Falcone, Martelli: «Giovanni ucciso dai nemici che lo consegnarono a Riina. Sdegno per certi magistrati»

L'ex ministro della Giustizia: i suoi colleghi lo hanno denigrato e indebolito

Lunedì 23 Maggio 2022 di Cristiana Mangani
Falcone, Martelli: «Giovanni ucciso dai nemici che lo consegnarono a Riina. Sdegno per certi magistrati»

Trenta anni passati senza scalfire i ricordi e, soprattutto, senza alleviare per un attimo il dolore per la perdita di un grande uomo e di un grande amico. Ma è quando torna libero il boss pentito della strage di Capaci, Giovanni Brusca che per l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli è come se il film si riavvolgesse. «Non voglio dire se sia stata giusta o sbagliata la scarcerazione, ma Brusca è quello che ha azionato il telecomando ed è vivo e vegeto, mentre Falcone non c’è più da 30 anni».

 

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Palermo e l’Italia tutta non hanno mai smesso di ricordarlo.
«Sì, è vero, ma mi è capitato molto spesso di provare sdegno per certe celebrazioni, certe cerimonie. Mi sono trovato a fianco di qualche magistrato che era stato particolarmente avverso a Falcone e che era lì a ricordarne la memoria».


Nel libro “Vita e persecuzione di Giovanni Falcone” (edizioni La nave di Teseo) che ha appena scritto, c’è tutta la storia della strage di Capaci, ci sono le poche luci e le tante ombre. 
«C’è quella che definisco “l’azione parallela”, il lavorìo dei nemici di Falcone che lo ha consegnato ai macellai di Totò Riina. Sicuramente a ucciderlo è stata Cosa nostra, ma questo è avvenuto perché c’è stata un’azione che non ha soltanto denigrato Falcone o soltanto ostacolato: gli ha proprio impedito di continuare il suo lavoro».


“La magistratura forse ha più colpe di ogni altro, ha cominciato a far morire Falcone”, ha dichiarato Paolo Borsellino dopo la bocciatura dell’amico Giovanni a capo dell’Ufficio istruzione di Palermo. Perché è successo? 
«Non è la solita guerra di rivalità tra magistrati. Quando il Csm decide che Falcone non deve rivestire quell’incarico, si indebolisce la sua posizione, tanto che agli amici lui stesso confessa: “Mi avete crocifisso, mi avete consegnato alla mafia”. La bocciatura non è soltanto un segnale a Cosa nostra, ma è una azione parallela, perché i colleghi del Csm e l’azione funesta della Corte di cassazione hanno disarmato lo Stato davanti a Cosa nostra». 


Cosa non piaceva di Giovanni Falcone ai colleghi? 
«Era il migliore, aveva affinato un metodo investigativo, imparato anche in America. Unico magistrato al mondo ad avere una statua nella sede della Fbi americana. Era un garantista e forse per questo non poteva piacere a chi oscillava tra il non far nulla e l’antimafia parlata. L’antimafia delle tavole rotonde».


Ne avevate mai parlato?
«Falcone non lanciava accuse per l’aria. Era diventato una sorta di alieno, di eretico del Palazzo di giustizia, perché voleva fare la guerra a Cosa nostra e gli altri non volevano farla. Alcuni perché era un rischio, altri perché erano collusi. Lo dice chiaro Giovanni Pizzillo, all’epoca procuratore generale, quando chiama il suo capo: “Questo Falcone non è che può danneggiare tutta l’economia siciliana. Devi seppellirlo sotto una montagna di processi semplici».


Lei milanese, Falcone sicilianissimo, cosa vi accomunava?
«Diverse cose, ma principalmente una madre siciliana. E poi l’educazione ricevuta in famiglia: siamo cresciuti con l’amor di patria e l’insegnamento di Mazzini».


Che ricordi ha dell’amico?
«Uno in particolare: ero appena diventato ministro, Giovanni era già a Roma ma non aveva ancora preso posto nel nuovo incarico al ministero. Io ed Enzo Scotti, che era ministro dell’Interno, facemmo riarrestare dei boss mafiosi che erano stati scarcerati per decorrenza dei termini. Pochi giorni dopo ci fu un attacco alla villa che avevo affittato sull’Appia, spararono sulla scorta. Furono arrestati due mafiosi di Alcamo, pluripregiudicati».


E che accadde?
«Il giorno dopo Falcone venne a dare un’occhiata, vide le pallottole nel muro della villa ad altezza d’uomo e mi disse: “Secondo me non è un attentato, è un avvertimento”. Devo essergli sembrato quasi deluso, perché ha aggiunto: “Tranquillo perché se continui così l’attentato te lo fanno”».
 

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