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Duplice femminicidio, l'urlo delle donne davanti al tribunale: «Lo Stato non tutela le vittime di violenza»

Venerdì 17 Giugno 2022 di Claudio Strati
Il presidio delle donne davanti al tribunale di Vicenza, con Emanuela Natoli
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VICENZA - Mentre in chiesa si dava l'ultimo saluto alla bara bianca di Lidija Miljkovic, con la padovana Gabriela Serrano  vittima del duplice e spaventoso femminicidio di Vicenza, davanti al tribunale le donne di Movimentiamoci Vicenza, e del Gruppo Maternamente, hanno manifestato sottolineando che è lo Stato a non salvaguardare sufficientemente le mogli e  le compagne che vengono ammazzate. Una lunga lettera di denuncia è stata consegnata al presidente del tribunale Alberto Rizzo e inviata alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, oltre che al presidente della sezione distrettuale Associaziona nazionale magistrati di Venezia, Federico Tedeschi.

«Un grido contro la mattanza»

«Siamo qui al presidio davanti al tribunale di Vicenza per esternare la protesta per le donne oggetto di violenza - ha detto Emanuela Natoli di Movimentiamoci -, c'è un femminicidio ogni tre giorni, oggi si svolge il funerale di Lidija, la accarezziamo insieme a Gabriela, e chiamiamo tutte le donne a levare un grido contro questa mattanza continua. Lo Stato non protegge i bambini e le madri, anzi incoraggia la violenza maschile lasciando gli uomini liberi di uccidere. Soprattutto è una violenza istituzionale che si conforma nell'iter giudiziario. È un sistema che cancella le donne, le madri, i bambini, le bambine. Sono sorte numerose associazioni insieme alle nostre, diciamo tutte che anche Lidija Miljkovic e Gabriela Serrano sono state vittime vittime dell’inerzia di Stato».

Leggi la lettera integrale alla ministra Cartabia  

Video

La rabbia e la denuncia

Nella lettera spedita a Cartabia e consegnata a Rizzo, a firma della stessa Natoli per Movimentiamoci Vicenza e di Manuela Bruschini e Paola Pieri per il Gruppo Maternamente, si esternano la fortissima rabbia e la  denuncia «per un sistema istituzionale che sistematicamente sottostima, svilisce, ignora le denunce delle madri di violenza in ambito intra-familiare e le prove e testimonianze relative agli abusi e alla violenza assistita dei loro figli e figlie, che ignora la violenza con l’archiviazione di gran parte delle denunce inoltrate, dalle madri in ambito penale, nonostante la mole documentale delle allegate violenze e in presenza anche di accertamenti oggettivi».

Lo striscione di Maternamente e Movimentiamoci davanti al tribunale

 

«Lidija era già condannata»

La lettera sottolinea che, nel caso di Vicenza, «Lidija Miljkovic era già da tempo condannata, e nessuna reale protezione lo Stato ha saputo garantire a lei e ai suoi figli. L’assassino Zlatan Vasjljevic, nonostante una precedente condanna penale e un ulteriore procedimento in fase di dibattimento, è stato lasciato libero di compiere il suo disegno criminale. La precedente condanna con pena sospesa dalla Corte d’Appello di Venezia, e la certificazione di un percorso seguito presso il Cam Ares di Bassano, gli hanno di fatto consentito di uccidere impunemente due donne, due madri, lasciando quattro ragazzi orfani. A fronte di tutte le violenze provate subite da Lidija Miljkovic, la custodia esclusiva dei figli le era stata appena revocata costringendola ad una relazione costante col violento. Non sono bastate le condanne, le prove oggettive, l’ordine di allontanamento emesso nel 2019 verso il violento: la legge italiana lo ha tutelato, riconoscendogli addirittura l’affido condiviso dei figli e revocando le misure di protezione nei confronti della sua vittima».

 

«Vittime della legge italiana»

«Lidjia e Gabriela sono vittime della legge italiana, che consente agli uomini violenti di usufruire di sconti di pena e sospensione condizionale della pena grazie alla frequenza di ridicoli e inefficaci percorsi di recupero nei Cam e sono gli stessi responsabili di quei Cam che più volte hanno evidenziato gli scarsi risultati dei programmi. I referenti del centro frequentato da Zlatan Vasjljevic hanno detto solo la verità, dichiarando che loro si limitano a certificare i percorsi e seguire il protocollo. E’ così, e percorsi e protocollo sono procedure formali, sempre più utilizzate dagli avvocati dei violenti dall’entrata in vigore del Codice Rosso, che nulla hanno a che fare con il recupero dei colpevoli. Sono soltanto più raffinati strumenti per colpire meglio e di più le donne».

«Invio di ispettori non sia solo facciata»

«Ci auguriamo che l’invio di Ispettori al Tribunale di Vicenza non sia soltanto una misura di facciata, ma porti ad affrontare in modo sostanziale le problematiche che abbiamo esposto e denunciato - conclude la missiva -.  Chiediamo infine che le associazioni ed i gruppi di difesa delle donne e madri vittime di violenza maschile ed istituzionale vengano ascoltati dagli Ispettori invitati dal Ministero della Giustizia».

 

Ultimo aggiornamento: 18 Giugno, 08:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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