Simona suicida come la sorella campionessa sportiva, il marito in Tribunale: «Aveva pochi soldi perchè spendeva in vestiti»

Martedì 30 Novembre 2021
Simona Viceconte

Era preoccupato per le condizioni di sua moglie dopo il primo tentativo di suicidio, eppure, stando a quello che risulta, non avrebbe fatto nulla per aiutarla. E' durato quasi tre ore, ieri, l'interrogatorio del bancario L.A. durante la prima udienza del rito abbreviato condizionato all'escussione dell'imputato. L.A. è accusato di maltrattamenti psicologici che avrebbero spinto la moglie Simona Viceconte (sorella di una campionessa di atletica che si è tolta la vita) al suicidio. Ad incalzarlo durante l'udienza sui suoi molti «non ricordo» il pm Enrica Medori, titolare dell'inchiesta aperta all'indomani del suicidio della giovane mamma 45enne originaria della Val di Susa avvenuto nella palazzina a Colleatterrato Basso (Teramo) dove la donna viveva con il marito e le due figlie.

L.A. (difeso dagli avvocati Cataldo Mariano e Antonietta Ciarrocchi) nell'aula a porte chiuse di fronte al giudice Lorenzo Prudenzano ha sostenuto che Simona «spendeva troppo in vestit» e che lui, quindi, «doveva monitorare le spese». Dagli estratti conto mostrati dal pm, non emergerebbero spese da «mille euro al mese per vestiti», ma solo addebiti per bollette e alimenti. L.A., però, in aula ha pure raccontato di essere stato «preoccupato per la salute di sua moglie» dopo quel primo tentativo di suicidio, qualche tempo prima della sua morte. Simona aveva commesso quel gesto in casa e lo stesso giorno lo aveva raccontato al marito. Ma tutto, poi, era invece passato in sordina tant'è che la donna non aveva ricevuto dal marito alcun sostegno psicologico, lo ha contestato anche l'accusa, ricordandogli che dopo il suicidio è stato lui stesso a descrivere Simona agli assistenti sociali come «una donna anaffettiva». Eppure, lui, ieri, questo non lo ricordava.

Così come non ricordava alcuni messaggi scambiati proprio con la moglie, sue richieste di denaro. Perché Simona aveva il terrore di restare senza soldi e senza le due figlie. Ieri L.A. ha raccontato che entrambi erano d'accordo con la separazione, ma anche questo aspetto non risulta all'accusa perché dalle carte risulta una separazione giudiziale. Dalla sua parte, però, ci sono sempre state le figlie dopo la morte della mamma (loro non si sono costituite parte civile, ndr). Quando la procura, infatti, ha disposto per loro l'incidente probatorio per cristallizzare le prove, entrambe le ragazze hanno difeso il papà, sostenendo di non aver mai assistito a scene di maltrattamenti psicologici da parte sua nei confronti della mamma, né a violenze fisiche.


Una testimonianza importante perché raccontata da dirette testimoni, nonostante anche altre mamme e amiche di Simona, sentite come persone informate sui fatti in fase di indagini preliminari, abbiano, invece, raccontato come la 45enne fosse radicalmente cambiata soprattutto nell'ultimo periodo e rimasta senza soldi. Del denaro se n'è parlato, ieri, in udienza perché in questa vicenda ha rappresentato un altro tassello importante. Ma anche sotto questo aspetto L.A. non ha saputo dare molte risposte: ha parlato di un mutuo, non dell'affitto di casa a Teramo, delle spese per i vestiti di Simona che lui doveva «tenere sotto controllo», ma è stata la procura a dire in aula l'importo del suo stipendio. 

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