periferia di Mestre, sulla strada che porta a Treviso. Nazario, 53 anni, è un appuntato friulano emigrato dalla Valle del Natisone, lavora nella Mobile agli ordini del commissario La Barbera. La madre Maria Lamon ha poco più di 40 anni, è una casalinga forse un po’ troppo protettiva, non vuole che usi l’AlfaSud del padre, ha paura di incidenti, la notte sta sveglia ad aspettare che Roberto rientri.



È una domenica sera, tra poco sarà Pasqua. Madre e figlio litigano per il solito motivo, l’automobile. E Roberto prende un coltello da cucina e incomincia a colpire la donna, una, dieci, trentadue volte di fila, al petto, al collo, alla testa. Poi trasporta il corpo nella vasca da bagno, spegne le luci e al buio attende che rientri il padre. Nazario arriva alle 23.30 e viene aggredito alle spalle, finito a colpi di accetta, soffocato con un sacchetto di nylon. Roberto depone i corpi nella vasca, uno sopra l’altro. Dirà: "Non volevo che soffrisse povero! Come può stare un uomo con la moglie uccisa e il figlio in galera"? Ancora: "Se tornassi indietro lo rifarei, mia madre era un drago a due teste"…



Chiude la porta di casa a chiave, sale sull’auto e va in Friuli. Lo rintracciano tre giorni dopo in una pizzeria di San Pietro al Natisone. La polizia aveva già fatto irruzione nell’appartamento e aveva scoperto la strage. "Si cerca il figlio del poliziotto friulano e della magliaia di Noale", scrivono i giornali. Tre mesi dopo in carcere consegue la maturità scientifica col minimo dei voti, 36/60; annuncia che vuol fare l’ingegnere. Negli stessi giorni il Tribunale lo giudica totalmente infermo di mente e in ottobre viene condannato a 10 anni di manicomio criminale.



A Reggio Emilia ottiene di iscriversi alla facoltà di geologia dell’Università di Parma, incomincia a frequentare con diligenza, dialoga con il cappellano. Ottiene un regime di semilibertà per poter seguire gli studi e il 12 giugno 1986 ne profitta per evadere. Sale su un treno per Genova e sparisce. Lo cercano in ritardo, di sicuro ne perdono le tracce. Negli stessi mesi in Veneto ci sono due mostri in libertà, entrambi mestrini: Succo che s’ignora dove sia e Antonio Pastres, fuggito da Treviso, il "mostro di San Donà" in carcere per aver violentato e ucciso un bambino di 9 anni nel 1970 e condannato a 41 anni. Pastres, originario di Marghera, si costituisce a Pescara dopo un’evasione di qualche settimana.



Succo è espatriato in Francia, con documenti falsi, un nome cambiato con pochissima fantasia: Roberto Zucco, ma è bastato. Pochi mesi dopo entra in azione e la Francia incomincia a conoscere un serial killer dai comportamenti strani, imprevedibile, impietoso, ben nascosto. Il 2 aprile 1987 uccide vicino a Aix-Les-Bains, in Savoia: la vittima è un brigadiere, Andrè Castillo, ammazzato mentre esce di casa per rubargli la pistola calibro 9. Nessuno conosce quell’assassino che si sposta verso Annecy nell’Alta Savoia e il 27 aprile rapisce France Vu Dihn una bella ragazza di origini vietnamite che non sarà più ritrovata. Pare sia morta ammanettata a un letto e fatta sparire in un fiume. La sera stessa un vicino di casa della giovane, il medico Michel Astoul, è sequestrato e il corpo sarà scoperto a ottobre in una casa disabitata.



È l’inizio dell’orrore: non si sospetta chi sia l’assassino, né da dove venga, nemmeno perché uccida. Le indagini non fanno passi avanti. Non ci sono collegamenti tra le vittime, gli inquirenti si chiedono se il killer possa essere lo stesso che il 3 marzo vicino a Tolone aveva brutalmente ucciso Simone Baud, 26 anni. Nella stessa zona della Savoia a giugno un giovane che indossa una divisa militare sequestra madre e figlio e costringe la donna a denudarsi sotto la minaccia delle armi. Sempre a Aix-Les-Bains il 24 ottobre viene scoperto il cadavere di una casalinga di 41 anni, Claudine Duchusal: è nuda, è stata violentata e poi ammazzata con un solo proiettile alla testa.



Il viaggio di Succo si fa ancora più terribile, non ha freni, si muove senza che nessuno lo conosca, può colpire dove e come vuole. In dicembre ruba un’Alfa Romeo e va fino a Losanna dove abbandona l’auto, nel portabagagli trovano un’uniforme dell’esercito, un fucile e la pistola del brigadiere Castillo. Ma ancora non ci sono indizi per risalire all’assassino.



Nel gennaio 1988 Succo ammazza ancora. È a Tolone, vive in un appartamento e frequenta una ragazza, forse è per difenderla che prima tenta di uccidere un pregiudicato francese, Jacques Volpe, che rimarrà paralizzato, poi ferisce un agente e ammazza un commissario di polizia, Michel Morandin. Lo fa con ferocia, il poliziotto è a terra colpito a una gamba e a un braccio, lui si avvicina, lo costringe a guardarlo in faccia, gli grida "Je te tue", io ti uccido, gli punta alla testa la Smith&Wesson e spara. Scappa in Svizzera dove in due giorni commette ogni genere di crimine: rapina e ferisce un benzinaio, prende in ostaggio un’istitutrice che poi libererà, entra in uno chalet dove ci sono due ragazze e le violenta.



Ma ormai sanno chi è, nell’appartamento di Tolone hanno scoperto i documenti, il nome è falso, ma la fotografia è vera. Roberto Zucco non è altro che Roberto Succo, il folle evaso dal manicomio criminale in Italia. La Francia è tappezzata di "avis de ricerche", avvisi di taglia con la foto. C’è anche la sua voce, Succo ha lasciato una cassetta registrata nella quale si vantava delle imprese sessuali.



L’assassino è libero, gli inquirenti sospettano che sia rientrato in Veneto e che ci sia di mezzo un’altra volta una ragazza. La trappola scatta il 28 febbraio 1988, una domenica, in una zona di campagna a Bocca di Strada, alla periferia di Santa Lucia di Piave. Succo ha appena lasciato l’auto e s’incammina in un vicolo, aspetta qualcuno, sicuramente non sospetta di essere seguito. Quando si accorge di essere braccato tenta di raggiungere le armi che ha nell’auto.



Lo ferma e lo ammanetta Raffaele Ruggiero, un poliziotto che aveva lavorato a lungo col padre del criminale: "L’ho conosciuto bambino e ho arrestato un mostro". Lui nega tutto, dice che si stanno sbagliando: "Mi chiamo Jean Louis Cula, sono cittadino francese, non so chi sia questo Succo del quale mi parlate". Quando esce dalla Procura fischietta; indossa un giubbotto di pelle, un maglioncino beige, ha i capelli corti. Si rivolge a giornalisti e fotografi con un sorriso e agita le mani strette dalle manette: "Ciao ragazzi".



La Francia chiede l’estradizione, piovono nuove accuse e nuove prove. Lo trasportano in carcere a Treviso, passano un paio di giorni e Succo è nuovamente sulle prime pagine. Al Santa Bona tenta una fuga quasi impossibile durante l’ora d’aria, davanti a fotografi e alle telecamere. Roberto Succo si esibisce in uno show in diretta, elude il controllo a vista di tre agenti, balza sulla tettoia dei gabinetti, si arrampica sulle sbarre e sale sul tetto. Spicca un salto da acrobata ed è sul tetto della costruzione di fronte.



Il carcere è circondato, Succo capisce che non può andare da nessuna parte, ma non rinuncia all’esibizione: a torso nudo mostra un fisico atletico, lancia tegole sulla testa dei carabinieri, urla, insulta. Poi tenta l’ultima acrobazia appeso a un cavo, cade male da quattro metri, si frattura tre costole. Lo fasciano alla meglio e lo trasferiscono in fretta a Livorno, un carcere più sicuro. Nel penitenziario livornese Succo confessa tutti i delitti. Per ragioni di sicurezza lo spostano ancora, per la terza volta in due mesi, ora è a Vicenza e qui Roberto Succo si toglie la vita.



Ma la sua figura continua ad alimentare un fascino nero, a ispirare libri, testi teatrali, film. Fanno tutto i francesi, nel novembre 1991, tra le proteste dei poliziotti, va in scena il dramma ispirato alla vicenda: "Roberto Zucco" di Bernard Marie Koltès, una sorta di tragedia classica che l’autore, malato di Aids, scrive sapendo che sta per morire. Il dramma sarà rappresentato due anni dopo la sua scomparsa. Non è il tentativo di trasformare il criminale in eroe, l’autore riprende frasi dette da Succo: "Un anno, cent’anni, è lo stesso; presto o tardi dobbiamo tutti morire. E questo fa cantare gli uccelli. Questo fa ridere gli uccelli".



La giornalista e scrittrice francese Pascale Froment segue le tracce di Succo per scrivere "La storia vera di un assassino senza perché". A Mestre sulla tomba del "legionario Andrè" trova lettere d’amore, copia ogni pagina per il libro che intitola "Je te tue". Dal libro al film che nel 2000 viene presentato in concorso al Festival di Cannes: "Roberto Succo" di Cedric Kahn e l’esordiente Stefanno Cassetti nei panni del bandito chiamato Kurt. L’ultima foto di Roberto Succo è sulla tomba al cimitero di Meste, è quella segnaletica. Della sua famiglia non è rimasto nessuno. "La morte è come un bacio della natura", aveva detto.
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Domenica 18 Agosto 2013, 11:42






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