Liliana, una madre contro la "bestia" della malattia mentale

Lunedì 29 Giugno 2020 di Filomena Spolaor

La bestia arriva quando sei felice. Con queste parole inizia il libro della madre di una adolescente con una malattia psichiatrica. Lei è la giornalista Liliana Boranga, che dedica alla sua Francesca Io, tua madre contro la bestia, autobiografia pubblicata per BookSprint Edizioni. «Quando ti arriva la malattia mentale è un po' come quando è scoppiato il Covid-19. Ti annienta, e ti chiude in te stesso - dice l'autrice - Noi familiari di pazienti psichiatrici lo sappiamo bene». Ha sentito che doveva farlo, raccontare cosa vuol dire la bestia annotando i suoi pensieri, narrando di gesti, paure, in un mondo incapace di provare amicizia e comprensione. È il dolore che vuole vincere, e che quando la bestia è arrivata, ha trasformato una figlia speciale in un essere addolorato e disperato, sconosciuto e intrattabile. La bestia si ciba di mancanza di amore, racconta Boranga in un diario sulla violenza inaccettabile subita da una madre angosciata, costretta a vedere la figlia nella camera spoglia, bianca, di una clinica psichiatrica, quella dove cercare la sua umanità, lei che non la riconosce e le dà della cattiva. Compare la parola autismo, seguita da le medicine, ma anche la riscoperta delle emozioni, un ti amo. Liliana Boranga esprime la solitudine dei figli in preda alla malattia con i genitori che li guardano per anni dietro alle porte, bianche, robuste, in silenzio. E i momenti di rabbia, la voglia di scappare da quel reparto. Descrive il rapporto intimo con la figlia, la sua disperazione, il suo mettersi a nudo nella solitudine della sofferenza per chiedere «Ma sei Francesca o la malattia»?, dopo essere stata rifiutata, quasi picchiata, avere subito parole impronunciabili e malvagie. Sullo sfondo c'è sempre la clinica, che non è una casa per le vacanze, ma un luogo dove si curano il dolore e l'angoscia, anche con l'arteterapia dei quadri dipinti dalla figlia, arrivando persino a parlare della pace fatta dopo anni dalla separazione con il padre. «Mettersi a nudo diventa spesso un segnale di fragilità su cui è facile accanirsi, perché persuasi che ci sia una colpa se succede a te e non a me» racconta l'autrice. Lei guarda molto i dettagli, vive la sensazione che provoca una cosa o un quadro. Lo fa con uno stile, in cui cerca solo la parola. «Il sinonimo, il verbo che una persona ha dentro. Quello che ti consente di dire, attraverso il tuo dolore, la tua parola. E quando ci sei riuscito, è perfetto».

 

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