Mestre e le baby gang: faida continua e regolamenti di conti tra le bande

Mercoledì 10 Febbraio 2021 di Nicola Munaro
Le forze dell'ordine in via Riviera XX Settembre a Mestre dove è avvenuta l'ultima aggressione

MESTRE - Il secondo tempo di una partita violenta iniziata una decina di giorni fa con un’altra aggressione, ma a parti invertite. Perché se una cosa è certa, è che la violenza andata in scena lunedì 8 all’ora dell’aperitivo in Riviera XX settembre a Mestre è un regolamento di conti tra gruppi. Un pestaggio voluto, previsto e organizzato. Chi ha aggredito sapeva che la vittima designata si sarebbe trovata in quel posto a quell’ora: e così è stato. 


Vendette, faide tra gruppi di giovani ragazzi violenti, che dalla fine del primo lockdown si sono susseguite con una ciclicità impressionante, dimostrazione - anche - di un disagio difficile da intercettare. Così ogni pestaggio è collegato l’uno con l’altro. Era successo nell’ultimo weekend di libertà prima delle feste: due gruppi i cui leader si contendevano la stessa ragazza, si erano presi a pugni e calci in campo Bella Vienna, nel cuore di Venezia. È riaccaduto lunedì, nel nuovo centro della movida di Mestre: sempre per sistemare uno sgarro. La vendetta - prima ipotesi sulla quale si stavano dirigendo, fin da subito, le indagini della polizia locale - ha trovato altri riscontri nella notte tra lunedì e ieri, con l’interrogatorio del diciassettenne albanese fermato dalla polizia subito dopo i fatti. Ma quello che non si sapeva era il movente dell’aggressione di Riviera XX settembre. Non la maxi-rissa di metà dicembre per una ragazza in campo Bella Vienna a Venezia, ma il pestaggio di un ragazzo albanese da parte di un gruppo di veneziani che l’avevano incontrato a bordo del tram, non distante da piazzale Cialdini.

Il ventenne veneziano aggredito lunedì era parte del gruppo di italiani che aveva colpito il giovane albanese sul tram: lui, medicato, li aveva riconosciuti tutti. E la vittima di dieci giorni fa è un componente del manipolo di giovani che lo ha ripagato con la stessa moneta. Non è chiaro, però, se lui abbia partecipato a questo secondo tempo. Quella di lunedì sera, quindi, è stata a tutti gli effetti una spedizione punitiva costruita a tavolino e sulle cui modalità si stanno cercando i dettagli attraverso il cellulare del diciassettenne albanese. Il minorenne è stato l’unico del gruppo violento a essere fermato dalla polizia, che ora sta rintracciando gli altri componenti della banda (circa una ventina) attraverso i tabulati telefonici e le immagini delle telecamere di videosorveglianza: l’identificazione dovrebbe essere aiutata dal fatto che il gruppo era arrivato in Riviera XX settembre vestito tutto uguale, di bianco.

Il ventenne veneziano aggredito e dimesso ieri mattina dall’ospedale dell’Angelo con una prognosi di pochi giorni per il taglio alla testa, sospettava di essere finito nel mirino di un gruppo rivale: a confessarlo alla polizia è stato il giovane con il quale il ventenne aggredito era arrivato in Riviera per un aperitivo. Gli agenti hanno messo a verbale che nei giorni scorsi la vittima aveva ricevuto alcune minacce e pensava di essere seguito e che presto avrebbe passato dei guai. Ed è questo un altro aspetto che spinge gli inquirenti a pensare di avere a che fare con un regolamento di conti che nulla ha a che vedere con un incontro casuale. Il sospetto della polizia locale - che sta trovando conferma nell’analisi del cellulare del diciassettenne fermato, per cui i capi d’accusa devono ancora essere stabiliti - è che il gruppo di giovani albanesi stesse pedinando il proprio obiettivo fino a scegliere il momento più opportuno per agire. Sospetti, fondati, che il diciassettenne non ha tradito nel suo interrogatorio. Anche se una parola di troppo ha svelato il motore immobile della vendetta.

Ultimo aggiornamento: 07:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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