I (primi) 90 anni di Marcello Agnoletto, fra cimeli, aneddoti e ricordi di una carriera da "big"

Lunedì 17 Gennaio 2022 di Michele Miriade
Marcello Agnoletto

ASOLO - Novant'anni portati benissimo quelli di Marcello Agnoletto che vive nella sua casa museo ad Asolo dove tra maglie, cimeli, giornali e aneddoti ripercorre la sua carriera calcistica, dai dilettanti alla serie A, e l'amore per la maglia fino a quella Azzurra.


Agnoletto che calcio era il suo?
«La palla è sempre rotonda, ma era un altro calcio, un gioco fatto di passione, sacrifici, impegno dove tutti undici si lottava con l'unico scopo, quello di sentire la maglia sulle spalle e della vittoria. Un calcio diverso perchè la vita stessa era diversa».


Cosa ricorda maggiormente?
«I tanti sacrifici, i primi calci quando si giocava in strada, in parrocchia, tempi delle radicate amicizie, fino al Montebelluna, la voglia di emergere calcando il terreno dello storico X Martiri».


Delle maglie ci si innamora, quale di più?
«Di tutte mi sono innamorato, le sentivo sul mio corpo ed ero consapevole che dovevo dare il massimo, non posso dimentica la prima, quella del Montebelluna, poi del Padova con il debutto in A, quella della Sampdoria, che mi ha portato a vestire quella azzurra, e i campionati al Lanerossi Vicenza quando sono ritornato a respirare l'aria di casa, una maglia che mi appassionava».
Cosa ha rappresentato quella azzurra?
«Il top, era il mio sogno che cullavo tra me e me da ragazzo quando giocavo e guardavo calcio illustrato e mi dicevo, chissà se un giorno la posso indossare. Raggiunsi poi quel massimo desiderio».
Ricordi del Montebelluna?
«La società che mi ha lanciato, eravamo giovani di belle speranze come dimenticare l'allenatore Giuseppe Vergani e un dirigente come Berto Favero e appunto il X Martiri che oggi non esiste più e la lapide che ricordava appunto i martiri».
Dopo la serie A anche una stagione al Treviso.
«Ci tenevo vestire anche la maglia biancoceleste del Treviso ed era quella della Provincia di Treviso».
I gol che ricorda?
«Quello segnato a Torino di testa alla Juventus di Boniperti e contro l'Inter con un tiro in mischia».
Questa sua casa è un museo?
«Undici anni in alto non si dimenticano e quindi conservo tutte le maglie delle squadre, coppe, foto, premi, cimeli, i giornali che hanno parlato di me e c'è anche la maglia di Fausto Coppi che mi dedicò quando giocavo alla Sampdoria della quale lui era tifoso».
Tanti allenatori, chi ricorda?
«Da Rava il primo mister al Padova, poi Lajos Czeiler che mi volle alla Samp, e su tutti Nereo Rocco al Padova con la promozione in A. Era un papà, una persona straordinaria per i giocatori, ero sotto la sua protezione e mi affidava anche i suoi figli. Che tempi con i derby soprattutto con il Vicenza con 20mila persone all'Appiani. Mi auguro che un pubblico così possa ritornare».
E tra giocatori nascevano amicizie?
«Tante, grande rispetto tra tutti e con l'avvocato Sergio Campana al Vicenza fu qualcosa di straordinario, lui fu il testimone delle mie nozze unitamente a Franco Luison. E come dimenticare Giulio Savoini, Mario David ed Enzo Bearzot con il quale pur avendo sempre giocato da avversari era nata una grande amicizia, mi veniva a trovare ad Asolo e lo fece anche una settimana dopo la vittoria dei mondiali in Spagna».
Ha tanta nostalgia?
«Certo, quella dei campionato di serie A e B con le 200 partite e per il fatto che ero giovane. Se ritornassi indietro ripercorrerei la stessa strada. Ringrazio il Signore che mi ha dato questi 90 anni splendidi anche se ora ho un problema all'anca e devo aiutarmi con le stampelle. Ma io spero di poter festeggiare i 100 anni. Se non chiedo troppo».
Ai giovani cosa consiglia?
«Di fare sport, giocare al calcio che aiuta a crescere e diventare uomini prima, con i sacrifici e l'esperienza che si acquisisce, ma soprattutto dico di essere educati, rispettare la propria società, la maglia, i compagni come gli avversari e poter vincere ma anche saper perdere».



 

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