Storie e segreti dei nostri confini: la strana frontiera tra Serenissima e Asburgo a Marano

Martedì 22 Giugno 2021 di Alessandro Marzo Magno
Marano lagunare, veduta
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Mai dare un confine per scontato. Anzi, i confini hanno una storia lunga e variegata, come spiega Mauro Suttora nel suo Confini. Storia e segreti delle nostre frontiere (Neri Pozza). Il libro percorre tutte le frontiere italiane, da Ventimiglia a Muggia, ma uno dei confini più strani che si siano susseguiti nei secoli ci riguarda da vicino ed è quello che dal 1543 al 1797 ha diviso la Serenissima dagli Asburgo a Marano (Udine), con una serie di exclave austriache in territorio veneziano (e viceversa) che rendevano la zona simile a un puzzle. A un certo punto Marano diventa addirittura una specie di Danzica dell'Adriatico, conteso tra tutte le più grandi potenze europee, salvo poi vivere un sonnacchioso destino, una volta definita la questione.
Marano era stato lasciato isolato nella sua laguna e la località confinante, Carlino, apparteneva agli Asburgo e quindi bisognava passare una dogana, con relativi balzelli. Per due secoli e mezzo Marano era collegato al resto dello stato veneziano quasi solo via mare; soltanto nel 1611 viene costruita una strada, la cosiddetta Strada di Levada, in mezzo a paludi e acquitrini per garantire i rifornimenti in caso di blocco navale.


Ma anche Goricizza e Gradiscutta non se la passavano bene, isole austriache in territorio veneziano, mentre Belvedere faceva parte dello stato da Terra e Grado del dogado, entrambi veneziani, sì, ma con status giuridici diversi. Un caos, insomma, che infatti gli austriaci quando hanno costituito il Lombardo-Veneto, nel 1812, hanno provveduto a rettificare e i confini che tra il 1866 e il 1915 hanno diviso il Regno d'Italia dalla Monarchia asburgica ricalcavano quelli del Lombardo-Veneto e non quelli assurdi della Serenissima.


ROCAMBOLESCHI

Questa situazione si era determinata dopo una serie di avvenimenti che definire rocamboleschi è poco. Marano e la sua laguna passano a Venezia con tutto il resto del Friuli nel 1420. La località viene però occupata dagli imperiali nel 1513, durante la guerra di Cambrai, e dopo la pace di Noyon (1516) rimane agli Asburgo. I veneziani ne fanno una malattia: con gli imperiali a Trieste e Duino, il possesso di Marano diventa strategico. Viene definito «uno dei più importanti luoghi per difesa del Friuli et resto del stato, et non havendolo delli più atti ad offender questa città di Venezia». La località quindi deve diventare base per le operazioni della Serenissima nell'Alto Adriatico, perché «con quatro luochi, Osoppo, Udine, Sacil et Marano, si faceva una buona colleganza per la fortezza di Venezia». I veneziani provano a riprendersi Marano già nell'aprile 1514, ma va loro buca. All'inizio le operazioni militari sembrano arridere alle truppe di San Marco, che catturano l'uomo di fiducia dell'imperatore Massimiliano I d'Asburgo, Cristoforo Frangipane, che, occupate Marano e Monfalcone, puntava dritto a Udine. Marano, però, che era una vera e propria fortezza, con tanto di mura (demolite nell'Ottocento), rifiuta di arrendersi. Le fortune militari tuttavia si rovesciano e alla fine gli imperiali prendono prigioniero il provveditore generale veneziano, Zuan Vitturi, e quindi la Signoria deve rinunciare alla fortezza lagunare. Almeno per il momento.
Dove non riescono le armi si deve giocare d'astuzia e la partita si riapre nel 1542, mentre due sovrani ambiziosi si ritrovano su troni avversari: Carlo V imperatore dei romani (così si chiamava il sovrano asburgico) e Francesco I re di Francia. Quest'ultimo era alleato dei turchi, particolare non privo di importanza come vedremo. Venezia si finge neutrale, ma non lo è affatto. La pedina da giocare è un mercante udinese, di nome Beltrame Sacchia, evidentemente dotato di grande ambizione personale, oltre che di vastissima ricchezza accumulata dal padre Lorenzo. Beltrame nel marzo 1541 viene nominato cavaliere nobile da Francesco I e si intrattiene con l'ambasciatore francese a Venezia, Guillaume de Pellicier, vescovo di Montpellier. Sacchia prima propone l'impresa di Marano a Venezia, ma poi, visto che la Serenissima nicchia per non guastare troppo i rapporti con l'imperatore, si rivolge ai francesi.


Il 2 gennaio 1542 Beltrame Sacchia giunge a Marano con due barche cariche di grano. Indossa una lunga pelliccia (d'altra parte fa freddo, non è tanto strano) sotto la quale ha nascosto una spada e uno scudo. Nelle barche, sotto il grano, si celano una sessantina di uomini armati. Sacchia dice alle guardie maranesi che voleva andare a Venezia, ma a causa del vento contrario preferisce sbarcare lì il suo grano. Viene fatto passare e, una volta ormeggiate le barche, caccia un urlo che fa balzare fuori gli armati. «Caziò mano alla spada, gettato la peliza, gittate le stuore in acqua, li soldati saltati fora, pigliar la porta ferendo et amazando quanti trovava per strada, dove li poveri maranesi fugiva a scondersi come conigli». Marano è presa, ma, attenzione, non in nome di Venezia, bensì della Francia.


DECENTRATA

Peccato però che Francesco I, almeno a parole, dicesse di non volerne sapere di quella fortezza così decentrata e, tutto sommato, inutile alla sua strategia. L'ambasciatore imperiale alla sua corte è molto irritato, quello veneziano fa finta di niente, il re di Francia mostra indignazione. Si apre una trattativa che terminerà soltanto due anni più tardi. I veneziani prospettano sia al re di Francia, sia all'imperatore asburgico, il pericolo che Marano possa cadere in mano turca. Non è un'ipotesi tanto peregrina: austriaci e ottomani sono in guerra: nel 1541 l'esercito di Solimano aveva occupato Ofen (Buda) e minacciava altri possedimenti asburgici. Anche nel Mediterraneo il sultano era all'offensiva. Tutte le arti dei diplomatici della Serenissima erano tese a convincere l'imperatore a lasciar perdere la periferica Marano per concentrarsi nel teatro principale, quello della pianura danubiana. Di fronte al pericolo ottomano non era proprio il caso di aprire un secondo fronte. Francesco I che sdegnosamente continua a dire di non essere interessato alla fortezza lagunare e di essere stato tenuto all'oscuro di tutto, cede quindi Marano a un condottiere fiorentino, Pietro Strozzi. I veneziani, sempre agitando lo spauracchio del pericolo turco, aprono le trattative con Strozzi e lo convincono a lasciare usando come argomento la non modica cifra di 32.500 ducati.
Il 26 novembre 1543 il Senato nomina Alessandro Condulmer provveditore di Marano. La vittoria veneziana, però, non è completa. L'arciduca Ferdinando d'Asburgo, fratello di Carlo V, che conduceva le trattative per la parte imperiale, alla fine accetta che Marano passi alla Serenissima, ma senza alcun territorio dell'entroterra. Gli viene data ragione e quindi su Marano sventola il vessillo con il leone di San Marco e su Carlino quello con l'aquila bicipite degli Asburgo. Ecco spiegato il motivo di un confine tanto assurdo e fuori dall'usuale.


 

Ultimo aggiornamento: 10:07