Il fulcro del matrimonio è il sentimento vero che lega due persone

Martedì 28 Luglio 2015

L'amore è, nella moderna sensibilità comune, una delle manifestazioni principali della libertà dell'individuo, che si esprime nella scelta del compagno e nelle forme della convivenza, nella costruzione dei progetti di vita che due persone adulte decidono di portare avanti, di comune accordo. Ma l'amore deve, prima o poi, confrontarsi con gli altri: con il mondo, con la società, con lo Stato. Nella quotidianità della vita l'amore viene messo alla prova della durata. Il vincolo libero del sentimento diviene solidarietà e aiuto reciproco per il superamento delle difficoltà, che lo Stato riconosce nel momento in cui la coppia si impegna di fronte ad un suo rappresentante, assicurandosi dei diritti e implicando, per sé, il rispetto di alcuni precisi doveri. Nell'orizzonte laico dello Stato il matrimonio è essenzialmente questo, e non vi sono sensati motivi perché tale unione non possa essere estesa a coppie di adulti dello stesso sesso.
È fondamentale, anzi, che i diritti/doveri (la reversibilità pensionistica, l'eredità, la reciproca cura, ecc.) che le persone acquisiscono mediante il matrimonio civile vengano riconosciuti integralmente, per non creare matrimoni di “serie A” e di “serie B”, con il possibile risultato, visti i tempi che corrono (in cui i diritti tendono ad essere interpretati come “privilegi”), di ridurre alla lunga i diritti di tutti. Complice l'automatismo concordatario, molti continuano a pensare al matrimonio civile come alla secolarizzazione del matrimonio religioso, che è un sacramento e che implica una serie di significati di ordine diverso, la cui differenza va rispettata e garantita. Inoltre, nell'immagine tradizionale del matrimonio, si tende a sottolineare la centralità della procreazione e dell'educazione dei figli, mentre, nelle società contemporanee, il vero fulcro del matrimonio è, già da tempo, l'autenticità del sentimento che lega due persone.
D'altra parte, è proprio sul diritto d'adozione e, in prospettiva, di generazione mediante tecniche di fecondazione assistita e madri surrogate, che si consuma l'autentico scontro tra favorevoli e contrari. Si potrebbe osservare come in questo caso, però, il problema morale (e quindi giuridico) non sia più il riconoscimento dell'espressione del sentimento di liberi soggetti, ma il coinvolgimento più o meno passivo dei diritti di terzi, in primis quello dei figli concepiti o adottati, secondariamente quello di coloro che, pur concorrendo alla generazione, vengono usati (e talvolta sfruttati) come puri “mezzi”. Qui appare con evidenza un aspetto non trascurabile della questione, ovvero come l'esigenza conformistica, almeno di una parte del mondo omosessuale (solitamente la più ricca e agiata, visti gli aspetti economici in gioco), di dar vita a una famiglia tradizionale – quella che una volta si chiamava famiglia “borghese” -, costituisca una sorta di “conferma” paradossale della “naturalità”, ossia desiderabilità ideologica e sociale, dei ruoli di padre, madre e figli secondo la persistenza di uno schema simbolico che si impone anche sulla biologia del sesso, sulla libera manifestazione della sessualità e persino sulle acrobazie verbali della “political correctness”.
© riproduzione riservata