I friulani in Brasile: ecco come si vive nel Paese più contagiato al mondo

Martedì 13 Aprile 2021 di Camilla De Mori
Una terapia intensiva in Brasile

UDINE - Vivere «nel Paese più contagiato del mondo», all’apice della pandemia è una battaglia quotidiana. Ma il Brasile ha dimensioni enormi e latitudini (anche sociali) diversissime e il virus non picchia duro nello stesso modo ovunque. Ci tengono a dirlo i friulani-brasiliani di più recente “adozione” o discendenti di famiglie arrivate dalla Piccola Patria generazioni fa, che oggi in Sudamerica affrontano il volto peggiore del covid.
«La situazione in Brasile non è buona - dice il presidente del Circolo friulano de Santa Maria, José Zanella, originario di Pasiano di Pordenone -. Siamo nel posto più “contaminato” del mondo. È brutto da dire ma è così, siamo all’apice della pandemia. C’è un’alta incidenza di casi e di morti. A Santa Maria ci sono tante persone originarie delle province di Udine, soprattutto da Gemona, e Pordenone. Su 330mila abitanti si contano 456 morti e 22mila casi confermati. Non abbiamo più posto nelle terapie intensive. Siamo in una situazione abbastanza preoccupante. In tutto il Brasile la scorsa settimana per due volte siamo arrivati a 4.200 morti al giorno. La media era di 3.200», racconta Zanella, 66 anni, professore universitario in pensione, il cui bisnonno arrivò in Brasile nel 1886. 
LA COMUNITÀ
Sotto i colpi della pandemia sono cadute anche tante persone della nutrita comunità friulana della zona. «Qui circa il 5% della popolazione ha discendenza friulana. Ci sono stati tanti lutti nella nostra comunità. L’altro ieri è morta una Forgiarini, originaria di Gemona. Ci sono tanti contagi, non si sa neanche quanti. La gente muore e lo si sa soltanto dopo». Tuttavia, a Santa Maria, «che è una città universitaria, c’è una struttura sanitaria molto buona». E lo è anche il sistema dei vaccini. «In Friuli vedo che anche voi avete un’alta incidenza di morti, ma da voi c’è il problema della disponibilità dei vaccini, che da noi non esiste. Già 23 milioni hanno fatto la prima e la seconda dose - sostiene - . Mia moglie, che è dentista, si è già vaccinata. Io stesso, che ho 66 anni, ho fatto la prima dose e il 29 aprile farò la seconda con il CoronaVac», sviluppato dalla casa farmaceutica cinese Sinovac Biotech e prodotto «in due istituti brasiliani. Nel nostro Paese c’è una produzione molto elevata di vaccini». Il problema, a suo dire, è legata alle informazioni dissonanti che arrivano anche dall’alto. «La gente qui non ha conoscenze molto certe e il governo ha assunto delle posizioni di negazionismo sul coronavirus. E il 30 per cento della popolazione approva queste posizioni», sostiene. Come in Friuli anche a Santa Maria «usciamo il meno possibile di casa. Io faccio una vita ritirata: vivo quasi in clausura».
L’AVVOCATO 
Anche Mariano Bertoldo Simonetti abita a Santa Maria. La sua famiglia è originaria di Gemona, dove abita «una cugina alla lontana, Giovanna. Sono avvocato e mi occupo di diritti immobiliari. Ho studiato all’università di Udine per un corso di tre mesi e ho tantissimi amici nel capoluogo friulano», racconta. «Se sono spaventato o fiducioso per la pandemia? Entrambe le cose. Sono spaventato perché è normale. Qui in Brasile le persone camminano per strada normalmente. Penso che forse il 30-40 per cento delle persone nelle vie delle città sia contagiato. Ma io non vado nel centro della città o a Porto Alegre, dove c’è movimento». 
«SIAMO A RISCHIO»
Ma, aggiunge, «sono anche fiducioso. In Brasile, però sono più spaventato che fiducioso perché il presidente - sostiene - non crede nel virus. Siamo sempre a rischio. Per fortuna è un Paese grandissimo, le città sono lontane e abbiamo spazio. Ma il rischio è sempre vicino a noi». Lui, che ha 47 anni, non è ancora vaccinato. «Conosco tante persone che sono state contagiate. Nella mia famiglia anche mio fratello, che lavora nella Polizia federale. Quasi tutti i suoi colleghi sono stati contagiati. Per fortuna mio papà ha 95 anni ed è già vaccinato: non si è contagiato. Anche mia mamma, 81 anni, ha fatto la prima dose e non è mai stata positiva. Conosco solo due o tre persone che sono morte del mio giro di amicizie». Ma il Paese è enorme. «Il Brasile è grande. A Rio Grande do Sul siamo 10 milioni di abitanti e ci sono stati 18mila morti. Qui la situazione non è gravissima. A San Paolo, Rio de Janeiro e Manaus è peggio. La scorsa settimana i negozi erano chiusi. Questa settimana sono aperti. Le scuole sono tutte chiuse. Una situazione gravissima perché non tutti gli allievi hanno un computer buono con una buona connessione. Forse solo il 50% ha questa possibilità. Un altro grande problema è che soprattutto nel Nord Brasile la povertà è aumentata. Le persone vivevano di turismo e commercio e adesso non c’è lavoro. Il problema della fame è gravissimo». Anche Simonetti lavora soprattutto da casa. «Per me è facile. La mia casa è grande. Sono fortunato. Ma le persone qui spesso vivono in case di 60-70 metri quadri, con bambini, con cani, con tutti...». Nel suo ufficio nella capitale Porto Alegre, su 20 impiegati, «ci lavorano solo in 7, perché non si può lavorare in più di cinque, sette persone. Gli altri lavorano a casa».
SAN PAOLO
San Paolo è fra i territori nell’occhio del ciclone. «Qui la situazione è grave», dice Giulia Farfoglia Barbieri, 76 anni, presidente dell’Associazione Fvg di San Paolo e del Brasile. Originaria di Grado (suo fratello vive a Trieste e una zia a Gorizia), si è trasferita in Brasile nel 1974 al seguito del marito enologo che lavorava per la Stock. «Ho già avuto due dosi di CoronaVac. Qui a San Paolo la campagna di vaccinazione va a tutto vapore. Molto più rapida. È cominciata dopo che da voi ma va più veloce. Ci sono milioni di centri vaccinali in tutto il Paese, anche con sistema drive trough. Hanno usato gli stadi di calcio, le grandi scuole e anche i vari club, tipica formazione sociale brasiliana, hanno offerto le loro sedi per le vaccinazioni. Qui abbiamo un istituto, l’Instituto Butantan, che è molto importante: ha sempre prodotto vaccini contro l’influenza e ora si occupa dei sieri anti-covid. Avrei potuto fare AstraZeneca, ma, siccome sono allergica a molti farmaci, ho scelto questo vaccino tradizionale, che non mi ha dato problemi».
FAVELAS
Purtroppo le vittime sono tantissime. «Muore un mucchio di gente», conferma Giulia. Soprattutto nelle favelas, dove l’igiene è un’utopia e il distanziamento anche. «Terreni invasi dalla gente che si costruisce la sua casetta, poi vende il tetto ad un’altra famiglia perché si faccia la sua casa. Ormai siamo arrivati anche al quinto o sesto piano. In queste comunità la gente non ha la minima possibilità di fare isolamento sociale. Che isolamento si può fare se in una stanza abitano quattro o cinque persone? C’è un grande movimento per cercare di aiutare questa gente, mandando loro alimenti e prodotti di prima necessità». Poi, c’è il nodo trasporti, con le persone costrette a fare «ore di autobus e di metro pieni di gente per raggiungere il posto di lavoro. Non c’è modo di evitarlo». E poi ci sono i giovani, «che spesso fanno feste, con totale stupidità». Giulia, agente immobiliare, ha l’ufficio a 4 chilometri dalla sua abitazione, «ma adesso sto lavorando da casa, via internet, con le fotografie e i documenti. Quando bisogna fare un atto pubblico, il notaio viene in casa. Tutti distanziati e con la mascherina». Nella sua associazione, che conta un centinaio di famiglie, discendenti di emigranti arrivati negli anni Cinquanta, «non conosco tante persone che si siano contagiate per fortuna. Ma anche nel mio quartiere ogni tanto appare l’ambulanza o il carro funebre».

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