Piero Fabris, addio a 87 anni al grande democristiano della provincia profonda: una vita tra umanità e prudenza

Lunedì 3 Ottobre 2022 di Claudio Strati
Piero Fabris in una foto recente, da facebook, e negli anni '80

BASSANO – All’anagrafe Pietro, ma per tutti sempre Piero. A quasi 88 anni se n’è andato Piero Fabris, grande e affabile politico democristiano, l’uomo che ha imposto per decenni, con umiltà e semplicità, la sua leadership su una città e un territorio che ha servito con continuità e convinzione da sindaco, assessore regionale, senatore.

Famiglia operaia

Nato nel ’34 da una famiglia operaia, il padre lavorava alle Smalterie, primo di quattro fratelli, nel borgo Bonaguro, la via popolare alle porte del centro sorta per la Bassano lavoratrice, per tutta la vita è rimasto all’ombra delle torri del tempio ossario, a due passi da patronato San Giuseppe, centro giovanile, sede di Acli e Azione  cattolica, l’humus in cui si formavano allora, vicini ai responsabili del clero, i giovani dirigenti destinati a guidare i cittadini e i gruppi organizzati. In età giovanile Piero Fabris coltivava passioni forti per la musica e il cinema, portava in giro per oratori e paesi del territorio i cineforum, luoghi di cultura e dibattito, facendosi conoscere per la passione e l’impegno. Poi il passaggio dagli ambienti dell’associazionismo cattolico al lavoro politico fu quasi scontato.

Il ragioniere carismatico

Nella Democrazia Cristiana, allora padrona di tutti i destini della città, Fabris fa subito strada con le sue capacità di umanità, ascolto e bonomia. E’ l’uomo della pacca sulla spalla, del colloquio semplice, della capacità di dire di sì a tutti, ma anche un leader con un carisma difficile da scalfire. Poco più che trentenne  diventa sindaco della città, è il 1967, e ci resterà fino al 1975. Lui, ragioniere, è il capofila di un piccolo esercito di ragionieri che in quegli anni amministrano la città, guidano le imprese, occupano posti di rilievo e di responsabilità. Da sindaco vara il primo Prg, inaugura la prima conferenza socioeconomica del territorio, con una visione collaborativa ante litteram della gestione dei problemi, della crescita e dello sviluppo, si batte fortemente per avere il nuovo ospedale (il cui cantiere poi, vari anni dopo, mentr eprocedeva a ritmi lenti, trovò un impulso straordinario all'apertura negli anni ’90 sotto la sferza delle indagini sulla cosiddetta tangentopoli veneta dell’allora procuratore Carlo Nordio), crea le basi e dà il via alla realizzazione del grande centro studi a sud della città, oltre a coltivare l’autonomia dell’istituto agrario a nord.

Leader doroteo

Fabris a poco a poco diventa il grande leader doroteo, in origine rumoriano, poi ovviamente con Bisaglia (ma capace di non rompere mai con il politico di Vicenza) quando il politico rodigino sbarca nel Bassanese per fondare la sua corrente trovando sponda inizialmente nei sindaci della Valle del Brenta e ponendo poi il suo quartier generale nel Marosticense. Piero Fabris va in Regione a furor di popolo, tanto che anche negli anni in cui la Dc soffre in città perdendo qualche frazione percentuale a favore di formazioni laiche e socialiste i giovani Dc possono comunque esporre manifesti in cui sottolineano i numeri incredibili delle preferenze personali del loro “capo”. A Venezia resta 12 anni, fa il consigliere, poi l’assessore regionale ai trasporti e quindi occupa il ruolo centrale dell’urbanistica e delle cave, nella squadra di Bernini di cui appare l’uomo operativo.

Senato, ma senza paracadute

E dopo la Regione suona l’ora del Senato, dove è eletto due volte. Fino a quel momento il collegio strasicuro, da percentuali bulgare, di Bassano, era stato offerto a leader esterni (già allora esistevano i paracadute…), prima ai vicentini Valmarana e Cengarle, poi a Bisaglia. Ma alla morte di quest’ultimo il candidato naturale è Piero Fabris, che in effetti conquista il ruolo del primo “vero” senatore bassanese, espressione del territorio, incrementando addirittura il raccolto elettorale. In Senato poi ci torna una terza volta, per un epilogo amaro che coincide con la “morte” della Dc: torna a palazzo Madama sostituendo Doppio che viene eletto presidente della Provincia.

Andreotti e gli altri

Quelli del politico Piero Fabris sono stati anni centrali per il Bassanese. I grandi big democristiani erano ospiti frequenti, e la villa dei Pozzobon sui colli di Marsan, oggi fulcro della tenuta vinicola di Renzo Rosso, era la centrale degli incontri riservati. Nella dimora della famiglia che faceva capo alla grande impresa di costruzioni Oscar Pozzobon, di cui Fabris era stato a lungo direttore generale e assiduo collaboratore, arrivavano per incontri più o meno riservati tra amici di  partito e imprenditori personaggi di vertice, tra i quali Andreotti.

A messa ogni mattina

Fabris impersona la moderazione e la mediazione. Su tutto. Guida il comitato  per la storia della città con enorme prudenza, fa scrivere volumi fondamentale chiamando storici e studiosi, ma sempre raccomandando di non affondare i colpi sugli anni del fascismo, col timore di toccare ricordi troppo vicini e famiglie ancora legate alla memoria dei protagonisti di quegli anni. La vita politica del leader bassanese per decenni lo ha visto la mattina presto raggiungere il centro a piedi per la messa a San Francesco, con la moglie Rosetta, first lady assolutamente riservata e mai protagonista, con alcuni dei figli. Poi l’entrata in municipio, o la partenza per Venezia. Certamente ha amato fortemente la città, ha vissuto per essa, non mancava mai nei suoi discorsi il riferimento alla medaglia d’oro o alla “repubblica” di Bassano. Conclusa la carriera politica, Piero Fabris ha assunto la presidenza della casa di riposo dedicandovisi con passione, conoscendo e contattando tutti gli anziani ospiti, andandoli a trovare anche la domenica pomeriggio. Uno stile di democristiano purosange ma pacato, il suo, dotato di umanità e semplicità, sempre alla mano, mai disposto alla rottura.

Ultimo aggiornamento: 4 Ottobre, 16:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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