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Venezia e le sue lingue Microcosmo europeo

Venerdì 9 Aprile 2021

LA RICERCA
È la lingua di tutti i giorni, quella che emerge dai testi usati per il volume Europa romanza. Sette storie linguistiche (Einaudi). La lingua usata negli ultimi scorci del medioevo per scrivere documenti privati e non testi letterari. L'autore è Lorenzo Tomasin, veneziano, 46 anni, docente di Storia della lingua italiana all'università di Losanna. I documenti sono conservati negli archivi di mezza Europa. «Anche nel passaggio tra Medioevo ed età moderna, uno spazio linguistico specificatamente romanzo è ancora ben identificabile in tutti i numerosi casi in cui le lingue derivate dal latino tornano a incontrarsi mescolandosi o entrando in contatto con le altre lingue europee, a loro volta variamente connesse da 9rotto contributo del latino».
LA NARRAZIONE
Sette storie, si diceva, in una sorta di inno all'Europa che «pur politicamente e confessionalmente multiforme, appare unita dalla sua feconda diversità linguistica». La prima di queste storie è veneziana, ne è protagonista una donna, Guglielma de Niola, vedova di Stefano Venier, vissuta nella prima parte del Trecento. «Era raro che una donna scrivesse di sua mano», precisa Tomasin. Una donna, a Venezia, di origine provenzale che utilizza una lingua meticcia, con parole veneziane e provenzali mescolate, a testimonianza di un uso linguistico ai tempi abbastanza comune, ovvero quello di usare parlate impure. Nel capitolo dedicato a Guglielma Venier, Tomasin riferisce di una curiosa lite stradale finita a coltellate tra veneziani e tedeschi che, per insultarsi, passano al latino, lingua comprensibile a entrambe le parti.
IL LATINO IN LAGUNA
Così poteva persino capitare, nelle strade della Venezia trecentesca, di sentire parlare latino, usato come lingua di comunicazione e non soltanto come lingua aulica, per stilare i documenti ufficiali. Ma quali altri idiomi si potevano udire per calli e campi? «Senz'altro il tedesco», risponde Tomasin, d'altra parte quella tedesca era la più importante comunità di mercanti stranieri, con un loro fontego fin dagli anni venti del Duecento. «E poi il greco», continua Tomasin, «parlato sia dai greci del Levante, sia dai candiotti; Venezia faceva grandi affari con i territori grecofoni. Quindi il francese d'oltremare: in quello che oggi chiamiamo Medio oriente c'erano i regni crociati e vi si parlava un francese ibridato con italiano e catalano; gli orientali chiamavano gli europei franchi e questa lingua era detta franca, ma di fatto era francese».
LE PARLATE DELL'EST
Ovviamente si sentivano parlare le lingue dell'Adriatico orientale. «Il croato, l'albanese e l'ancora esistente dalmatico», aggiunge Lorenzo Tomasin, «una lingua romanza che aveva larga diffusione sulla costa dalmata. Una lingua che in seguito è stata compressa dal veneziano e dall'italiano e soltanto in parte dalle parlate slave dell'interno». L'ultima persona in grado di parlare il dalmatico, Tuone Udaina Burbur, è morta nell'isola di Veglia (Krk) nel 1898. E la mitica lingua franca, parlata dai marinai per capirsi tra loro? Be', bisogna fare chiarezza: intanto bisogna distinguerla dalla lingua franca intesa come francese e in secondo luogo non riguardava Venezia. «Dal Cinquecento», osserva Tomasin, «nei porti dell'Africa settentrionale si sviluppano parlate con una parte di arabo, francese, spagnolo e italiano. Erano lingue della marineria e dello schiavismo, quando erano numerosi i prigionieri nelle galee che venivano rilasciati pagando un riscatto e quindi c'era un giro di comunicazioni per liberarli. A Venezia però non si usava, infatti le parole italiane che vi si ritrovano erano soprattutto toscane e siciliane».
Alessandro Marzo Magno
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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